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Noir

Sicario in pensione Rudi Cannibale. Parte 1

Pubblicato il 24/05/2017

E’ tardi per cominciare a vincere, quando la vita ti ha sedotto e seduto troppe volte all’angolo, e dall’angolo hai perso il conto dei pugni presi, e rivoltandoli svuoti i guantoni di tutto il sangue che ti è colato dalle nocche. Il Purgatorio è un edificio sbilenco...

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E’ tardi per cominciare a vincere, quando la vita ti ha sedotto e seduto troppe volte all’angolo, e dall’angolo hai perso il conto dei pugni presi, e rivoltandoli svuoti i guantoni di tutto il sangue che ti è colato dalle nocche. Il Purgatorio è un edificio sbilenco, per i suoi corridoi il conto delle anime si è perso, Suor Grace vende merendine e foto ricordo di tempie fulminate e pupille divelte a un centinaio di metri dai miei piedi, all’angolo di Travas Way, dove le auto che fanno tappa qui si incrociano con i marmittoni rosa carichi di ragazzi che sgasano verso i viali a tripla corsia del centro e di là fino alle tiepide sabbie dorate della Willy Bay, dove le ragazze vanno a fumare il narghilè i sabato pomeriggi arancioni e la domenica si appendono alle natiche altezzose dei surfisti, cinguettando a sguarciagola coi loro bikini lucidi.

Ma qui le grondaie sniffano terriccio e sabbia del deserto e restituiscono ruggine, vomitandocela sui piedi in soluzione liquida, mentre scivoliamo dentro il manicomio con un pacco di cioccolatini vecchi a salutare i nostri cari già estinti, abbandonati alle sedie come scope canute, gli occhi vuoti e muti sul soffitto crepato, e suorine nere che se ne vanno e vengono e se ne vengono e vanno dai loro sgabuzzi impolverati e cristaddobbati.Mia Belle se ne sta qui da quattro anni, ha una stanzetta tutta sua con le tendine verde smeraldo, vicino a quella di un tale che crede che gli alieni lo spiino dallo specchio, e non crede a nient’altro che a se stesso, e non fissa nient’altro che lo specchio, e ogni tanto gli sembra di vedere il volto grigio e lungo della Bestia marziana, con le corna caprine e la bava alla bocca, che pronuncia il suo nome sputando cancrene di sangue, e la stanza gli si chiude addosso, e non gli dà scampo, lo impacchetta e soffoca. E sputa e piscia e vomita tutto nello stesso posacenere. E quando si fa una sega lo sa tutto il Purgatorio.

Appoggio i cioccolatini sul comodino, il plexiglass attutisce sordo il ticchettare delle mie dita, preferisco guardare fuori dalla finestra piuttosto che vedere Mia Belle in quello stato, preferisco fissare il sole vivo piuttosto che pensare alle suore coi dentini gialli sporchi dei rimasugli ciancicati dei miei cioccolatini. Mi guardo l’anulare della sinistra, lo faccio spesso, ho ancora la fede, e la porterei ancora, ancora e per sempre anche se lei non fosse piu’ qui, la porterei ancora ovunque, anche sotto le lenzuola dell’ultima troia di questo mondo.

Perchè mi piace guardare il mio riflesso senza la paura che non sia piu’ il mio, senza la paura d’essermi perso per strada. Sempre e solo Rudi Cannibale.

Ieri mi ha chiamato Hook, pare che gli abbiano girato un caso da scuola dell’infanzia, in città c’è qualcuno che si diverte a fare il gozzo a piccoli chihuahua aristocratici, sarà il solito dilettante in cerca di attenzioni penso. Hook mi somiglia, spalle larghe, due metri e dieci di cristiano, piede del quarantanove emmezzo, lunghi capelli scuri, folti, lisci. Una scimmia, in fondo al suo fetido sorriso sdentato l’urlo della scimmia. Sarà sui trentacinque anni ma ne dimostra il doppio. E ha un vero talento per le filastrocche, gli danno soddisfazione, se le canticchia tra i denti ammuffiti e firulì e firulà fa tutto quel che deve, è bravino il vecchio Hook, il Macellaio Cantilenante ci sa fare. E’ lui il nuovo boia, il novello sicario della City.

L’ultima volta gli han rifilato il caso di un Paganini d’eccezione, primo violinista della Bay Orchestra, profilo greco, brizzolato il pelo, segni particolari una cicatrice che gli sega il viso da orecchio a orecchio, appena al di sotto delle occhiaiacce corvine, come se il fulmine di Zeus lo avesse colpito minatorio di traverso, occhio che alla prossima stai steso orizzontale. E non c’era nessuno che sapesse toccare il legno meglio di lui in tutto il merdoso Paese, e non c’era nessuno che cantasse meglio di lui quando le guardie sguinzagliavano le orecchie in cerca di notiziucce fresche di giornata. Amori equivoci da casa del Popolo ingravidati e scordati in sala costumi tra un Parsifal e l’altro, selvagge corse lungo la baia a criniere spiegate, quando le ragazze alzavano le bocche al cielo per bersi il distillato etilico della notte, e Bluto Blutarsky svettava raggiante nel Simposio di tutti gli dei dell’Olimpo Metropolitano, là, sull’orizzonte d’Ammerica. E mille braccia e mille gambe e mille fiche e milioni e miliardi di milioni di peli pubici tra i sedili della sua El Camino amaranto. Hook lo conosceva bene il vecchio Paganini, lo aveva seguito per mesi nei suoi virtuosistici andirivieni, ne aveva ammirato la disperata arte amatoria dal ciglio della strada, col finestrino alto sul mento anche d’estate, quando Pag. decappottava il mezzo e si faceva respirare la luna sul culo, col sedile reclinato e l’ennesimo umido bisogno frustrato tutt’attorno al cazzo. E l’aveva seguito quando rientrava a casa, nel suo rottame di bungalow giu’ ai Marilyn Docks, dove Rosa Lou lo aspettava preparando ogni notte mezza coscia di pollo e quattro carote in umido, e stavano lì a fissarsi come se quei trent’anni non fossero mai passati, e ogni notte, col cazzo ancora fumante, rinnovava a lei e solo a Lei la sua promessa eterna. E lei lo guardava, e sapeva, e sentiva tutto, e si lasciava piovere addosso i suoi paghero’, e per mangiarsi quella mezza coscia di pollo passava le giornate a respingere vecchi e adolescenti in un emporio non distante dal Gran Teatro Empireon, morendo ogni mattina alle sei e restituendosi alla vita la notte, quando battuta saliva i tre gradini del bungalow coi capelli gialli raccolti nel foulard a pois. Lei che era stata la ragazza più bella di Rustington, 4mila anime in croce tra il fiume e la collina, e che al college aveva vinto per cinque anni di fila Miss Spoon River, e che avrebbe stravinto ogni singola cazzo di gara di atletica della scuola pure se avesse avuto mezzo polmone solo tra le costole. E lui tutto un giuramento, caduto, decaduto, fuso, preso nel rogo sacro della Santissima dei Diseredati, con le scarpe lucide di sciampagna e i callacci sui polpastrelli, e il pollo che gli sapeva di plastica e silicone quando gli si bloccava nella gola riarsa di Negroni. E i soldi che gli entravano in tasca e ne riuscivano immediatamente.

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Marco Vinz Pinnavaia ha votato il racconto

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di nubius dee

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