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Narrativa

Settanta

Di Enrico Ernst
Pubblicato il 11/10/2017

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Nasce un anno dopo la strage di piazza Fontana. Suo padre, studente in filosofia, dice di aver sentito il botto, da un'aula dell'Università Statale occupata. Suo padre indossava occhiali dalla montatura nera e portava la barba nera come Fidel. Non sapeva suonare la chitarra, ha mentito per anni. La bomba alla Banca dell'Agricoltura esplode alle 16.37, del 12 dicembre 1969, lo sanno tutti, o quasi. Mi pareva fosse successo di mattina. Guarda a volte l'ignoranza. Nel dicembre del 1970, quando in Italia si tentò un colpo di Stato, Emanuele c'era da un paio di mesi. La possibilità di un Colpo di Stato fascista fu per anni qualcosa di presente sotto la sua pelle d'infante. A quarantacinque anni ricorda ancora quella sensazione. Ricorda quando nei sogni iniziò ad accadere: che i militari, i fascisti, prendevano il potere in Italia.

E intanto abita con i genitori in viale Washington. Suo padre non vuole comprare la lavatrice, e la madre lava i pannolini a mano nella vasca. Il monolocale è diviso da un armadio bianco.
Vicino alla finestra, quattro chiodini sospendono, su una parete spoglia, un poster con il ritratto pop del Che e per Emanuele è tanto sorprendente che suo padre e Che Guevara non siano la stessa persona. Un giradischi porta nell'aria Bocca di Rosa. La donna con la testa a forma di cuore è sul treno. Quando arriva in stazione, Emanuele chiude gli occhi e si dice: ah sì...
A partire dagli otto anni si mette a discutere con le canzoni. A nove compone testi da musicare dedicati alla figlia della portinaia. A dodici anni, si acciambella su un divano arancione e impara a memoria Titanic di Francesco De Gregori. E, comunque, ha un fratello di due anni più piccolo.

Nel marzo 1978, si trova ai giardinetti dietro alla Chiesa di Santa Maria alla Fontana.
I suoi genitori gli hanno affidato Alessandro.
Emanuele e il fratellino incontrano al bar d'angolo Luca, Luigino e Giampiero. Luca ha il papà fruttivendolo che è venuto su da Trani; a casa sua non si beve l'acqua mentre si mangia.
Soldi per comprare il ghiacciolo non ce ne sono. Forse per una liquirizia. Le loro camicette hanno le punte del colletto molto lunghe. Suo fratello, per giocare a pallone, è ancora piccolo, quindi: o guarda seduto sulla panchina, o gioca nella sabbia, sullo scivolo, oppure bisogna inventarsi qualcosa. Però poi Giampi dice: "Ragazzi, guardate, c'è la stella". Che - lo sanno - significa Brigate Rosse.

È dipinta in un sottoscala.
Giampi eccitato: "Venite, venite... Guardate anche voi!"
Fu Luca a proporre: "Chi ci passa attraverso? Chi si avvicina alla stella?"
Si trattava di attraversare il corridoio, sfiorare la stella rossa, magari anche toccarla con le dita - se avanzava del coraggio - e uscire sul retro
dell'abitato in un cortile interno.
Luca sussurrò: "C'è anche una scritta... chi è che ci legge?"
Emanuele teneva Alessandro un passo indietro, si chinò alla sua altezza e gli disse: "Tu stai qui e non ti allontanare... questi sono pazzi..."
Però non si mosse. Si mise ad aspettare che gli spuntasse in cuore una briciola di forza d'animo per affrontare da solo le Brigate Rosse.
Luigino, che era un piccoletto scuro con dei baffetti in grande anticipo sui tempi, annunciò: "Mia mamma mi aspetta". Emanuele lo guardò allontanarsi per via Sebenico.
Poi disse: "Vado". Si mise a correre nell’androne, ma non appena si avvicinò alla stella gli venne una fiammata dentro, e tornò di volata. Era troppo. Troppo. Almeno aveva visto cosa c’era scritto: Nulla resterà impunito.
“... Mi dispiace... c'è mio fratello, capite? Non è che posso rischiare..."
Luca gli diede uno scappellotto, senza prenderlo. "Potevi anche passare no? Eri lì, eri!"
"Ma hai capito cosa c'è scritto sotto?" Quindi glielo sillabò. Luca non conosceva la parola "impunito", ma disse lo stesso: "Embè?"
Giampi con un sorriso da provocatore fece eco: "Embè?"
"Embè... quelli hanno le armi, lo sapete? Lo guardate il telegiornale? Pum pum". Mio fratello mi tirò per la manica.
"Niente, niente Ale, adesso lasciamo qua i coraggiosi".
"E vai allora, vai con Luigino" disse Luca.
"Disonore" disse Giampi. Da dove la tirava fuori quella parola? Suo padre doveva essere di destra... Eh già! Ecco il punto: erano di destra,
erano. E allora, bastava dirlo, no?
Prese la mano del fratello. "Mi fai male" si lamentò Ale.
"Divertitevi" disse agli amici.


Poi un uomo - pareva un muratore per via dei calzoni - uscì da un portone al civico 7. Anche una donna, che con uno scopettone lavorava sul marciapiede, si arrestò, con un'espressione attonita. Non c'erano negozi, allora, né ristoranti. L’operaio disse qualcosa a un tizio che camminava dalla parte opposta della via, e quello si fermò e fece segno, come a dire: "Non è possibile".
Al terzo piano, il vecchio eccentrico dal barbone bianco doveva avere ritirato il pappagallo parlante. Emanuele pensò che bisognasse difendersi, e che a lui soprattutto toccava difendere e salvare Alessandro. Magari addirittura portarlo via, lontano dal pericolo. Ma senza correre, al rallentatore. Fu spaventoso ed esaltante insieme. Il muratore urlava, unico nella via ad avere la capacità di muoversi: "Hanno rapito Moro". Emanuele strinse la mano di Ale, perché dovevano, innanzitutto, per salvarsi, attraversare la strada.

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di Enrico Ernst

Ospite Belleville