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Avventura

Paure, deliri e l'assalto all'Azimut: Cronache vere di giorni anarchici - Capitolo I

Di johnnyfreak
Pubblicato il 22/08/2017

Dall'on the road all'assalto delle strutture d'accoglienza di un posto in culo al mondo importante solo per coloro che ci passano quattro giorni all'anno.

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L'uso tipico del bellevillese medio in periodo post estivo è quello di partire in pellegrinaggio al Santuario della Vergine Nera. La tradizione che determina questo pellegrinaggio è insita nella cultura religiosa e folkloristica di qualunque bellevillese DOC.

La religione che circonda il suddetto uso però non è solo quella cattolica, è la religione sacra dell'azione viscerale umana. Ogni buona occasione fuori casa dell'uomo, generalmente in età pre-adulta, che sfoga ogni becero istinto singolo e collettivo consapevole che, forse, l'anno in cui si sta festeggiando la tradizione potrebbe essere l'ultimo prima dell'accesso alla vita vera.

Seppur dotati di un discreto buon senso e di intelligenza media, i giovani in questione perdono ogni inibizione quando si ritrovano in un centro in cui nessuno li conosce per la durata superiore ai due giorni. 

Qualcosa la si deve pur fare.

Nell'anno di grazia del Signore nonmiricordoquale ci dirigemmo gonfi d'orgoglio e speranze verso il Santuario. Il pellegrinaggio viene fatto solitamente a piedi, ma i meno temerari – o più temerari, a seconda da come la si vede – preferiscono partire con mezzi dalle due o dalle quattro ruote. Io ho provato entrambe le opzioni. Non è facile scegliere. Il mezzo è spesso determinato dal numero di individui che vogliono partire insieme, dal tipo e dal quantitativo di roba che ci si vuole portar dietro. Cibo, acqua, erba. 

È come una gara a guardie e ladri, però.

Per due grammi d'erba, gli sbirri sono capacissimi di rovinarti la festa, macchiarti la fedina penale, farti pagare un avvocato, dilapidarti l'intero patrimonio di famiglia, lasciarti sul ciglio d'una strada e farti una pisciatina sopra.

Non siamo ancora giunti al taglio della mano, ma sarei pronto a scommettere che non in pochi lo preferirebbero.

Il nostro sballo comunque era proprio questo: non ci ammazzavamo di sintetiche, preferivamo un lento deterioramento composto da marijuana e alcool, in stile figli dei fiori, ma - sono sicuro - con discorsi parecchio più interessanti. 

Questa è la storia di quando i bellevillesi non poterono più entrare nelle strutture d'accoglienza nei pressi del Santuario.

Quando arriva il mese di settembre, il bellevillese DOC migra in branco sulla costa orientale per affrontare i quattro canonici giorni di vacanza post-estiva che dettano il rilancio della stagione lavorativa e di tutte le frustrazioni che ne scandiscono il battito del tempo. Il momento dello sfogo finale, le ultime fiamme prima di riprendere la noiosa, faticosa vita di tutti i giorni.

Composti da generazioni di età diverse, anche gli adulti tornano adolescenti per i quattro giorni in questione.

È un'invasione. Un'invasione in piena regola.

Un paese marittimo invaso da montanari che partono pieni di buone intenzioni, “col solo scopo di divertirsi”, ma che mai finiscono solo con l'ottenere divertimento.

Orde di umani sudati e bavosi in fibrillazione che non vedono l'ora di sfogare i propri istinti primordiali, pronti e ben contenti di far valere le viscere sul cervello.

Non esattamente un ritrovo di ex alunni di Harvard.

Per la partenza si concorda un orario, solitamente notturno. Canne, alcolici e parecchia acqua scandiscono un viaggio della durata di otto ore a piedi.

Uomini Impavidi.

Perdono peso e liquidi a vista d'occhio mentre si trascinano per i sentieri nel letto del fiume facendo a gara e contendendosi il ruolo di più duro del fiume. Nel frattempo noi li schernivamo dall'alto dei nostri trabiccoli biruota.

Ho sempre preferito affrontare il viaggio coi mezzi a due ruote. Non sono un centauro, ma mi piace godermi l'ultima brezza estiva che comunica il cessare della bella stagione. Quel vento malinconico ma vivo, che sembra annunciare l'irrimediabile scorrere del tempo e delle stagioni.

Ricordo d'essere alla mia sedicesima estate e ricordo il mio mezzo a due ruote dal peso di sessanta chilogrammi che non avrebbe dovuto raggiungere una velocità così drastica. Specie con quella frenatura. Anzi, specie senza alcun tipo di frenatura concreta. Qualcuno dei miei amici assaggiò l'asfalto a causa di quella bestiola traditrice.

Come accennato in precedenza, uno dei problemi principali del viaggio è che spesso si incontrano gli adorati tutori della legge che anziché penalizzare i narcos e gli estorsori preferiscono far cantare i ragazzini di quattordici anni spremendoli e torchiandoli a mo' di FBI contro rapitori finché non cantano il nome di qualche altro ragazzino di due anni più grande che gli ha concesso tre canne per dieci euro. Un sottogiro, insomma. Mai una rottura di cazzo a coloro che il danno lo procurano davvero.

Il braccio violento della legge. 

Poi ci si chiede perché si ha poca fiducia. 

Ma mai fare di tutta l'erba un fascio, ho conosciuto tutori molto onorevoli e che hanno ottenuto il mio rispetto, per quello che può valere.

Ed eccoli lì. Puntuali e certi come "Una poltrona per due" su Italia 1 nel periodo natalizio. 

Posti di blocco. 

Ma chi si ferma è perduto.

Non sono in pochi quelli senza uno straccio d'assicurazione e con qualche canna dappresso. Essere beccati con qualche canna dove ho vissuto la mia adolescenza significa venire bollati per sempre come drogati, spacciatori e più in generale, fuorilegge della peggior specie.

Basta poco per diventare quello che hanno arrestato per traffico di droga.

Quindi via, di piede sulla targa e fuga come i cani che ne hanno prese troppe dal padrone. Amor proprio e istinto di conservazione prima di tutto.

Seminata la prima pantera, quando la si trova, la tradizione vuole che i centauri facciano tre o quattro fermate per la strada. Ci si rifocilla, si mangia, si beve, si chiacchiera, si piscia.

Ci si aiuta e ci si ripulisce nel caso in cui qualcuno dei viaggiatori abbia avuto la malaugurata sorte di fondere le proprie carni con l'impietoso asfalto ancora rovente. Il morso dell'asfalto, se la caduta non è distruttiva, comporta qualche ustione curabile sul posto che verrà ricordata dalle macchie che rimangono per qualche settimana. Se si è sfortunati per qualche mese.

La fermata ha la stessa valenza della sigaretta in ufficio. Una pausa dalle tortuose strade orientali, dalla loro claustrofobia, dalla loro arretratezza. Quando si guida, in certi momenti, ci si sente in Ruanda. Nella migliore delle ipotesi in una favela di Rio de Janeiro. La strada è tortuosa e sarebbe anche piacevole, se solo fosse a senso unico. Una strada a doppio senso di circolazione nella quale non entrano due macchine una accanto all'altra. Una trappola mortale che negli anni ha visto fin troppe vittime, ma che mai ha scandalizzato chi di dovere poiché “la merda capita”.

Almeno finché non capita al tipo sbagliato.

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Isabella Nenci ha votato il racconto

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