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Erotico

Sere fuori

Pubblicato il 26/12/2017

Un tranquillo apericena tra amiche

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Francesca non è una donna da tanti preamboli.

Mi aspetta in mezzo alla strada e mi fa segno, mentre mi tiene il posto del parcheggio.

Dopo che siamo entrate nel locale si toglie il cappotto, il capello e rimane fasciata in un vestito rosso e nero, appariscente col suo bel seno, ma non troppo, mai troppo volgare.

Poi si scuote i capelli e si siede di fronte a me.

“ Allora, come va?” chiedo.

“ Bene, stamattina ho scopato. E poi è stato anche l’ultimo giorno di scuola. Sono stravolta, è da stamattina che non rientro. Sai, ho preferito riordinare la classe” mi dice.

“ Certo, immagino” dico io.

“ Immagini cosa? “ mi chiede.

“Immagino, tutto il lavoro da finire, ora che poi sarete a casa per le vacanze” rispondo.

“ No, scusa. Pensavo che immaginassi la mia scopata” .

Ride Francesca, buttando indietro la testa. E sarebbe bellissima, anche se non fosse amica mia.

E se non fosse per le capsule che foderano i denti anteriori e per la retrazione delle gengive, che si vedono mentre spalanca la bocca, le daresti trent’anni.

Rido pure io.

Mi piace questo modo maschile di parlare di sesso. Su di lei non stona.

“ Perché te l’ho già detto che per me il sesso è un diritto, si’? E mio marito sono anni che non mi scopa, anzi che non mi tocca neppure. Secondo me ha una seconda vita, l’ho già pensato, magari è omosessuale e non me lo dice. Te l’ho già detto, si’?” mi ripete.

Annuisco. “ Si, ne abbiamo parlato un’altra volta ”.

“Allora stamattina salgo sulla bella macchina del tizio e lui inizia ad autocelebrarsi. Anche mio padre lo fa, in effetti. Ma lui mi infastidiva di più. Però mi son detta:” Francesca stai zitta che questo ti porta in un posto caldo, pulitissimo, accogliente. E poi ti lecca ,e tanto, e poi ti scopa...” prosegue.

Il cameriere si avvicina per le birre, io sono un poco in imbarazzo, così abbasso il tono della voce, sperando che anche lei lo faccia.

Invece lei mi molla li’, e va in bagno.

Poi torna e mi dice:” Serviamoci” e si dirige verso gli scaldavivande per servirsi gli stuzzichini.

Io la seguo con la borsa a spalle. Non si sa mai. Me lo dice sempre lei:” È il controllo che ti salva”.

Ci risediamo. “ Gliel’ ho detto dopo, però. Noi andiamo più d’accordo in orizzontale, che in verticale. Ma non si è offeso. È da settembre che scopiamo una volta alla settimana. Mica rinuncia alla sua trasgressione” continua lei, mentre morde il pane.

“ E tu?” mi fa.

“ Sempre uguale” rispondo.

Mi interrompe :” Guarda, tu sei bravissima. Te l’ho già detto. 

Ma dopo venti anni che si sta con uomo, non si scopa più. Lo dicono tutte le mie amiche con cui ne parlo. A parte che il sesso a loro non piace, e già non so come fanno. Ma poi lo fanno per dovere. Come bollare la cartolina. Vuoi mettere con TUN TUN TUN...ben fatto?”.

E me lo dice mentre simula il movimento.

Però la guardo senza fiatare perché Francesca è un fiume in piena, quando attacca a parlare di sesso.

E probabilmente ha ragione lei.

“Io non credo nella monogamia, te l’ho già detto, si’? Non esiste neppure nel mondo animale, tranne che per gli uccelli, mi pare. È uno stereotipo che hanno imposto a noi donne a suon di botte, violenze...”continua.

“ Vabbe’, adesso non esagerare. Era per essere sicuri della progenie. Mater certa est. Cose così. Per l’uomo è sempre stato diverso, lo sai. Le case chiuse sono esistite per anni e frequentate, eccome.  È  solo ora che noi donne ci stiamo evolvendo” rispondo.

E poi in realtà nello stesso istante mi vengono in mente la primaria nuova incaricata che è stata l’amante del primario di cui era aiuto, l’aiuto chirurga che era l’amante del primario di endoscopia digestiva, la capo dei servizi che è l’amante del direttore sanitario. 

Ed insomma che sempre da lì le donne sono dovute passare. 

O hanno voluto passare, che è quasi la medesima questione.

E continuano a dover passare.

Ma Francesca lo fa per se stessa, di questo sono sicura. Per se’ e per l’amore spasmodico che ha per il sesso.

Demanda la sua felicità a quell’atto fallico, di cui ha sempre bisogno, come un tossico della roba o un giocatore dell’azzardo.

“ Perché continui a restare con tuo marito?” glielo chiesi un’altra sera.

“Altrimenti sarei stata la più grande puttana della città, se non fossi rimasta insieme a lui. E lui non so. Saremmo diventati le due persone che non avremmo voluto o potuto diventare. È la paura che ci tiene uniti. E poi ci occupiamo uno dell’altro. Dico sul serio. 

Non mi credi?”.

Mette la testa di lato Francesca e mi sorride.

Si’, le credo.

Come credo che si arrampichi sulla diagonale del suo matrimonio andato a male, da venticinque anni, come un’equilibrista sulla linea, con la stessa maestria con cui ha attraversato la strada ghiacciata sui tacchi per corrermi incontro, stasera.


Mio marito si è messo in testa che Francesca sia un uomo, perché non l’ha mai vista e sono sempre tanto vaga sui discorsi che facciamo di fronte alle birre.

Le piacerebbe incontrarla qualche volta, ma non credo che accadrà mai.

Francesca si cambia d’abito dentro l’auto, si strucca e ripone il vestito attillato e le scarpe col tacco nel sacco dello yoga. 

Poi rientra in casa con la borsa a spalle.

Me lo dice sempre Francesca, ogni volta che ci incontriamo:” È il controllo che ti salva”.



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Edoardo Radaelli ha votato il racconto

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rebecca raineri ha votato il racconto

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Isabella Nenci ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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anna siccardi ha votato il racconto

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Danilo ha votato il racconto

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di Hollyy

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