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ConcorsiConcorso letterario "Inchiostro su tela"

Santa Chiara

Pubblicato il 05/09/2017

Il racconto, ambientato nel secondo dopoguerra napoletano, narra di una storia di indifferenza rivista da un adulto scampato alla tragedia dei bombardamenti, che ne fu protagonista da adolescente e ritorna sui luoghi della narrazione.

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Santa Chiara

Santa Chiara riluccica, nella tenue luce del vicolo dove il sole non batte mai tanto che è stretto. Il suo tetto oggi è imponente, rifatto quasi come quello di un tempo, custode silente di deambulazioni secolari in chiostri di clausura, di affidamenti e di preghiere accorate, antiche quanto la civiltà di questa città scolpita dalle mani felici e infelici dell’uomo.

Mi ritrovo affacciato al balcone di questa casa, ancora nobile e familiare, dove qualche vita fa sono nato e cresciuto. Percorro con lo sguardo il vicolo del Pallonetto, stretto tra il decumano maggiore e le vie dei presepi, provando di nuovo, in un gioco solitario e infantile, a scandirne con gli occhi dell’immaginazione ogni porta ed ogni finestra, fino a incrociare il muro di cinta di quel monastero dove un tempo finiva il mio mondo, col profilo altissimo del suo campanile, miracolosamente scampato all’incendio di uno storico bombardamento dell’agosto ’43. Le fiamme impiegarono due giorni per mangiarsi, trave dopo trave, pietra dopo pietra, quel che restava di una storia secolare di fede e di devozione. Al termine fu solo sapore di fumo e volti anneriti della gente del vicolo, che aggrappandosi a quel campanile non smise di credere nella potenza protettrice della santa.

Fu il più grave degli atti di quella violenza inaudita abbattutasi dal cielo su questa città prima dell’armistizio, che, altrettanto miracolosamente, trasformò i suoi carnefici in salvatori.

I mie tredici anni mi aiutarono, se non a comprendere, ad uscire dalla solitudine di quelle stanze, dove all’ombra di un casato nobiliare consumai un’infanzia lontana dal resto del vicolo. Tra la polvere delle macerie, accompagnato dall’aroma sanguigno di sacrifici umani, abbracciai la sofferenza di padri, di madri e di figli uguali a me, mischiandomi nel suono di impietose sirene notturne a un mondo di vite sino allora viste dall’alto. Nella penombra della città sotterranea, coi suoi rifugi scolpiti dal tempo, non ci fu più spazio per alcuna distanza.

E venne il momento degli alleati. Quegli stessi che dopo i bagni di sangue e le tragedie causate regalarono bagni di folla, fitti di gente pietosa e inconsapevole, ancora una volta spossessata del suo destino. Furono giorni di festa, di razioni di pane per tutti, di facce dei guaglioni di Napoli imbiancate dalle nuvole del DDT, di polizia militare e figli della guerra, di frenesia ritrovata. Il cuore della città riprese a pulsare nella sua disperazione, nutrendosi con l’illusione della notte appena passata. Il Pallonetto di Santa Chiara, come il resto del mondo, assaporò il gusto agrodolce della sconfitta e della vittoria. Della pace ritrovata. Della normalità faticosa e incipiente. Delle distanze ristabilite.

Dal mio osservatorio sul vicolo scoprii l’indifferenza. Quella degli altri nei miei confronti, di nuovo estraneo al suo mondo, che pure la guerra aveva ringiovanito con una sorta di selezione innaturale. Quella della gente del Pallonetto nei confronti di se stessa, ritrovatasi impegnata nella sua secolare lotta per la sopravvivenza. Una forma di guerra già vista, strisciante, cui era geneticamente pronta, coi suoi tributi di vittime sconosciute. Militi ignoti della sopraffazione quotidiana.

Nella massa di macerie umane che rigurgitava dal vicolo, a trafiggermi fu il suo sguardo di giovane donna, colto durante le fugaci apparizioni incorniciate da una finestra che si apriva proprio di fronte al mio balcone. All’arrivo degli americani in città, quella casa semidistrutta era stata occupata da gente estranea alla mappa del vicolo. Una famiglia orfana di un padre, si disse, forse caduto al fronte.

Tempo dopo, una sensazione nuova e diversa dalla curiosità mi spinse a chiedere di quella ragazza, non più giovane di me, dallo sguardo svanito che ancora oggi, lontano dalla frenesia di quei giorni, stento a comprendere a cosa o a chi fosse diretto.

Un corpo minuto, insignificante, due occhi stanchi incastonati in un volto sfatto e incapace di espressioni compiute. Non ricevetti risposta da mia madre, che mi ignorò come era solita fare, presa da maniacali premure che la miseria del mondo aveva rese se possibile ancor più ossessive. La governante di casa, navigata donna del popolo, percepì quel fremito nuovo e sentenziando “… è gente straniera, non appartiene a nessuno del vicolo”, rimosse a modo suo la faccenda Le due donne ottennero l’effetto contrario.

Le apparizioni della ragazza senza nome divennero, più che rare, rarefatte. I tentativi di comunicare con gli occhi, o anche solo d'incrociare il suo sguardo, inutili. Ne leggevo a tratti l’espressione: trasudava un’esperienza di vita vissuta che non poteva appartenere alla sua età. Mondi confinanti, distanti appena due braccia, tanto quanto la larghezza del vicolo. Una distanza resa incolmabile dall’indifferenza del mondo.

Era il quattro di maggio, quando per caso, nel trambusto degli sfratti forzosi che in quella data come ogni anno animavano il vicolo, mi accorsi di una presenza maschile nella penombra della stanza. Presi da allora ad annotare mentalmente i volti di uomini che, a ore svariate, attraversavano il portone del rudere, fino alla chiusura delle imposte della finestra. Lì si fermava la mia immaginazione.

Ne ricavai una sorta di rituale, che imparai a decifrare con l’istinto e l’irrequietezza di miei tredici anni.

Lo sguardo assente della ragazza senza nome mi fu d’improvviso familiare. Ogni sera, prima che le luci del Pallonetto si spegnessero, presi a chiamarla nel buio, sussurrando nomi di donna sempre diversi. I mei sogni furono invasi da attraversamenti notturni del vicolo. I mei risvegli da speranze perennemente frustrate. Generai quell’insofferenza insana di adolescente nei confronti dell’insolenza di un mondo ansimante, ancora così profondamente estraneo, fatto di piaghe di guerra incurabili, animato da istinti primordiali di sopravvivenza. Un universo d’indifferenti.

Lo sguardo puntato nel vuoto della ragazza senza nome prese allora le sembianze della sofferenza: quella infinita della violenza, indicibile, di una giovinezza negata.

La videro una mattina lasciarsi cadere nel vuoto, attorniata da una selva di voci urlanti, spettatrici di una tragedia la cui protagonista avrebbero conosciuta solo da morta. Me compreso, che non avevo capito quanto quella vita fosse stata in bilico tra una falsa maturità e una verità inaccettabile.

Amo pensare che Santa Chiara, protettrice del vicolo e della sua gente, un istante prima del suo ultimo sussulto abbia afferrato l’anima della ragazza senza nome, trascinandola a sé, leggera. E che entrambe, ora come allora benevolenti, mi osservino ancora affacciato alla balconata dell’indifferenza.

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