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Narrativa

Realtà

Di Alessandro Mirante
Pubblicato il 05/12/2017

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Misi gli occhi su di lei una sera, mentre me ne stavo seduto fuori da un bar a fumare e a bere una birra. Ero uscito di casa per godere un po’ di quell’arietta primaverile che è solita rasserenarmi. L’indomani avrei dovuto consegnare un lavoro importante per la tesi di dottorando. Necessitavo di distrazioni, di volti sconosciuti, di voci. Avevo trascorso un lungo periodo chiuso in casa per la gran parte della giornata, concentrando tutte le mie energie nella ricerca e nella scrittura. La mia mente era sovraccarica di nozioni, concetti, definizioni, teoremi. Ero giunto al limite della sopportazione. C’erano stati momenti in cui  avevo creduto di essere prossimo a un esaurimento. Alternavo le sessioni di lavoro perlopiù con la masturbazione: alle volte optavo per i video; in altre volavo con la fantasia. Immaginavo per esempio una delle mie collega, Veronica, che suonava il campanello e mi chiedeva di poter salire per ottenere delle delucidazioni su questo o quell’altro argomento. Io le andavo ad aprire con il sesso semi eretto e la invitavo a entrare. Lei si presentava con un vestitino che le seguiva le forme del corpo con precisione. I miei occhi si perdevano nel suo seno piccolo ma invitante. Veronica avvertiva il mio desiderio e mi veniva vicino, sfiorando la mia bocca con la sua, e mi sussurrava che il dovere poteva aspettare. Allora prendeva le spalline del vestito e se le sfilava. Rimaneva nuda, completamente nuda di fronte a me. Accennava poi un sorriso e attendeva che mi spogliassi a mia volta. Entrambi senza più un capo indosso iniziavamo a baciarci, a desiderare il piacere dell’altro senza esitazioni, ci coricavamo prima sul divano, poi sul pavimento, ci esploravamo con febbrile lentezza, perlustravamo con gli occhi e con la lingua e con le labbra ogni centimetro della nostra pelle. Infine raggiungevo l’apice del piacere e mi afflosciavo sulla sedia, il computer acceso su un documento word, fogli di carta che ricoprivano la scrivania e il senso di solitudine che mi riassaliva non appena mi alzavo per cercare le sigarette.

Ebbene, notai una ragazza che sedeva con un uomo a un tavolino poco distante dal mio. Aveva i capelli lisci fino alle spalle, dai riflessi dello stesso colore delle more selvatiche. Il viso era asimmetrico, ma nel complesso ogni elemento che lo costituiva partecipava a creare un’armonia capace di eludere i difetti. Quando sorrideva potevo scorgerle un lieve diastema tra gli incisivi bianchissimi. Le sue mani mi ricordavano due batuffoli di lana: piccole e morbide. Cominciai a osservarla furtivamente, ma non resistetti ulteriormente: in breve non riuscii più a staccarle gli occhi da dosso. La desideravo con ogni parte del mio corpo. Potevo sentire la sua presenza vibrarmi sulla pelle. La sua voce squillava sopra tutte le altre: divenne predominante.

Ordinai un’altra birra e mi imposi di non fissarla più con prepotenza. Continuai a lanciarle delle occhiate sfuggevoli per controllare le sue mosse nei confronti dell’uomo che aveva a fianco. Tentavo di comprendere e di stabilire che genere di relazione intercorresse tra loro. Mi sentii pervadere da un egoismo irrazionale: pur non conoscendo quella ragazza, imponevo me stesso la convinzione che fossi il solo a meritare di averci a che fare. Ricominciai a osservarla con la stessa intensità di prima, fino a quando l’uomo si alzò ed entrò nel bar. Lei rimase seduta, si sistemò una manica del giubbotto di pelle e levò lo sguardo nel vuoto per qualche secondo. Ci fu un istante in cui i suoi occhi puntarono alle stesse coordinate dei miei: mi sentii avvampare e li distolsi immediatamente. L’attimo dopo l’uomo uscì dal bar e lei lo seguì. 

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