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Narrativa

M.

Di Carlotta Balestrieri - Editato da Claudia Bellana
Pubblicato il 26/09/2017

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Da quando M. è arrivata in città, non fa che girare attorno a casa mia.

Anche se la spio da dietro la tenda o attraverso una minuscola fessura della tapparella, lei sente il mio sguardo addosso e puntualmente sorride. Mi fa così paura che, ogni volta che succede - minimo dieci volte al giorno -, mi allontano in fretta e furia dalla finestra, entro in camera, mi butto sul letto e mi nascondo sotto le coperte, sperando che se ne vada. Ma lei rimane e, nell’attesa paziente che io esca, si muove sinuosa come una fiera pronta a sferrare l’attacco.

Per due giorni consecutivi ha provato a chiamarmi: ha preso il telefono e ha digitato il mio numero proprio mentre la stavo osservando. Nonostante gli squilli assillanti, non ho osato alzare la cornetta; lei, però, ha continuato ad insistere. Quando in preda alla disperazione, mi sono deciso a staccare la spina, lei ha contrattaccato sul cellulare che è subito volato contro il muro con un lancio degno di Cy Young, disintegrandosi in mille pezzi.

Uscire da qui è fuori discussione; anche se mi sento un animale in gabbia e avrei bisogno di stendermi sull’erba e prendere un po’ d’aria buona, di trovarmi faccia a faccia con lei non ho nessuna voglia. Preferisco rimanere al sicuro, nascosto nella penombra della mia stanza ad invocare un Dio a cui non ho mai creduto e poi a maledirlo per ogni suo silenzio - non serve a niente, lo so, ma almeno mi sfoga i nervi.

Considerati tutti gli anni che ho trascorso pensando a lei, ora dovrei spalancare la porta gridando: “Entra, sei la benvenuta, vieni pure!” Invece mi chiudo in casa con catena e chiavistello, come se servisse a tenerla lontana.

Poteva andare da quel vecchio catarroso del mio vicino che ogni tre parole tira giù tutti i santi del paradiso; dal Labrador mezzo storpio del panettiere, sopravvissuto a due investimenti e a una polpetta avvelenata; o magari dal mio bisnonno, che da vent’anni prega ogni giorno di tirare le cuoia ma rimane puntualmente inascoltato. Invece è venuta da me. Per la prima volta nella mia vita, qualcuno ha preferito il sottoscritto, un ventinovenne inesperto che ancora non ha combinato niente che sia degno di nota. Che fortuna, eh? Ma non posso prendermela con nessuno perché è solo colpa mia. Volevo allontanarla e invece l’ho attirata. Proprio come uno scemo.

Nelle mie notti insonni - troppe, ultimamente - mi sono fatto almeno un milione di domande: perché dovrei meritarmi una cosa del genere? E davvero mi è venuta a cercare perché alle medie non ho fatto altro che nominarla? O perché dopo, per un periodo neanche troppo breve, ho accarezzato l’idea di arrendermi alla sua volontà con qualche pillola presa a caso dall’armadietto di mamma? Oppure perché ho creduto di non averne paura e, per dimostrarlo a me stesso, mi sono documentato sulla sua condotta, mi sono preso gioco di lei e ho immaginato il suo arrivo in mille modi diversi?

Il fatto è che le fantasie sono facili da gestire: si possono accendere e spegnere a piacimento, nascondere se sono imbarazzanti, inventarne di nuove se quelle che abbiamo ci sono venute a noia e, se alcune sono troppo spaventose per il nostro povero cuore, possiamo anche decidere di cancellarle per sempre, con un colpo di spugna e senza dover dare spiegazioni al resto del mondo - ché tanto, con le proprie immagini mentali, ognuno ci fa quell’accidenti che vuole.

È con la realtà che le cose si complicano, e a me si sono complicate il giorno che M. - la figura mitologica su cui avevo tanto vagheggiato - me la sono ritrovata a canticchiare serena nel giardino di casa, col culo appoggiato sull’imbottitura del dondolo sopra cui ho schiacciato i migliori pisolini delle mie estati adolescenziali.

Da quando lei ha invaso la mia vita e da quando, tutte le mattine appena sveglio, corro a controllare come e quanto sta stringendo la sua morsa - se sta passeggiando sul prato, se sta raccogliendo sassolini da lanciare contro la mia finestra o, per la gioia di mia madre, se sta domandando in giro chi è che ha fatto crescere così bene quelle rose - scopro quanto la mia spavalderia non fosse nient’altro che una buffonata, una recita venuta male a cui potevano giusto credere quelle mezzeseghe dei miei amici.

Ora che ci penso, realizzo di essere sempre stato ossessionato da lei - anche da bambino - ma l’apice l’ho raggiunto negli ultimi anni, quando mi sono convinto che cambiare il mio look e conciarmi come un becchino - con le palpebre truccate di nero; i capelli corvini schiacciati sulla faccia; le borchie; gli scarponi di cinque chili l’uno; gli abiti scuri e l’espressione perennemente incazzata - potesse bastare a tenerla lontana dalla mia vita e che, con la mia aura da miscredente maledetto, potessi risultarle così simpatico da convincerla a girare al largo da me.

E invece, le uniche a girami al largo, sono sempre state le ragazze.

Proprio oggi ho avuto la conferma che la sua attenzione nei miei confronti si è accesa molto prima che me ne rendessi conto. Lei - ancora più subdola e meschina di come la immaginavo - ha però deciso di palesarsi soltanto ora, quando ormai sono ridotto a uno schifo e l’esito della partita è quasi certo. Dico “quasi” per non dargliela vinta a buon mercato, ma - detto tra noi - sono ben consapevole di come andranno a finire le cose: io verrò esiliato da qui e lei potrà mandare avanti indisturbata la sua fiorente e inesauribile attività di aguzzina. Tanto, di tipi come me, ne è pieno il mondo.

Per quanti sforzi io faccia, per quanto cerchi di resisterle, per quanti aiuti io possa ricevere dall’esterno, lei alla fine metterà i piedi sul mio zerbino, busserà alla porta, suonerà al campanello e comincerà a chiamarmi a gran voce: “Tesoro, sono arrivata! Vieni ad abbracciarmi!” Ma io rimarrò nascosto sotto il letto, con gli occhi chiusi e i pugni stretti nello sforzo caparbio di non starla a sentire. Me la immagino ridacchiare piano - tra i denti - e poi, dopo un lungo respiro, riprendere la recita da dove l’aveva lasciata: “Amore mio, ho le chiavi, sto entrando!” E forzerà la serratura in un lampo, armata solo di un piccolo ferro e un’incredibile abilità da scassinatrice. Senza chiedere il permesso, s’infilerà nell’ingresso scivolando fino al soggiorno; senza pulirsi le scarpe, insozzerà il pavimento di fango portandosi dentro una scia di vermi ed insetti da fare invidia a un laboratorio di entomologia.

“Dove ti sei nascosto? Devo venirti a cercare?” Ed entrando in camera, riderà di me vedendo le dita dei miei piedi sbucare appena da sotto il copriletto. Ai miei tentativi di ritrarmi, bisbiglierà parole orrende e irripetibili e, chinandosi per farmi il solletico, mi graffierà, ferendo la mia pelle nello sforzo di afferrarmi le caviglie per trascinami fuori.

Io ci proverò a ribellarmi, a lottare, a sopraffarla, e sferrerò calci, pugni e schiaffi che serviranno soltanto a sfinirmi.

Perché tanto, alla fine, ce l’avrò addosso, col suo sorriso largo e la sua bellezza eterna, con la sua pelle diafana e l’iniziale del suo nome tatuata sul petto: M.

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