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Narrativa

Milan - La stazione Centrale

Pubblicato il 01/01/2018

Una giornalista del The Spectator, Lucy Moravia, viene mandata a Milano con l'obiettivo di raccontare la città. "Milan, mi serve qualcuno che racconti Milan." La prima tappa è la stazione Centrale.

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“Milan, mi serve qualcuno che racconti Milan.”

“Cosa?”

“Milano, ho detto Milano. Un articolo a settimana, la domenica. Ma per cortesia, lascia perdere le stronzate sulla moda e i gargarismi sui Promessi Sposi. Voglio Milano oggi, punto.”

Lucy Moravia era una giornalista bassina dagli occhi lucenti, i capelli biondi e il culetto all’insù. Scriveva per il The Spectator: 2000 sterline a settimana a patto di vivere quotidianamente sui blocchi di partenza.

“Mi trovo a Zurigo ora, per quell’articolo sulle banche svizzere” obiettò pacatamente Lucy.

“Non mi serve più” sentenziò il direttore, “stasera stessa vai a Milano. Hai un treno alle 17.00. Ti abbiamo già fatto il biglietto. Dormi al Soperga, vicino la stazione Centrale.”

“Ok” acconsentì Lucy.

“Ah, mi raccomando. Zero fashion e zero, dico zero, intellettualismi inutili. Scatta una foto su Milano e scrivila. Milan, hai capito? Milan” concluse il direttore pronunciando orgogliosamente il nome della città con estremismo anglosassone: “Milan.”


Lucy Moravia arrivò a Milano intorno alle 20.00, pronta a veleggiare con il suo passo spedito e il suo trolley fucsia verso il Soperga hotel. Scese dal treno ostentando un passo inutilmente frenetico, come se il moto militare dei passeggeri intorno, diretti verso l’interno della stazione, la stesse inchiodando in un vortice di fretta emotiva che soltanto nella folla malata ritagliava il suo senso. Provò a rallentare, ad estrarsi dal quel cerchio, ma un “Che cazzo ti fermi a fare” sussurrato e uno “Svegliati” tondeggiante la indussero nuovamente a marciare a colpi di ansia e rigore.

Dopo aver risalito con furia cieca i binari, Lucy rifiatò accalorata ai bordi di un’edicola chiusa, mentre intorno la folla sembrava non sfiatarsi mai. Guardandosi circospetta, provò ad incubare un prima immagine di Milano e risolse con superficialità metropolitana che l’ingorgo della stazione Centrale fosse un po’ come quello londinese di Victoria o quello parigino della Gare du Nord. Fece un mucchio di questi accostamenti stereotipati, quasi compiacendosi, poi intravide a pochi metri da lei una schiera di orientali pronti a schiantarsi contro il suo trolley fucsia; così si schiacciò lungo il perimetro dell’edicola, tappandosi il naso per non subire l’invadenza della pittura verde e spiando a fatica una probabile via di fuga. Dopo qualche secondo di apnea, Lucy riuscì a divincolarsi, guadagnando uno spazio di respiro presto minacciato da una nuova ondata di passeggeri inferociti per un ritardo inverecondo. Immergendosi nella folla della folla, Lucy raccolse goffamente il suo trolley fucsia e si gettò nella mischia, facendosi rimorchiare anche da una catena di scale mobili.

“Vuole una rosa?” chiese uno del Bangladesh.

“No” rispose Lucy gentilmente lasciandosi trasportare dal flusso.

Così, lasciandosi trasportare, Lucy iniziò a catalogare le persone che gli stavano gravitando intorno, risolvendo che, sì, quella stazione era abitata da 3 tipi di persone: gli stampati, le stampanti e gli inchiostri.

Gli stampati erano coloro che avevano trovato la propria copia giusta glorificata dalla società: manager, zingari arricchiti, banchieri e studenti coccolati. Le stampanti invece erano coloro che improvvisavano ogni giorno una copia diversa di sé per incontrare l’approvazione degli stampati: lavoratori modesti e studenti normali. Gli inchiostri, infine, erano quelli schiacciati dalla vita: senzatetto, venditori di rose, studenti senza libri e disgraziati vari. Ma, catalogando, Lucy aveva inavvertitamente invaso la corsia sinistra delle scale mobili.

“Si sposti” alitò un anziano soppesando un giudizio su di lei.

“Mi scusi” accennò Lucy dimessamente mentre tutta la fila di sinistra delle scale mobili la superava investendola con sguardi corrotti dal tempo e una ragazza in tenuta d’ufficio scuoteva la testa esibendo scoraggiamento.

Lucy iniziò a pensare che lì dentro si stesse diffondendo un virus contagioso, qualcosa che aveva già visto in altre stazioni europee, ma con un'essenza diversa. Stampati e stampanti non si guardavano per niente, se non quando costretti a farlo da un urto fisico o un’insofferenza digitale. Tutte quelle persone avevano una strada, una direzione precisa che non permetteva nulla di diverso. Quella stazione, pensò Lucy, era piena di gente ma vuota di persone.

Dopo aver superato un McDonald’s, Lucy si stupì che in Italia, a Milano, esistesse un McDonald’s.

“Vuole una rosa?” chiese un altro del Bangladesh.

“No” rispose Lucy meno gentilmente intimidita da tutti quei tipi loffi che, piazzati davanti alle biglietterie automatiche dei treni, imponevano il loro aiuto estorcendo con dei modi gaglioffi qualche centesimo di resto. Lucy continuò ad indirizzarsi verso l’uscita, un po’ annusandola e un po’ iniziando a cercare una sponda sul cellulare.

“Vuole una rosa?” chiese ancora un altro del Bangladesh.

“No” rispose Lucy, quasi maldestramente.

Rincorrendo il flusso dell’orda, Lucy iniziò ad intravedere l’uscita, la quale comunque lasciava trasparire un buio freddo e ventoso. Così, dopo questo cocktail di caserma e manicomio, l’uscita arrivò.

Fuori, Lucy si scontrò contro una foschia orrida, una mela gigantesca ferita, che alcuni definivano opera d’arte, e un selva di individui dal palato straniero assiepati lungo l’area della stazione Centrale. In mezzo a tutto questo campeggiavano arditamente un gruppo nutrito di senzatetto che, sfrattati dalla vita, sfidavano a colpi di miseria il benessere passante.

“Ehi biondina” urlò un tossico incattivito a Lucy, “vieni un po’ qui.”

Lucy accelerò il passo iniziando a subire un principio di paura, mentre gli immigrati diventavano loro malgrado un numero animosamente indefinibile e i senzatetto urtavano con la vista la sua sensibilità borghese. Guardò il cellulare dunque, per misurare la distanza che la separava dall’hotel e capire la strada da prendere, ma, di colpo, mentre tutto restava immobile, si sentì minacciata da tutta quella cornice esplosiva.

“Ha qualche problema?” le chiese un poliziotto insospettito dal suo nervosismo.

“Qualche problema?” pensò Lucy. “In questa stazione gravitano migliaia di persone disperate. Se questo non è un problema” pensò ancora nella sua testa.

“No” rispose Lucy, stonata dai clacson delle automobili inferocite.

“Vuole una rosa?” le chiese l’ennesimo del Bangladesh.

“No, cazzo” gridò Lucy illividita.

La camminata divenne corsa, quindi frenesia perversa, che fece sbattere e rompere una rotella del trolley fucsia contro l’angolo di un marciapiede. Lucy, notando in lontananza una coppia di ragazzi nordafricani che parevano avvicinarsi sempre più minacciosamente a lei, non arrestò minimamente la fuga. Poi, quasi sul precipizio di un crollo emotivo, si sfracellò dentro la hall dell’hotel. Ansimando, Lucy notò con amara consolazione che i due nordafricani erano soltanto due ospiti del suo stesso hotel.


“Caro direttore” scrisse Lucy attaccata al suo cellulare, “ho già scattato la mia prima fotografia: Milan - La stazione Centrale”.

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Luca Gerevini ha votato il racconto

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Edoardo Radaelli ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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anna siccardi ha votato il racconto

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Sara Noemi ha votato il racconto

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Luciacutrufello ha votato il racconto

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marigio ha votato il racconto

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Lettura scorrevole. Aspetto il sequel.Segnala il commento

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Phi ha votato il racconto

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Danilo ha votato il racconto

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di Saverio Scalise

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