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Horror

SOGNO

Di Ombra
Pubblicato il 16/11/2017

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Non capì subito dove si trovava. Un’oscurità totale ed assoluta avvolgeva il suo corpo. Restò immobile per qualche attimo, indeciso sul da farsi. Con gli occhi esplorò il buio che lo circondava alla ricerca di una luce, di un riferimento. Socchiuse leggermente le palpebre. Era un’abitudine che aveva preso da pochi mesi, da quando la malattia era peggiorata, causandogli, fra le altre cose, un netto ed improvviso calo della vista. Si era ostinato a non voler portare gli occhiali, come se il non indossarli potesse rendere la malattia non vera, meno pericolosa, forse meno definitiva. In realtà non era così e lui lo sapeva. Non aveva mai voluto sapere quanto gli restasse, diceva che in ogni caso lui sarebbe durato di più. Ed in questo ci credeva davvero. Non si sarebbe arreso, era un uomo tenace e testardo e non era questo il momento di venire meno a se stesso. La sua attenzione tornò al buio che lo avvolgeva. Cercò di fare mente locale, di frugare nella propria memoria alla ricerca di qualchericordo che potesse essergli d’aiuto. Si sentiva confuso ed intorpidito, come dopo una sbornia o una lunga profondissima dormita. Aveva anche il mal di testa che segue una generosa bevuta ma, nel suo caso, non era questo il motivo. Continuava a stare supino, gli occhi aperti nel buio. Decise che doveva fare qualcosa, forse avrebbe dovuto tentare di alzarsi o, quantomeno, chiamare qualcuno. Provò a socchiudere le labbra nel tentativo di pronunciare il nome di sua moglie Elena, ma non venne fuori nulla. Si accorse che erano secche. Gli venne sete. Sentiva la gola bruciare un po, la lingua spessa ed impastata. Fece un altro sforzo per chiamare sua moglie, ma l’unico risultato, fu un gorgoglio che rimase imprigionato fra i denti. Respirava affannosamente, mentre il cuore aveva accelerato i battiti.

Si impose la calma. Cercò di controllare il respiro.

L’aveva imparato ad un corso di Yoga molti anni prima, quando, appena arrivato in città, decise di iscriversi in modo da poter conoscere qualcuno.

Non erano stati anni facili quelli. Si era dovuto trasferire lì per motivi di lavoro.

Non era uno che si adattava facilmente ai cambiamenti, ma quella volta aveva dovuto fare buon viso a cattivo gioco. In fondo, non era andata poi tanto male, anzi. Si era trovato bene lì, aveva stretto buoni rapporti con le persone che aveva conosciuto. Era soddisfatto e ben voluto da tutti, del resto non aveva un carattere difficile. Certo lui preferiva la città ai piccoli centri ma alla fine era riuscito a adattarsi. E poi lì aveva conosciuto Elena, sua moglie ...

Sorrise al pensiero di lei.

Il battito del cuore parve rallentare, il suo respiro diventò via via più profondo e regolare. Anche la sensazione di sete si era attenuata.

Stette ancora un po’ lì, concentrato sul rumore del proprio respiro, le pupille dilatate per via del buio.

Nonostante ci avesse provato, non era riuscito a scorgere un seppur minimo bagliore, un minuscolo raggio di luce.

Ora che ci faceva caso, un’altra cosa mancava.

Il rumore.

Tese l’orecchio alla ricerca di un suono, un fruscio, ma per quanto stette immobile, non udì altro che il proprio respiro unito al battito del cuore.

Un brivido percorse la lunghezza del suo corpo. Forse era freddo.

Forse.

Inclinò lentamente la testa, prima da un lato e poi dall’altro, nel tentativo inutile di attenuare l’emicrania che tornava a farsi sentire. Era tornata anche la sete. Una perlina di sudore scese dalla tempia destra per perdersi appena sotto il lobo. Si sentiva soffocare, gli sembrava che i polmoni, facessero sempre più fatica a riempirsi d’aria.

Il respiro era di nuovo affannato, fatto di brevi e continue inspirazioni, subito seguite da altrettanto brevi espirazioni. Doveva alzarsi. Cercò di muovere le braccia. Anch’esse, come il resto del corpo, erano intorpidite e quasi prive di sensibilità. Provò allora a muovere le mani, prima ogni singolo dito. Mosse il mignolo della mano destra senza nessuno sforzo apparente e questo ebbe la forza di rincuorarlo. Mosse le altre dita, ad una ad una, riuscendovi. Aveva ripreso sensibilità alle mani e si accorse che erano poggiate sul petto, all’altezza del cuore e solo allora si accorse che esse stringevano qualcosa. Una cordicella con rigonfiamenti ad intervalli regolari. Sembrava plastica o forse legno. Arrivò al fondo, dove era appeso un ciondolo e lo esaminò con cura quasi maniacale percorrendone i bordi con i polpastrelli, sfiorandone la superficie levigata ma irregolare.

Era leggero ed aveva una forma vagamente familiare. Quando comprese, venne in un istante proiettato oltre ...

Gridò.

Un urlo che aveva ben poco di umano proruppe dai suoi polmoni, dal suo essere, un fiume che rompe gli argini e travolge ogni cosa. La diga della sua volontà aveva ceduto, lasciando passare tutta lo smarrimento ed il terrore che fino ad un istante prima trovavano il passo sbarrato. Con un movimento convulso , strappò la cordicella del Rosario. Il cuore voleva schizzare fuori, sentiva il sangue gonfiargli le vene del collo, pura autentica disperazione.

Anche l’intorpidimento che lo aveva avvolto fino ad un istante prima scomparve. Si puntellò sui gomiti nel tentativo di mettersi a sedere, e i suoi movimenti erano dettati solo più dall’istinto.

Continuava ad urlare alternando frasi senza senso a lunghi mugolii. Batté la testa contro il coperchio rivestito di velluto, mentre con le mani cercava una fessura che non poteva esserci.

Provò a spingerlo con quanta forza gli restava, aiutandosi anche con le ginocchia, ma esso non si mosse di un millimetro. Riprovò ancora ed ancora, sempre senza il minimo progresso.

L’aria, più rarefatta, era diventata quasi irrespirabile, intrisa del suo sudore e della sua paura.

Non aveva molto spazio per muoversi.

Continuò a colpire la superficie legnosa con assurda metodicità, non sentendo il dolore alle nocche.

Imprecava e gridava, piangeva...


Aprì gli occhi.


Aveva ancora il fiato corto, il cuore sembrava un cavallo lanciato al galoppo. Era madido di sudore.

Si guardò intorno ma non vide nulla. Chiuse per un istante gli occhi e rivide l’immagine di sé proteso nel tentativo di uscire dalla cassa, di fuggire da quell’incubo. Li riaprì subito. Un incubo appunto... Aveva sognato tutto. Eppure era così reale. Era il peggiore incubo che ricordasse.

Provava ancora la sensazione di angoscia causatagli dal sogno, la disperazione, il senso di claustrofobia e solitudine.

Questi stati d’animo, mentre passavano i secondi dal suo risveglio, andavano affievolendosi, ma era sufficiente chiudere gli occhi per rievocarli in tutta la loro forza. Aveva sognato. A momenti ci restava.

Ci mancava solo di morire d’infarto per un sogno. A quel pensiero gli venne da ridere.

Prima piano, poi sempre più forte, istericamente. Se ne rendeva conto, ma non gli importava.

Rise per il sollievo, per allontanare la paura. Rise sempre più forte, finché non gli fu più possibile restare sdraiato e si mise a sedere.

O almeno ci provò.

Ma batté la testa contro il coperchio rivestito di velluto.

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Michele Pagliara ha votato il racconto

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