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Autobiografia

Sibilla tien fede al suo nome.

Pubblicato il 21/12/2017

Una lettera che riabilita un'esistenza (ma non due).

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“Così la neve al sol si disigilla,

così al vento ne le foglie levi

si perdea la sentenza di Sibilla.”



So che ha una lettera, nascosta in un cassetto poco in vista della sua piccola stanza in affitto. E’ un tesoro che custodisce gelosamente da lungo tempo, unica prova che la sua vita, almeno per un periodo, è stata degna d’essere vissuta. S’era sempre disprezzata con acredine, prima di quel lontano pomeriggio d’aprile, in cui sono bastate poche vere parole a farle capire che persino il cielo di una provincia opprimente sa essere generoso, al calare della sera.

Nel cassetto non c’è altro, solo un po’ di polvere e quel preziosissimo foglio di carta, consumato da mille avide letture, al timido chiarore di una abat jour, nel cuore di centinaia di notti inquiete. Ma quel cassetto è chiuso da anni e Sibilla ha iniziato a tener fede al suo nome, da tempo non risponde più in modo chiaro, specie sul suo passato. Impossibile strapparle di bocca altro che non sia quello stirato sorriso, da cui centellina non più di qualche minuta ed equivoca parola.


Quella lettera l’ho scritta io, ma non c’è verso di farla ragionare, rimane pure con me, per l’appunto, sibillina. E le sue risposte enigmatiche ed ambivalenti hanno finito col confondermi, con l’ingannarmi.


Cosa esattamente aveva reso quel periodo tanto degno?


Ho bisogno di saperlo. Ne ho bisogno per riabilitare la mia esistenza, alla luce di quella lettera scritta anni fa e ora così lontana nella memoria e così confusa e impalpabile, annacquata dai molti mestoli delle sue risposte elusive. Ho sbagliato tanto nella mia vita ed in quel cassetto c’è forse l’unica cosa che, voltandomi indietro, non chiamerei errore. Sorride Sibilla, alla mia insistenza. Il suo sguardo sembra dirmi che quella lettera, scritta dalle mie mani nervose e bagnata dalle mie lacrime, deve semplicemente smettere di significare qualsiasi cosa per me. Essa è tutto per lei, non ha altro, e come consolazione è troppo piccola per poter essere condivisa. Sibilla conserva in quel cassetto un pezzo della mia vita che tanto abilmente ha saputo e voluto farmi dimenticare e non vuole rendermelo. Ne sento, urente, la mancanza. Ma non posso che lasciarglielo. A lei serve di più.

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