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Autobiografia

Scrittura creativa

Di Maria Cristina Vezzosi
Pubblicato il 21/11/2017

Ho sostato in biblioteche periferiche, sale consiliari e sale da tè. Ho raggiunto isole e scalato monti. Ho ascoltato docenti visionari, docenti icone del nerdom e docenti che non credono nei corsi di scrittura creativa. Una notte ho udito persino il bramito del cervo ma scrivevo d'altro.

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Hai iniziato a scrivere senza sapere cosa stavi facendo. Non avevi velleità artistiche allora. Ti bastava appagare la tua smania di renderti immortale e come ogni principiante poco dotato di fantasia e sufficientemente egocentrico, scrivevi di te senza concederti alcuna licenza poetica. Del resto al liceo i tuoi temi di quattro colonne non erano tra quelli che il professore leggeva coi lucciconi agli occhi: nessuna inventiva né trasposizioni temporali che ti spingessero a scrivere qualcosa che non fosse la pura verità, nell'ordine cronologico in cui i fatti si erano avvicendati. Ma non ti importava, tanto tu andavi forte nelle materie scientifiche. Negli anni i gusti cambiano e dunque ti chiedi se la tua scrittura senza flashback né flashforward e con eccesso di voli pindarici, sia creativa e cerchi una risposta in un corso apposito dove scopri l'indiretto libero e l'utilità dell'indizio nascosto per un colpo di scena finale. Ti dicono che non scrivi poi così male ma si può sempre migliorare magari per una volta potresti provare con un argomento diverso da quelli che tratti di solito. Cosa c'è di più lontano dalla tua vita concreta? Immagini la Terra in un tempo futuro, descrivi la solita catastrofe provocata dall'uomo in modalità autarchica, non auspicabile ma prevedibile e insinui una speranza di salvezza intorno a un nucleo famigliare, a cui metti in bocca frasi provenienti dal tuo focolare.  Il docente approva: Sembra Andromeda di Crichton, leggilo. E tu lo leggi e scopri che il verbo sembrare può avere sfumature e profondità diverse. Ma non demordi, la vita offre ogni giorno spunti nuovi e tu credi di avere capito come rielaborare quello che ti succede. Usi esclusivamente la prosa: la poesia ti terrorizza, se ti scappa un verso ne sei schifata come per un peto in pubblico, anche se nella vita quotidiana se vuoi utilizzi abilità di sintesi verbale, quando sei sola col foglio bianco prevale il tuo lato oscuro che è logorroico. Applichi gli insegnamenti ricevuti: elimini i pensieri, descrivi le azioni, eviti le spiegazioni; costruisci i personaggi piallandoli in modo che risultino credibili. Cerchi di rendere reali gli oggetti che descrivi andando oltre la vista e l'udito: tu li annusi. Non scrivi tutto, hai il coraggio di tagliare: assemblare bellissime frasi non assicura un risultato decente. Cerchi di fare ridere, di fare piangere e lasci in attesa il lettore. Mostri, non racconti. Di fronte a un problema personale concreto la scrittura creativa si fa autobiografia e quando il morbo è ingravescente scivola nella medicina narrativa, che è una cosa a metà tra la tua arte presunta e una terapia di sostegno psicologico ma dove nessuno fa caso al tuo stile. E tu vai per la tua strada, ti impegni ogni giorno per un tempo sempre più lungo fino a che l'azione terapeutica sottende un raptus che ti spinge a pensare soltanto a quello che stai scrivendo, anche quando fai la spesa al supermercato. Ti preoccupi ma poi scopri che così deve essere. Pensare al romanzo anche quando non si ha il foglio davanti, rielaborarne la struttura mentre scegli la verdura, arricchire la psicologia dei personaggi davanti al banco forno mentre servono il trentadue e tu hai il sessantuno, abbellire le atmosfere mentre compri le piante di stagione, è un traguardo da raggiungere per poter ambire al livello successivo: da apprendista ad aspirante scrittore. Continui a frequentare corsi di scrittura ma te la fai coi principianti perché - hai provato personalmente - nei corsi avanzati i tuoi colleghi si sentono degli arrivati inarrivabili. Conosci nuovi docenti che ti fanno riflettere sul fatto che ancora non scrivi poi così bene e che ti serve dieta e disciplina. E tu ingurgiti russi e americani senza preoccuparti della guerra fredda e per dessert ti fai una coppetta di Anna, Emma e Lolita (come: non li hai letti?). Per aumentare la produttività scrivi anche al gabinetto così riesci a sforare i 3K quotidiani. Cambi ritmo, diventi pignola, fai gli occhi alle virgole e scopri con piacere che sai dove collocare il punto e virgola e i due punti. Sei stata domata ma rimani selvaggiamente esibizionista - lo eri già prima di scrivere, non so se te ne eri già accorta quando frequentavi cori e compagnie di teatro amatoriali - e mandi i tuoi racconti in giro agli amici aspettandoti complimenti articolati. Non ti basta un brava ma non vuoi nemmeno la piaggeria di un bravissima né ti accontenti di un secco mi fa schifo. Speri che qualcuno ti dica mi piace/non mi piace - poco/abbastanza/tanto - perché... L'unico commento utile che te ne viene è da un amico artista che ti dice: tu vuoi essere troppo brava. Che se ci pensi bene è un colpo alla tua vanità perché significa che la tua ricerca ossessiva della forma perfetta è andata a scapito dell'atmosfera, se mai eri riuscita a creare una. Allora capisci l'arcano, ecco perché nei concorsi vieni sorpassata da testi che indugiano in errori di battitura, ignorano la grammatica e la sintassi, evitano di articolare una struttura e trascurano l'importanza dell'incipit. Tu che ancora ti ostini a cercare Incipit di Fruttero e Lucentini per leggere altro che non sia il solito Tutte le famiglie felici... e capire l'essenza dell'immortale inizio. Tu che non ami particolarmente Pennac ma in veste di ennesimo apocrifo di Voltaire, difendi a spada tratta il suo decalogo del lettore e ti arroghi il diritto di chiudere un libro sulla prima pagina se l'inizio non ti convince. Ti hanno insegnato a evitare le banalità e ad annullare la d eufonica tra vocali diverse e che l'incipit è l'ultima cosa che si scrive perché deve contenere la summa teologica del tuo romanzo e intanto incappi in racconti che iniziano con frasi banali prive di mordente e proseguono con situazioni in cui non succede assolutamente niente. Inciampi incredula nei punti esclamativi mentre ti hanno assicurato che uno per tomo sia già troppo. Perché dovresti continuare a leggere tali testi? La risposta te la da una tua compagna di corso che alle tue dichiarazioni sulla supremazia dello stile - ammesso che tu l'abbia - e del linguaggio - ammesso che tu lo conosca - con occhi sognanti ti miagola: sì, però anche la storia... Hai voglia a citarle Queneau e il suo bottone perduto sul tram a mezzogiorno: non cambia idea. Ma ha ragione lei. Tu chiudi un libro sciatto a prescindere da storia e personaggi invece lei rimane affascinata dalle sbavature che conferiscono umanità alle parole, ti rubano l'anima, ti spremono una stilla. E tu non sai sbavare. Non scateni patemi e viene meno quella lacrima sul viso che offusca la vista e nasconde gli errori e le banalità.

Sarebbe meglio che tu smettessi di leggere e rileggere. 

Sarebbe ancora meglio se ti chiarissi cosa è che desideri perché se ti aspetti il consenso universale allora è meglio che tu smetta di scrivere.

Ma ami la coerenza e continuerai imperterrita scrivere quello che ti pare con ironia, anche se non è di moda, perché nessuno ti può impedire di scrivere quello che sei.


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di Maria Cristina Vezzosi

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