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Narrativa

RACCONTI - 12

Pubblicato il 28/02/2018

Racconti generici

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LE TRECCE


È un mestiere onorato il mio. Non bello, certamente, ma onorato e riposante. Che devo fare, in fondo?: decapitare.

Sotto le mie lame càpitano anche teste importanti, di personaggi in vista; mica sempre di quelli che vanno eliminati perchè commettono dei volgari reati come vilipendio alle maestà reali e alle autorità religiose, bracconaggio, assassinio, truffa aggravata, furto ripetuto...

Una volta, col re Enrico, c’era più lavoro per il boia reale ma da quando c’è la nostra amata regina Elisabetta buona parte del mio tempo lo passo ad affilare ... e a ricordare, purtroppo.

Non c’è nessuno più vicino di me a quelli che perdono la testa e quell’attimo mi resta impresso; quando la loro anima si separa dal corpo.

Per quanto cerchi di non pensarci ricordo troppo i loro sguardi terrorizzati. Basta, basta!

Ho una buona raccolta di capelli da me richiesti alle vittime illustri, in presenza di testimoni secondo prassi. Quasi tutti accondiscendono graziosamente a questo sperando che non infligga loro sofferenze nello sferrare il colpo.

Ma siamo matti? Con chi credono di avere a che fare? Io sono uno specialista; non sarei capace di farli soffrire neanche se volessi.

Comunque a volte vinco l’ozio guardando i miei cimeli. Quei ciuffi fluenti sono della regina Anna Bolena, questi boccoli sono dell’ammiraglio Thomas Seymour e la sparuta peluria tutta grigia che si vede là era della Stuart, la regina di Scozia e le trecce qui a fianco ... di chi sono queste trecce?... eh? ... di chi sono?

E poi codini, riccetti, di tanti colori; questa ciocchetta insignificante mi fa tornare in mente la pelata del conte di Essex.

Bel modo di dimenticare: conservare gelosamente i ricordini di quel che ho fatto! E mi scervello pure per collegare quelle trecce a un volto ormai dimenticato.

Mi hanno detto che anche i selvaggi del Nuovo Mondo conservano lo scalpo di quelli che hanno ucciso. Ma io non li uccido, li giustizio. Io non ho colpa di quel che faccio; sono un umile strumento al pari delle mannaie, delle scuri, delle spade.

Beh, come la metto metto io, chiunque sia il soggetto, gli stacco il capo con una botta e quello muore, il sangue va, gli occhi si spengono...

Ma quelle trecce così bionde, così lucide ancora, di chi erano?... Niente... Passato di mente. Doveva essere una giovane, una giovane bella, con i capelli come grano maturo.

Deve essere l’età che non m’aiuta ma su quelle trecce dorate i miei ricordi sono tutti offuscati, come una fitta nebbia londinese.

Quanto ci metterà a portarsi via anche Maria di Scozia, e la Bolena e il buon conte di Essex tutto tremante?


Alessandro Conte



LA RIPICCA


Nelle barzellette una situazione simile era tutta da ridere non l’incubo che sto vivendo. Era qualcosa che capitava sempre ad un altro o da augurare al peggior nemico e sulla quale, a immaginarla, godere tanto.

La temevo da sempre ma ero convinto che non l’avrei mai vissuta. Eppure sta tutta, nella massima evidenza, sotto i miei occhi: mia moglie a letto che mi guarda sfacciatamente e dietro di lei, nascosto dal suo corpo nudo, l’altro.

“Ehm” mi schiarisco la voce; ma pure prendendo tempo le cose non cambiano: lui mi osserva senza spostarsi di un filo stretto alle terga della donna mia con i seni che gli traboccano dalle dita.

“Credo che vado a fare due passi” mi decido a dire.

“Per me puoi pure andare a fare in culo” ribatte lei ostentando un mugolìo.

“Vuoi dire quello che fai tu adesso?” e dentro di me: ‘Ti prego fammi capire che non è così’.

“Non ti aspetterai certo che te lo diciamo.” Si gira verso di lui, lo sbaciucchia con la lingua che bene in vista va un po’ dentro e un po’ fuori e con la mano gli tiene la testa.

Dove ho visto un’immagine altrettanto bella nella sua drammaticità? Francesca Da Rimini fra le braccia del suo Paolo in una illustrazione della Divina Commedia?

“Tesoro” supplico tutto intenerito quasi mi avesse fatto un complimento, “ho capito. Ben mi sta.”

Lui la brancica sempre da dietro e si baciano; però lei, mi sembra, ha ritirato la lingua.

“In effetti” aggiungo, “non ha importanza se fai questo o quello. Anzi mi auguro che tu mi abbia ripagato con gli interessi.

Quello che vedo è insopportabile, come tante pugnalate. Avevi ragione tu.”

Giorni prima ero io in quello stesso letto che brancicavo un’altra; e lei ci aveva scoperto. Poi com’era andata?: io cercavo di rivestirmi in tutta fretta, quell’altra pure, e la mia adorata mogliettina distrutta, raggomitolata su sè stessa. Io chiedevo:

“E adesso?” e lei si struggeva:

“Non lo so, non lo so quel che farò. È insopportabile.”

Ora quello stesso spettacolo me lo devo subire io per quanto insopportabile sia. Pietisco:

“Dimmelo tu quando basta.”

“Beh” interviene l’altro parlando a lei sentendola inerte, “che ti succede?”

Stanno azzeccati, ma pare che qualcosa si sia interrotto: lei non gli dà più retta.

“Tesoro” mormoro, “ti amo tantissimo.”

“O-ho” fa quello. La scuote ma lei non gli risponde. “Io me ne vado” e la fissa, interrogativo. Poi scende dal letto tutto scuro.

Io, senza guardare che lei, gli dico:

“Per noi puoi pure andare a fare in cxxo; è vero, tesoro?”

Alessandro Conte


(Vi do appuntamento a mercoledì prossimo, 7 marzo, con altre pubblicazioni)

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Clara Pugliese ha votato il racconto

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😊😊😊Segnala il commento

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Alessandra79 ha votato il racconto

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Tutte e due piacevoli. BravoSegnala il commento

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Barbara Iodice84 ha votato il racconto

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Ale sei meraviglioso!!!Segnala il commento

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Valeria098 ha votato il racconto

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Ma che bravoSegnala il commento

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RobyST ha votato il racconto

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Bellissimi. Darei 9 e 9Segnala il commento

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Karol222 ha votato il racconto

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Un maestroSegnala il commento

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MaraCo ha votato il racconto

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Bei racconti , complimenti Segnala il commento

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Flora Riccio ha votato il racconto

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di AlessandroConte

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