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Narrativa

Senza ombrello

Pubblicato il 18/04/2017

Senza ombrello...

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Avevo camminato trascinando i piedi per via Cimarosa e poi sotto i faggi di via Roma. A passo lento, con la testa all’indietro verso il cielo buio di gennaio che gettava neve su neve. La neve che continuava a cadere era rimasta immacolata solo oltre il marciapiede, nel posteggio dei camion dell’officina. “Dove dormono i camion” dicevo da bambino.

“Vuol venir sotto?” sentii chiedermi.

Mi voltai pulendomi la faccia e quello stropiccìo diede al signore coi baffi l’idea che fossi veramente fradicio, che camminassi da chissà quanto tempo.

“No grazie” risposi abbozzando un sorriso.

Ero ormai di fianco alla scuola media. Dovevo senza volerlo aver rallentato il passo perché sentivo la camminata dell’uomo premere la neve sporca. Finché l’ombrello nero mi coprì la testa, timidamente però, come per smentire i baffi severi di chi lo stringeva.

“Su, venga” disse affabile.

Dopo quell’invito, però, seguì solo silenzio. Un silenzio pesante, in cui sentivo il respiro laborioso del signore coi baffi, appesantito dal fumo di chissà quanti anni.

“Questa era la mia scuola media” dissi pulendomi la faccia con le mani.

“Anche mio figlio viene qui.”

“Chi ha di italiano? Il maestro Vincenzo?”

“No” rispose. “Quello se n’è tornato al suo paese.”

“Peccato, faceva ancora imparare le poesie a memoria.”

Il signore coi baffi fece una smorfia strana e gettò il mozzicone di sigaretta sulla strada. Proseguimmo verso via Cavour, mentre a sinistra iniziava a spuntare la chiesa. La neve aveva sepolto il crocifisso.

“Tu la sai una poesia a memoria?” mi domandò.

“Sì” dissi sorpreso “ne so qualcuna.”

Il signore coi baffi mi guardò di traverso, poi tornò nel suo silenzio che non mi faceva più alzare la testa verso la neve.

“Perché me lo chiede?” ripresi.

“Perché ne sapevo anch’io una, una volta…”

“Si ricorda il titolo?”

“Mi sa di no” disse guardandomi finalmente in faccia. “Lavoro fuori, rientro tutte le sere a quest’ora, leggo poco...” aggiunse giustificandosi.

“Da quanti giorni nevica?” gli domandai tanto per parlare.

“Quattro, forse cinque.”

“A me tutta questa neve comincia a fare paura.”

In realtà avrei voluto dirgli che mi sentivo stanco anch’io, che la sua faccia avvizzita, all’ingiù, con quella mano gelata che reggeva l’ombrello anche per me mi avevano riempito di tristezza. Invece restai zitto a guardare la via deserta che lentamente tornava bianca.

All’improvviso iniziò a sentirsi un rumore di tacchi, un rumore scandito e regolare, come se le scarpe non premessero sulla neve. Tutti e due ci girammo di scatto e restammo a guardare una ragazza in lontananza, senza ombrello, che veniva verso di noi. Camminava costeggiando la scuola, gettando occhiate a terra per schivare le pozzanghere di fanghiglia.

“Vuol venir sotto?” chiese l’uomo nello stesso modo in cui si era rivolto a me.

La ragazza non rispose.

“Vuol venir sotto, signorina?” ripeté a voce più alta.

“Io?” fece confusa “Sì grazie…” disse trafelata con la voce che non le usciva. “Grazie, scusate… ho dimenticato l’ombrello… non ricordo più dove… forse al bar dove ho preso il latte caldo” e ritentò un sorriso. “Quanta neve, mamma mia…” provò ad aggiungere dopo altri passi.

Il signore coi baffi frugò nelle tasche a caccia di un’altra sigaretta e lei vedendolo in difficoltà gli prese l’ombrello sfiorandogli la mano.

“Volete?” disse col pacchetto aperto.

Fumammo tutti e tre, lasciandoci alle spalle via Montessori innevata ai lati. In via Galilei la neve si affossava disegnando zampe di cane e segni di scarponi.

“Sei straniera?” chiese il signore alla ragazza.

Lei lo guardò spalancando gli occhi, trattenendo il fumo, forse spaventata dalla sua voce rauca o dai suoi baffi folti. Rispose di sì con un gesto del capo. Poi ancora altri passi. Ancora altro silenzio.

“A me quello che fa paura invece non è la neve, ma che nessuno in questo momento mi sta pensando” disse il signore coi baffi guardandomi dritto in faccia, come per riprendere un vecchio discorso. “Adesso quando mi alzo sento il corpo affaticato e penso che potevo vivere in un altro modo. Faccio questa strada da vent’anni. Vent’anni!” gridò tirando con accanimento la sigaretta “Pezzo a piedi, metropolitana, pullman e altro pezzo a piedi. Al ritorno uguale: pezzo a piedi, pullman, metropolitana e altro pezzo a piedi. E ci credi? di tutti questi anni non ricordo nessun giorno. Nessuno! Tutti uguali, senza possibilità di distinguerli. Anzi, se ci penso bene sono un giorno solo. Sì, una vita di un giorno solo, come quella di certi insetti” continuò passandosi una mano tra i capelli sporchi di neve “Nessuno si preoccupa più se rientro tardi, se non ho l’ombrello, se la cena sarà fredda. E sarà fredda” ribadì indicando casa sua con un’alzata di mento.

Una macchina sollevò acqua da una pozzanghera che mi finì sui pantaloni. Stavo per dire qualcosa che non c’entrava niente, solo per interromperlo, ma lui riprese più infervorato “Tutti questi anni aspettando che cambiassero le cose… avanti e indietro aspettando che cambiassero le cose… mi hanno fatto credere che non avevo tempo per niente, solo per aspettare che cambiassero le cose” e sbirciò per un attimo gli occhi della ragazza e poi il cielo che sembrava scaricargli a posta tutta la sua neve addosso “La moglie, i figli, gli amici quando li incontri dal tabaccaio o al centro commerciale, pensano che sai cavartela da solo, che vai avanti, e non ti pensano più, non ti chiedono niente”.

“Le è venuta in mente la poesia?” chiesi appena respirò per prendere fiato.

Il signore coi baffi allora fermò il passo, alzò gli occhi e corrugò la fronte “Forse diceva che la donna è una pollastra, una ‘bella pollastra’, mi pare. O forse invece no…” e mi sorrise per scusarsi dello sfogo.

Eravamo arrivati davanti a un palazzone di dieci, forse quindici piani. Il signore coi baffi tirò fuori le chiavi del portone e passando l’ombrello alla ragazza disse “Ecco, tieni” e se ne andò dimenticando di chiudere il cancello.

Io e la ragazza tornammo indietro, mettendo sotto l’ombrello la mia metà sinistra che prima era rimasta fuori e la sua metà destra che non era mai stata coperta. Davanti a noi ancora le orme dei cani e degli scarponi. In via Montessori una macchina si allontanava sbandando. Il bar dei cinesi era l’unica insegna illuminata.

“È quella lì in fondo via Pascoli?” mi chiese.

“Sì, è quella che porta alla tangenziale” dissi perplesso.

Mi chiese di accompagnarla. La neve adesso era diventata pioggia sottile.

“Tu la conosci quella poesia che aveva in mente il signore?”

“Sì, ma non me la ricordo” risposi balbettando.

Scrollò le spalle e guardò altrove. “Sono arrivata. Mi lasci l’ombrello?” chiese senza aspettarsi risposta.

Mi fermai a guardarla sperando che mi tornassero in mente i versi della poesia o che mi chiedesse qualcos’altro. Invece appena le risposi che l’ombrello poteva tenerselo disse “Io ho appuntamento qui. Tu vai”.

La fissai ancora, senza riuscire a muovermi.

“Vattene” ripeté.

Mi incamminai dandole le spalle. La pioggia riprese a bagnarmi la faccia. Il crocifisso della chiesa adesso si vedeva di nuovo. Prima di riprendere via Montessori mi voltai un’ultima volta e lei era ancora lì, ferma, all’angolo della strada.

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di Marco Balzano

Ospite Belleville