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Narrativa

Risvegli

Pubblicato il 03/01/2018

I risvegli: confine tra sogno e realtà

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Certe volte, in uno stato più vicino al sonno che alla veglia, allungava il braccio nel letto per cercarla. Gli occorreva di estenderlo del tutto, non riuscendo tuttavia a trovarla. Allora si avvicinava al suo lato, rotolando, e annaspava fino a giungere al contatto. Altre volte, con il gomito ancora piegato, incontrava subito il suo corpo, caldo e morbido, e prolungava il contatto con una carezza accennata. Lei rispondeva con un mugolio da cui lui avvertiva più fastidio che beatitudine. Oppure lei biascicava mozziconi di parole da cui lui decifrava: “è presto” o “per favore lasciami dormire”, sufficienti a fargli ritrarre la mano e a farlo approdare a un definivo risveglio. L’abbandono del sonno come la perdita di un’innocenza. Le occupazioni per il giorno nascente gli balenavano nella mente e si accavallavano. Diventavano un peso insostenibile. Allora tirava fuori il braccio dal caldo del piumone e andava a caccia della sveglia. Urtava contro qualcosa ma la spegneva prima che squillasse.

Era mattina presto quando questo accadeva ed era anche l’ora in cui lui sapeva che doveva alzarsi, prendersi uno schiaffo dal freddo, buttarsi l’acqua sulla faccia e trangugiare il caffè con due biscotti.

Sapeva di dover scendere le scale che ancora era buio, accendere lo scooter, percorrere le vie deserte e silenziose di una periferia addormentata e aspettare il treno delle 6:55, che dalla sterminata provincia conduceva al cuore della città. Questo doveva fare, tutti i santi giorni.

In questo momento lei sta dormendo, la testa affondata nel cuscino, abbracciando il piumone, così la immaginava - invidia e dolcezza - mentre aspettava sotto la pensilina.

Lei andava a letto sempre tardi per quel lavoro da cameriera e volesse Iddio che trovasse un altro lavoro, e scivolava silenziosa nel letto che lui già dormiva. Così, la mattina, lei recuperava il sonno perduto della sera.

Certe volte, in un soprassalto nel sonno, la cercava nel letto, e annaspava con la mano, e si sporgeva senza trovarla, avvertendo nelle dita solo il freddo delle lenzuola. Si destava, controllava la sveglia e si rendeva conto che erano le prime ore della notte e che lei non era ancora rientrata. Il sonno pesante faceva sballare gli orari. Imprecava contro l’inganno in cui era caduto e contro il lavoro che li teneva lontani. Troppo poco era il tempo che trascorrevano insieme. E il dubbio della presenza di lei nel letto, o la sua presenza inconsapevole, erano un malessere strisciante, un’inquietudine che si prolungava nella giornata.

La sentivano entrambi questa scollatura nella loro vita insieme, si comunicavano con gli sguardi, ancor prima di dirselo, il disagio per una intimità attesa e sempre rinviata, per una routine che sotterrava i progetti. Neanche la domenica insieme: lei a lavorare al ristorante e lui in casa. Lei, prima di uscire, gli dava un bacio intenso e veloce, poi di corsa giù per le scale.

Mentre lui aspettava sotto la pensilina lo sgomentava il pensiero dell’ora da trascorrere nella calca del treno. Lo spaventava l’idea di un’altra giornata in ufficio. Poi, alla sera, lo attendeva il solito percorso, all’inverso. Tutti i giorni così. E rientrare nella casa buia e vuota, che lei aveva lasciato per recarsi al lavoro. Trovare un biglietto sul tavolo di cucina che gli ricordava della lavatrice da accendere, di un piatto pronto nel forno, di una telefonata da fare, lasciando nel foglietto appena lo spazio per qualche parola del tipo: “Mi manchi” o “Ti amo”.

Anch’io, pensava, e riponeva il biglietto nel cassetto, tra gli altri cento, in segreto.

Una mattina aveva allungato la mano nel letto e l’aveva trovata, con naturalezza, ed era soddisfatto della facilità di quel contatto e si era soffermato con la mano sulla morbida rotondità dell’anca – lei dormiva su un fianco, dandogli le spalle – e mentre era pervaso da una ineffabile felicità, dalla bocca di lei, al posto dei soliti mugolii, uscirono delle parole, sussurrate ma chiare, nitide: “Io ti ho tradito”.

Rimase impietrito e per un attimo pensò di aver capito male o di avere sognato. Si trovò in piedi all’improvviso, il cuore impazziva nel petto e un tremito lo scuoteva. In quell’istante lei ripeté, sillabando: “Ti-ho-tra-di-to, tra-di-to”, come buttasse fuori una ossessione che covava. Lui rimase immobile nel suo pigiama, nel freddo, per un tempo indefinito, incapace di connettere e di prendere una decisione. La sveglia suonò. Pasticciò per spegnerla. Lei sembrava continuasse a dormire di un sonno pacifico, senza essersi accorta delle sue parole e della sveglia che aveva squillato. Lui si spaventò di questa immobilità. Pensò che fingesse.

Come dentro un incubo, percorse la routine quotidiana del lavarsi-vestirsi-fare colazione-accendere lo scooter-prendere il treno delle 6:55. Come un disco rotto, le parole: “Io ti ho tradito, tradito” gli rimbombavano nella testa vuota. Quando l’ira si acquietò lo invase un’infinita tristezza. Senza di lei la vita gli apparve nella sua smisurata solitudine. Lo affiancarono i sensi di colpa, il dubbio di non averla ascoltata, amata abbastanza, di essere lui stesso una causa del tradimento.

Le parlerò con chiarezza, il cuore in mano. Dirò che anch’io ho le mie colpe. Saremo pronti a guardarci negli occhi, e perdonarci a vicenda, e ricominciare, non come se nulla fosse successo, ma con una consapevolezza nuova: la coscienza delle nostre debolezze. Una complicità ci legherà più forte.

Il giorno passò tra tumultuosi pensieri. Finalmente arrivò la sera e con questa si riavviò la routine del ritorno a casa. Con sollievo infilò le chiavi nella serratura. Senza cenare s’infilò nel letto e si promise di aspettare sveglio il suo ritorno. Le frasi che aveva scelto erano quelle giuste. Studiava e si ripeteva le parole. Nonostante l’agitazione si addormentò.

Sognò una spiaggia bianchissima e deserta. Erano solo loro due, seduti sugli asciugamani. Forse la spiaggia di una vecchia vacanza, però diversa da tutte le altre, sconosciuta. Alle loro spalle la falesia imponente non lasciava varchi. Davanti a loro il mare trasparente che, con dolcezza, virava all’azzurro. Erano felici e non c’era bisogno di parole. Intorno, un silenzio surreale. Si alzarono di scatto per la calura e corsero per mano fino all’acqua: la sabbia scottava. Si tuffarono. A un certo punto lei non c’era più, ma lui non si allarmò. Lui galleggiava nell’acqua, si immergeva nelle profondità, virava, faceva capovolte, con la leggerezza e flessuosità di un pesce. Nuotava lontano e si perdeva in un’immensità che dava spavento.

Si svegliò di soprassalto, confondendo il sogno con la realtà. Tastò nel letto e subito la trovò che dormiva serenamente. Lo assalì un dubbio: anche la notte precedente mi sono ingannato e le parole: “io ti ho tradito” le ho sognate, era tutto un incubo. E più ci pensava, più si convinceva di questo, che quelle parole non erano vere, che era una sciocchezza, una cosa inconsistente, che era meglio non pensarci, non farne di niente e che un altro giorno lo aspettava.

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