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Narrativa

Sportellista figlio di sportellisti

Di Michele Pagliara - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 25/06/2017

Come partecipare agli utili di una rapina in banca senza nemmeno conoscere i rapinatori.

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Le 15 e 45.

Anche oggi, niente.

Deluso dalle eccessive politiche di sicurezza e dalla scarsa iniziativa dei criminali comuni, Samuele Catalogni, sportellista bancario figlio di sportellisti bancari, prese atto dell'irritante realtà.

Anche quel giorno nessuno aveva rapinato la banca in cui lavorava.

Dondolò la testa ricciuta e masticò sottovoce una mezza bestemmia. Mezz'ora per la verifica dei conti, poi la strisciata del badge, che i suoi colleghi compivano con l'eleganza di una pennellata dall'alto verso il basso, ma che lui calava con la rigidità rabbiosa di una pugnalata.

Ma prima, come ogni giorno, all'inizio e alla fine del turno di lavoro, sarebbe passato nel caveau.

Spinse all'indietro la sedia ergonomica e, prima di avviarsi, lanciò un'occhiata discreta alla scollatura della collega Foraboschi. 

Naturalmente indossò la giacca.


In attesa del 65 barrato Samuele evocava nostalgico i racconti dei genitori a tavola, la sera. Negli anni Settanta e Ottanta in ciascuna filiale c'era almeno una rapina all'anno; ma in quelle meglio posizionate anche una al mese, in media. Mamma si spaventava sempre un po'. Invece il babbo manteneva anche con i malviventi una certa concentrazione professionale, e riempiva di pezzi da cinquantamila lire i sacchetti di plastica stando attento a non farne cadere nessuno, senza curarsi della calibro 9 puntata in faccia.

Parlava delle rapine come del tempo o del traffico, il babbo. «Come è andata oggi a scuola, Samuele? Da me c'è stata una rapina. No, niente di che. Erano in quattro. Ragazzi giovani, efficienti, si vedeva che avevano già una certa esperienza. Pensa, hanno anche fatto sedere la Marinoni, che era spaventata. Fermi ma gentili, insomma».

A inizio carriera ambedue i genitori erano stati rapinati da Luciano Lutring, che all'epoca era già una leggenda. Il babbo ci aveva perfino scambiato qualche battuta in milanese, mentre quello lo teneva sotto tiro col suo celebre mitra, e avevano riso assieme quando il criminale aveva gridato a un impiegato paralizzato dal terrore: «Moeuves, balabiott!», muoviti, idiota.

Perso nei ricordi familiari Samuele infilò la mano nella tasca interna della giacca, vuota.


Avvenne due giorni dopo, in un assolato giovedì di giugno, e avvenne come sempre molto in fretta. 

Per evitare l'imbarazzante scampanellio del metal detector la banda sfondò direttamente la vetrina della filiale con un SUV, mostrando uno spirito d'iniziativa che a Samuele piacque subito.

Un po' come ai concerti rock, pensò, l'ingresso della star è parte integrante dello spettacolo. Ottimo inizio, ragazzi.

Seguì un parapiglia di sedie rovesciate, fogli sparpagliati, ordini secchi. Il collega Stordelli quasi svenne dalla paura. Docile, Samuele apprezzò il gelo del marmo del pavimento sulla guancia quando obbedì al comando di sdraiarsi a terra. La sua giacca, scivolata giù dallo schienale della sedia su cui l'aveva appoggiata, giaceva nel centro del salone, gualcita dal viavai dei rapinatori.

Sette minuti. Un po' più del solito, perché le banche di vecchia concezione avevano il bancone e tutto il contante era concentrato lì; ora invece, con questi arcipelaghi di scrivanie e questi sportelli diffusi, non si capisce più nemmeno quali cassetti sfilare, chi minacciare con la Beretta.

Mentre il Suv sgommava verso la periferia e già in lontananza guaivano le sirene, Samuele recuperò la sua giacca. Ne accarezzò il rigonfiamento nella tasca interna prima di aiutare la collega Foraboschi a rialzarsi: e da quella posizione asimmetrica ne ammirò una volta di più le rotondità arroganti.


Appeso al maniglione del 65 barrato Samuele contemplava tra sé la nitida perfezione dello stratagemma che aveva reso i suoi genitori, se non ricchi, benestanti.

Ogni giorno lo sportellista scende nel caveau e, compilando i moduli del caso, preleva una cifra di medie dimensioni per le operazioni quotidiane. Solo che, una volta risalito, non ripone la fascetta di banconote nel cassetto. La mette nella tasca della giacca. Ogni giorno, a fine turno, lo sportellista riporta la cifra nel caveau. Tutto regolare. Fino all'evento fatidico, che per i suoi genitori era abbastanza comune, ma che lui aveva dovuto attendere invano per anni. Te ne esci tranquillo con i soldi in tasca, e la colpa se la prendono i malviventi.

Che ci faccio ora con questi ventimila euro? Bah, di certo la prima banconota da duecento  la spendo per portare fuori a cena la Foraboschi. È da un anno che quel coglione di Stordelli, che si considera un poeta solo perché ha pubblicato una plaquette di versi impressionisti presso un editore a pagamento, fa il galante con lei. E quella gli fa gli occhioni, gli accarezza il braccio mentre chiacchierano durante la pausa caffè. E pensare che veste pure di merda, il cretino. 

Ventimila euro non cambiano la vita a uno che lavora in banca. Ma certo fanno comodo, e per impressionare una ragioniera con una combinazione di cene, centri benessere e gite a Nizza sono più che sufficienti, pensò lo sportellista figlio di sportellisti.

Si portò la mano al petto e, da fuori, accarezzò i mesi di dolce vita che lo attendevano, ancora in forma di parallelepipedo di carta.


Chiusa la porta di casa, Samuele prelevò una birra dal frigorifero. La stappò e, mentre quella debordava dalla bottiglia schiumando, infilò la mano all'interno della giacca, pronto a un solitario brindisi.

Con dita di fuoco

la luce del tramonto

i tuoi fianchi

accarezza,

inesplorati altipiani.

Questo balbettio poetico, redazione finale dopo molte cancellature, campeggiava sulla prima pagina della Moleskine che Samuele si era ritrovato in tasca. Microgranuli di immondizia letteraria al posto di ventimila euro.

Non è la mia giacca.

La consapevolezza immediata lo travolse come una slavina.

Cazzo. Nel casino della rapina i criminali hanno messo tutto sottosopra. Io e Stordelli abbiamo la stessa taglia. Samuele si sforzò di fare mente locale. Sì, lui e Stordelli, quel giorno, indossavano il medesimo scipito modello di giacca.

La schiuma smise di uscire dalla bottiglia proprio mentre le prime lacrime rigavano le guance dello sportellista, quasi fossero vasi comunicanti.


Il lunedì successivo la Foraboschi si sedette alla sua scrivania radiosa e abbronzata.

«Ma come sei carina oggi!», la accostò Samuele, un po' imbarazzato. «Sei stata al lago dai tuoi?».

La collega si aggiustò i capelli specchiandosi nello schermo ancora spento del computer.

«Sono stata a Nizza! Ma non chiedermi con chi». Abbassò la voce, complice. «È un segreto», aggiunse ridanciana.

Samuele covava un rancore triste.

«Anch'io scrivo poesie», esordì a un certo punto, illuminandosi.

«Ah, sì?». Il disinteresse della Foraboschi era palpabile.

«Certo. Senti qua». Ed estrasse la Moleskine dalla tasca della giacca.

Appoggiato alla macchina del caffè, Stordelli osservava la scena divertito.

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di Michele Pagliara

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