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Autobiografia

Lillà, liqqua

Di Binskij
Pubblicato il 14/05/2017

E se le barche ormeggiate ondeggiassero perché il mare le ubriaca? Così si apre una riflessione delirante ispirata dal un porto di Sestri Ponente in cui ho trascorso parecchi weekend d'infanzia, annaffiata dalla musica struggente di Jeff Buckley.

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La distesa amazzonica degli alberi di vele sfiora la presunzione. Gli alberi svettano, altezzosi come guglie e pinnacoli gotici, nell'assurda pretesa di quel passo in più verso la volta celeste che vira verso il crepuscolo. Schierati come seguendo il pattern di una scacchiera caotica, la cavalleria pronta ad immolarsi nel blu, le file si scrutano in cagnesco aspettando l'una che l'altra avanzi il primo passo, quel quid negli occhi che le faccia scattare.

Ma la pomposità è smorzata dal loro ondeggiare brillo. Sembra quasi che gli scafi s'impregnino di un distillato invecchiato, che rende le vele ebbre di allegria e incapaci di stare dritte. Non a caso si dice barcollare.

Che credo abbia fagocitato anche l'idea di "colla" dato che le vele se ne stanno tutte appiccicate nel loro oscillare: io mi attendo che da un momento all'altro per effetto domino si schiantino nell'acqua accatastandosi l'una all'altra, facendo scricchiolare vivacemente tutte le loro assi in una risata fragorosa.

Fisso, fisso e non accade. Loro sono fin troppo padrone della loro deliziosa sbornia.

Un Jeff Buckley giovane con le sue corde vocali disarmanti canta:

I lost myself on a cool damp night

Gave myself in that misty light

Was hypnotized by a strange delight

Under the lilac tree.

I made wine from the lilac tree

Put my heart in its recipe

E mi convinco che necessariamente le vele si stiano dissetando lo scheletro proprio con quel lilac wine.

Serro le palpebre e inspiro.

Inebriata dall'idea di quel vino di lillà che ho sempre voluto assaggiare. Le papille ricordano anche desideri oltre ad esperienze.

C'è il gelato alla violetta con me. Degna sostituzione. Ciotola nel palmo a coppa, il refrigerio ha il sapore di un dentifricio floreale, deciso invade gli antri delle arcate dentali e penso sia il gusto avvertito dalle caprette montanare che brucano il prato ruminando anche corolle, oppure quello dei vestiti che in centrifuga sono inondati di un ammorbidente color glicine/lavanda.

It makes me see what I want to see and be what I want to be

When I think more than I want to think

Do things I never should do

I drink much more that I ought to drink

Because it brings me back you...

La miopia ha un unico vantaggio: se vuoi abbandonarti preda di un dolce stato confusionale, basta che togli gli occhiali e la visuale diventa offuscata. Lo stesso passaggio che si avrebbe versando accidentalmente dell'acqua su un dipinto iperrealista dalla nitidezza fotografica e precisione chirurgica.

Tutto si mescola e puoi vederci quello che vuoi e bere il mare con gli occhi, scandagliarlo e salvare dalla salsedine ciò che vuoi.

Cosa voglio salvare?

Lilac wine is sweet and heady, like my love

Lilac wine, I feel unsteady, like my love

Listen to me... I cannot see clearly

Isn't that she coming to me nearly here?

Lilac wine is sweet and heady where's my love?

Sommozzatore senza scafandro. O al massimo fatto di una carta velina impermeabile high-tech. Dopo litri di vino di lillà, la terraferma è un concetto incomprensibile.

Tremolano le ciglia a solleticare le occhiaie, tremola il cucchiaino nella ciotola ormai vuota, tremola il cuore al pensiero che dopo anni da percussionista passati a battere lo stesso ritmo, non si sia ancora stufato del suo lavoro.

Nella nebbia dei decimi dimezzati sogno intensamente che si materializzi il vecchio Mariner di cui scriveva Coleridge. Decrepito, spettrale, eroso da raggi UV e bufere. Gli occhi provenienti da un'altra dimensione. Che mi ponga una mano rinsecchita e gelida sulla spalla e mi racconti le vicende della sua anima dannata. Farcendomi di moniti criptici che nemmeno il lilac wine mi permetta di interpretare con fantasia.

I suoi capelli sarebbero un groviglio di alghe. Perché sto leggendo un libro sulle connessioni neurali che paragona l'intrico di neuroni ad una matassa labirintica di spaghetti. Con tanto di foto e di appunto "meglio dire bucatini, che per inciso sono molto buoni e li consiglio caldamente". Io credo che la metafora ancora più adatta per il rovo di dendriti sia un ibrido: bucatini dello spessore infinitesimo dei capelli d'angelo. C'erano spaghetti al pesto per cena, tutto quadra. Il verde del basilico mi porta ai capelli-spaghetti-alghe del vegliardo Mariner. Inforchettavo senza poter fare a meno di pensare "è come se stessi ingurgitando un gomitolo di neuroni".

Niente Mariner all'orizzonte, né alle spalle. Alle spalle la città di vicoli che di giorno hanno la fragranza di focaccia.

Rimango sola, con l'ossessione di immaginare d'ora in poi dei capelli d'angelo appallottolati compatti nella testa di chiunque incontri.

Ho un amico, che esula largamente dalla definizione di amico - perché nella vita ogni cosa gli sta stretta ed esule è la sua condizione primaria - che agli angeli crede. E crede anche (questa è la prova aurea del fatto che lui abbia davvero spaghetti al posto dei neuroni) che io cammini a passetti leggeri. Per illudermi che sia verità entro in barca.

La moquette, oltre ad essere color cipria, sembra avere anche la stessa consistenza di quella spugnetta che vendono all'interno dello specchietto con la cipria.

Calibro ogni mossa del piede con delicatezza da ladro d'appartamento. Le piante affondano soffici e silenti. Lo spazio disponibile è ridotto a salottino da casa delle bambole, la mia danza è perciò limitata a girotondo breve.

Ma dura quanto basta per sentirmi brilla come le vele, profumata come il lilac wine, mite come la voce di Jeff, uno spiritello antico e maledetto come il Mariner, elettrizzata e rigogliosa come il bosco di assoni che ci portiamo nel cranio.

Lilac wine is sweet and heady where's my love?

Lilac wine, I feel unsteady, where's my love?

Listen to me, why is everything so hazy?

Isn't that she, or am I just going crazy, dear?

Lilac Wine, I feel unready for my love...

Mai si è pronti.

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Maria Cristina Vezzosi ha votato il racconto

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Leandro Malacarne ha votato il racconto

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Paola Martinatto Maritano ha votato il racconto

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massimo.vignati ha votato il racconto

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Edema Ruh ha votato il racconto

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