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Saggi Brevi

Non abbiamo tempo per morire.

Pubblicato il 22/12/2017

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Sulla mia lavagna di sughero nel mio ufficio privato sono rimasti 2 o 3 fogli con note di lavoro: niente di importante. Ancora poche firme, un paio di e-mail, e andranno via. C’è polvere sul pavimento, ma non troppa: si può aspettare per pulire. I libri che un tempo erano sparsi per la casa, stanno trovando posto: sono lì, avanti a me, e li guardo, e mi parlano senza che io li apra. Non mi rivelano tutto di loro: solo le intenzioni, ma non la verità. Un tempo c’eri anche tu, in questa mia stanza che ha il dono di fermare il tempo. Eri seduta innanzi a me, con un libro e i tuoi occhi tra le righe. E ieri eri con me, nuda, e io nudo su te, amandoci come sempre abbiamo fatto, amandoci nel nostro modo. E ora sei altrove, eppur sei qui, e qui con me c’è tanta gente, e ci sono io e le infinite varianti di me. Siamo tutti in questa stanza. Ma al contempo sono in silenzio, e scrivo, e mentre scrivo parlo con me stesso, e mi confronto, e riesco a dire quel che solitamente non riesco. Penso che ognuno di noi sia un giardino. Ultimamente ci penso spesso: colpa degli anni di karate, o forse mi viene da un infinito passato, e la mia mente l’abbina al Dojo. Sto imparando a coltivare il mio giardino nel modo che voglio, sapendo che solo così verranno a visitarlo le persone che amano i miei stessi fiori, i miei alberi. A volte coltiviamo il nostro spazio cercando di produrre quello che la gente vuole, quello che la moda chiede: si intraprende una facoltà universitaria perché c’è domanda in quel settore, e non perché sia ciò che si vuole imparare a conoscere davvero, e si finisce con il divenire medici frustrati o insegnanti che odiano l’insegnamento. Forse si passerà la vita con sufficiente denaro, ma ha senso trascorrere il tempo anziché vivere? Meglio perdere la vista in un microscopio con 800 euro al mese, passando ore a cercare di vedere, se è la nostra passione, anziché gozzovigliare in un ristorante di lusso grazie a soldi ottenuti con un lavoro che ci crei rabbia? Tanto quei soldi li useremo per curarci dal colesterolo per i pasti fatti di noia e rabbia. Chi ama il proprio lavoro, chi ama la propria vita, non si ammala: è troppo impegnato a vivere.

Mi sono reso conto che ognuno di noi ha la capacità di liberare la propria mente e farla volare: tu hai da tempo capito che il mio modo di farlo è scrivere. L’ho sempre fatto, dalla vecchia Olivetti di mio padre, con l’odore di inchiostro a rullo. Ho sempre scritto. All’età di 6 anni mi regalarono una macchina da scrivere giocattolo, color panna e verde, ma la ruppi: preferivo quella vera. E la usavo bene, la pulivo, la tenevo in ordine. Scrivevo fiabe, che poi la maestra delle elementari leggeva agli altri bambini. Poi si cresce: il bambino che ero prometteva bene in matematica, in lettere, in lingue, in scienze. Poteva fare tutto: perché non fargli fare l’ingegnere? Era bravo pure in latino, ma lo odiava. E quando gli dissero: “Devi fare il classico!”, lui non parlò. Scelse studi tecnici. E finiti con il massimo dei voti, dissero: “Puoi fare il test per architettura o ingegneria: lo passerai!”, e lui scelse di studiare Economia. E una volta scocciatosi degli studi, per mantenersi coerente, fece il copywriter, ma nell’ambito del SEO. Insomma: il massimo per un aspirante scrittore. E poi è diventato un editore. Perché dico questo? Perché a volte guardo con un sorriso al passato, ai cambi di stile di vita frequenti. Fatti con determinazione e tranquillità. Fatti e basta. Ognuno di noi è un giardino, e nel mio giardino ho coltivato di tutto, e ho fatto bene: la terra si mantiene fertile quando non è sempre a contatto con le stesse piante. Ogni tanto, fare anche maggese: lasciare il campo incolto, affinché si ricarichi, per dare poi buone coltivazioni future. Forse ho passato un periodo a maggese, e ora ho voglia di coltivare nuovamente la mia terra. Magari ho estirpato le ultime erbacce proprio poco tempo fa, quando la mia voglia di cambiamento mi ha portato a esprimermi liberamente, senza più limiti o contenimenti. Forse ho preferito bruciare il mio vecchio giardino: la cenere è un ottimo fertilizzante. Realtà è che oggi guardo il recinto vuoto di me, e sorrido: qui verrà fuori qualcosa di bello, che mi renderà felice ogni volta che lo guarderò. E sarò felice quando qualcuno lo guarderà con me, traendone le mie stesse vibrazioni positive. Trarrò felicità dalla lenta crescita di ogni dì, dal disegno perfetto del futuro che ogni giorno adeguerò, correggerò, berrò come fosse miele caldo, per darmi forza di credere e creare un domani migliore, senza mai odiare l’oggi. Scrivo per parlare con me stesso e con tutti i miei infiniti io, e con le persone che sono qui nella mia stanza, e al contempo altrove. E scrivo per parlare con te, che leggi un libro mentre siedi senza scarpe, udendo la mia stessa musica in sottofondo e il mio pigiattare sui tasti stanchi di questo PC. Scrivo perché forse è questo tic-tic ritmato la mia vera voce, e solo parlando con la mia vera voce, posso dire la verità.

In ogni ecosistema, esistono elementi che non possono coesistere: fiori stupendi spesso danneggiano gli alberi da frutto, perché entrambi sottraggono lo stesso nutrimento alla terra, che così produce fiori spenti e frutti amari. Ogni ecosistema si basa sull’equilibrio: l’equilibrio ci permette di colpire un avversario, o tenere in perfetto ordine cuore e mente. E se non posso controllare il mondo intorno a me, posso tenere ordine e bellezza nelle stanze della mia casa. Vivo con la feroce fame di chi vuole arare la propria terra e seminare. È giusto non farsi aspettative, ma non posso essere irresponsabile, e non posso seminare qualcosa che poi non crescerà come deve. Non posso seminare sapendo a priori di sbagliare. I semi che spargo, sono quelli più simili a me: fatti di passioni, di rabbia, amore. Fatti di decisioni strane e parole. Non posso cambiare ciò che sono: posso esplorarmi, conoscere i miei limiti, le rive del mio regno, e decidere dove costruire il mio castello, conscio che dovrò costruirlo in me stesso. So di contenere in me violenza e dolcezza in diverse misure, e posso scegliere chi essere. Sono stanco di apparire consumato perché spendo ogni energia a correre intorno a me stesso: preferisco correre fuori dalla mia pelle. Preferisco veder sorridere tutti i miei infiniti io, in un sorriso unico, in un unico Dao: un unico intento comune.

Seduto sul recinto di me stesso, progetto la mia Berlino, più bella che mai, affinché la bellezza mi ispiri verso un traguardo sempre più bello, in un raggiungere che forse non avverrà, ma che nell’attesa mi farà godere. E per non consumare inutilmente tempo, traccerò sulla mappa i punti fermi, e poi li abbellirò. Io e tutti i miei infiniti io ci guardiamo e strizziamo l’occhio: c’è molto da fare, e non possiamo stare fermi, né prendere impegni. Non abbiamo tempo per fare altro se non per costruire noi stessi. Non abbiamo tempo per fare altro. Non abbiamo tempo nemmeno per morire: c’è troppo da vivere.

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