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Narrativa

Per un paio di stivali

Pubblicato il 07/03/2018

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“Me lo dai, il tuo materasso?”

“E tu che mi dai in cambio?”

“Gli stivali nuovi.”

Mi piacevano, quegli stivali. Li guardavo sempre quando entravo in camera sua: di pelle morbida, pieni di lacci, lo stivale destro diverso dal sinistro. I vestiti ce li scambiavamo spesso, ma gli stivali non osavo chiederglieli in prestito: non li aveva ancora messi una volta.

Erano gli anni in cui vivevo al quarto d’ora. Non sapevo mai cosa sarebbe successo, come avrei fatto a pagare l’affitto dell’appartamento che dividevo con altre quattro persone.

Ma ero padrona del mio tempo.

Ero felice.

“Allora? Il materasso? Tanto non ti serve.”

Vero. Mi ero fidanzata, da tempo non dormivo più a casa e la mia stanza serviva solo come deposito delle mie quattro carabattole. Vestiti, libri, scarpe. E gli stivali, cazzo, mi piacevano.

“Affare fatto.”


Un giorno ho di nuovo avuto bisogno di un materasso. C’era un’offerta all’IKEA, dieci euro al mese. Abbordabile, pur nella mia precarietà.

“Desidera?”

“Il materasso. Quello in offerta, con le rate a tasso zero.”

“Venga, si accomodi in ufficio.”

L’ufficio era un angolo buio, tra la cassa e il bancone delle brugole, con una scrivania e due sedie, di quelle coi nomi coi pallini.

“Dunque, mi servono: carta d’identità, codice fiscale e ultima busta paga.”

“La busta paga non ce l’ho. Lavoro per conto mio.”

“La dichiarazione dei redditi, allora.”

Taccio. La tizia mi guarda. Nel senso che mi guarda sul serio, lo sguardo non scivola addosso: si sofferma sugli stivali (quelli di pelle morbida, col destro diverso dal sinistro), sulla gonna corta, sulle gambe nude, sulle spillette. La tizia c’ha la fronte così a pieghe che sembra uno Shar Pei.

“Sono solo dieci euro al mese!”

“Dieci o mille, è uguale. Per ottenere un finanziamento serve la busta paga.”

“Ma sono dieci euro!”

Mi guarda con compassione. Sì, le faccio pena. Mi sale la merda al cervello, la mando affanculo a denti stretti e me ne vado. Senza materasso.


All’episodio del materasso faccio risalire l’inizio del mio bisogno di sentirmi normale.


Normale.


Così quando mi hanno offerto un lavoro vero, di quelli che quando incontri i vecchi compagni di università puoi dire cosa fai senza che ti considerino una fallita, ho accettato. Me lo ricordo, il giorno in cui ho firmato. Avevo freddo. Ma forse perché era dicembre.


Oggi sono qui.

Normale non lo sono lo stesso.

E odio tutti.


Odio te, che ti compri  mocassini da indossare sui piedi nudi, te che il tuo idolo è Lapo e ti vesti uguale e mi fai fin tenerezza.

Odio te, che mi dai dell’irresponsabile perché quando arriva il progettopiùimportantedelmondo non voglio saperne di rinunciare alle ferie.

Odio te, che guadagni tre volte più di me e mi scrocchi sempre il caffè.

Odio te, che il lunedì mattina, con gli occhi rossi come Satana e l’aria affranta, mi dici che hai lavorato tutto il weekend. E fingi d’essere incazzato, ma non riesci a nascondere il sorrisetto goduto di chi si sente indispensabile.

Odio te, che collezioni giorni di ferie e ore di permesso.

Odio te, che ti chiedi come sia possibile che ancora non mi abbiano licenziata, anche se a volte me lo chiedo anch'io.

Ma più di tutto.

Più di tutti.

Odio me.

Che ho venduto la mia libertà.

Per un paio di stivali.

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