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Fantastico

Partitella

Di Irene Doro
Pubblicato il 02/12/2017

Il 13 novembre del 2017 a San Siro la nazionale italiana di calcio è stata eliminata dalla Svezia nello spareggio di qualificazione per i Mondiali

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Il gruppo Whatsapp ha fatto friggere i cellulari del gruppo Calcetto Ericsson tutto il giorno. “Allora stasera sette contro sette, Italiani contro Expat, poi si va a bere una birra. Al campo alle 7. Puntuali, non come al solito che si comincia alle 8!”

La nebbia sottile di San Siro bagna il campo di erba sintetica, verde prato anche in novembre, umido come una confezione di spinaci surgelati dimenticata in auto dalla sera prima. A Milano non ha senso meravigliarsi della nebbia, a Milano ci si meraviglia del cielo azzurro, allora si dice guarda che bello, si vedono pure le montagne.... Però stasera davvero non si vede nulla, avrei fatto meglio ad accettare la proposta avanzata dalla voce lievemente roca di Alessandra-dalle-belle-labbra, il marito è in viaggio di lavoro e lei in vena di uscire a cena.

Gli scarpini con i tacchetti di plastica scivolano un po’, la palla va fluida sotto la luce lattiginosa dei riflettori. Giri di riscaldamento attorno al campo, saltelli a ginocchia alte e affondi laterali. Pettorine gialle contro pettorine azzurre, spareggio e fischio di Carlo, arbitro improvvisato e unica riserva degli azzurri.

Scende la nebbia, stasera fa sul serio, Erik calcia la prima palla verso di me, mi allungo in un contropiede furibondo ma è Sven, il capo dei controller, ad avere la meglio e a ritornare dalla nostra parte, le gote arrossate già sfumate di leggera soddisfazione: nella storia aziendale si narra di partite finite a doppia cifra per i locali, non sarebe male piazzare subito un bel gol e far capire che la musica finalmente è cambiata.

Ributtiamo la palla nella metà campo avversaria e cerchiamo di risalire, ma, come attratto da calamite invisibili, il pallone torna inevitabilmente nella nostra metà campo, difficile capire chi e quando l’abbia calciato, ma chi se ne importa, dai ricostruiamo il gioco. Marco dei servizi generali tira un traversone dalla mia parte, mi sembra di fare più fatica del solito a correre, costruiamo l’azione in avanti, però siamo più lenti del solito e quelli ci incalzano, il pallone torna di nuovo alle nostre spalle, non importa quanto calciamo lontano.

Gli scarpini fanno poca presa sull’erba fradicia, i piedi scartano lievemente all’indietro, sono passati solo dieci minuti e già mi manca il fiato, gli avversari ci sono addosso in un attimo, non facciamo a tempo a costruire un’azione, come se corressimo in salita, scivoliamo e facciamo fatica...ma vuoi vedere che ‘sto campo...ma no, non è possibile che abbiamo costruito un campo da calcetto in salita, nessun idiota al mondo farebbe un errore simile. Però è un dato di fatto, i piedi slittano e il pallone cade naturalmente verso la nostra porta, avanzare diventa ogni minuto più difficile. Sento i compagni sbuffare di fatica e di frustrazione, quando improvvsamente mi trovo faccia a terra, qualcuno mi deve aver spinto, o forse sono inciampato. Tocco gli aghetti di plastica verde con le mani, Paolo dell’HR impreca perchè non si vede proprio niente, il terreno mi scorre sotto la maglietta, sto lentamente franando verso la nostra porta; incredulo, mi rendo conto che sto cercando di risalire contro corrente sulla pancia, come un salmone in amore.

Il campo è indiscutibilmente in salita adesso e la nebbia è talmente fitta che sembra non ci sia più nessuno. Urlo: Ragazzi, andiamo via! Faccio appena in tempo a sollevarmi in ginocchio per avvertire chiaramente che il terreno oramai è talmente ripido da non permettermi di stare neppure sui piedi. Sento le urla dei compagni, “Roba da pazzi che diavolo sta succedendo?”. “Gli Expat sono spariti, siamo rimasti in campo solo noi Italiani.”

Nel frattempo ho perso del tutto la presa, le ginocchia nude bruciano per l’attrito chissà che polimero di cui è fatta l’erba sintetica, cerco di aggrapparmi ai fili con con le dita, ma l’erba finta mi rimane in mano, sto nuotando all’indietro senza muovere un muscolo, quando intravedo i pali della porta sotto di me. Marco si è aggrappato alla traversa per non finire giù, le gambe a penzoloni nel vuoto, urla frasi senza senso, Carlo si tiene alla bandierina del calcio d’angolo, curva sotto il suo peso, ammutolito dal terrore.

Il campetto ormai è quasi in posizione verticale, nel silenzio spetttrale e umido non si sentono più le voci dei compagni, scivolati chissà dove; è solo questione di minuti ormai e poi anch’io sarò di sotto, nel baratro.

Mi attraversa la mente solo un ultimo pensiero, la voce lievemente roca di Alessandra-dalle-belle-labbra che mi lascia un laconico messaggio whatsapp: Peccato che non sei venuto a cena da me stasera.

Poi la porta bianca si apre su una gola di scura plastica verde e precipito giù.

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