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Autobiografia

Storie di oggetti

Pubblicato il 23/12/2017

Una domenica qualsiasi, Porta Portese.

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Una domenica qualsiasi, Porta Portese.


Folla, grida, confusione. Persone appartenenti ad ogni ceto sociale si affaccendano operose come formiche in tutte le direzioni. C’è chi cerca l’affare della settimana, chi è solo curioso, chi ha una passione per monete o per film o per oggetti di modernariato, c’è chi viene per comprare vestiti a poco. C’è anche chi viene per sgraffignare qualche portafoglio, ma questa è un’altra storia.


Centinaia di persone. Migliaia di oggetti.


Ed io sono qui per loro, fortemente interessato agli oggetti e, soprattutto, alle loro storie. E’ il passaggio di mano in mano, di luogo in luogo, di vita in vita ad affascinarmi.


Cammino facendomi largo a stento ed il mio sguardo, curioso, cade sui vari banchi. I miei preferiti son quelli che sembrano completamente privi di coerenza, dove convivono sulla stessa tavola occhiali da sole, dischi in vinile, monete, libri, scatole di latta, giocattoli. Il tutto, rigorosamente, di seconda mano. Mi soffermo imbambolato come un ebete a guardarli, a sfiorarli sentendo sotto le mie dita la coltre di polvere da cui sembrano inseparabili. Non ho intenzione di comprare nulla, nemmeno ho portato soldi, sono qui solo per osservare, per fantasticare. Alcuni non riescono a destare il mio interesse, troppo banali. Altri riescono a commuovermi, riportandomi a episodi della mia vita. Pochi, infine, catturano magneticamente la mia attenzione. Mi afferrano, impossibile liberarmi dalla loro presa.


Un violino ed un bazooka. La dolcezza di Euterpe e la forza guerriera di Marte.


Un violino


Mentre ammiro il suo legno d’acero, delicatamente marezzato, mi lascio cullare dalle mille note che immagino essere uscite dalle sue corde. A chi apparteneva? Forse ad una abile suonatrice che ha legato a sé il proprio compagno, commuovendolo col languore della sua musica. Forse ad un pigro ragazzino di famiglia benestante che lo ha abbandonato dopo qualche mese di infruttuosa pratica. Forse ad un altezzoso violinista d’orchestra, implacabile con se stesso per aver sbagliato il più importante dei concerti. O forse ad un modesto suonatore ambulante, dal sorriso enigmatico. Tanti, tantissimi, i forse che si inseguono giocosi nella mia mente, finendo con l’accavallarsi. Come mai proprio su quel banco? E passando per quali strade, per quali e quante mani? Piccoli enigmi insolubili che responsabilizzano quel violino, elevandolo ad oggetto di Mistero.


Un bazooka


Avvicino lentamente la mia faccia alla sua temibile bocca da fuoco e quasi ci baciamo. La morte stessa si è fatta metallo ed ha assunto le sembianze di quest’arma inquietante, dal color verde rancido. Sto per baciare la morte, mi fermo appena in tempo. Trasuda brutalità, disperazione, Orrore. Tutta la barbarie della guerra è lì, davanti a me, riposa placida su quel banchetto, accanto ad una scatola piena di pupazzetti dei Puffi. Sembra quasi una scelta voluta: contrapporre l’innocenza dell’infanzia, all’infamia dell’uomo adulto. Accarezzo con la mano un simile scempio ed avverto tutta la follia di cui il genere umano sa essere capace. Ma dopo qualche secondo, mi percorre un brivido nuovo e guardo quel bazooka con occhi diversi. Ne percepisco la perfezione, la potenza, l’ineluttabilità delle sue sentenze di morte. Marte mi corteggia, offrendomi il suo orgoglio guerriero. Mi vergogno a dirlo, ma per un attimo ne sono lusingato. Poi, disgustato (soprattutto da me stesso), mi distacco bruscamente. Mi allontano, alla ricerca di nuovi oggetti, alla ricerca di nuove storie.


Continuo a camminare e penso all’ombrello di cui mi hai raccontato. Nato a Roma, ha esplorato indomito l’intero Portogallo per poi morire indecorosamente in un cestino di Segovia. Penso ad un trolley, acquistato da mia zia per il suo ultimo viaggio da Follonica a Roma. Finora ha battuto le strade di tre continenti e ancora resiste agli insulti dei viaggi. Oggetti ribelli, che non si rassegnano al proprio destino, che amano il mondo e non si fanno scrupoli a cambiare proprietario, pur di restare utili e vivi. Hanno visto molte più storie di noi, molti più luoghi di noi, hanno incontrato e amato molte più persone di noi.


La fame comincia a mordermi lo stomaco, si è fatta ora di pranzo e decido di rincasare. Ma la pulsante vitalità di questo mercato non conosce stanchezza e decide di offrirmi un ultima, piccola storia.


Un banco vende quadri, vecchi e scoloriti, non molto appetibili ad essere sinceri. Una ragazza spagnola si sofferma a guardarne diversi, li afferra tra le mani, li accarezza, li solleva e sembra particolarmente interessata ad un dipinto raffigurante delle strane geometrie. L’anziano proprietario non vuole lasciarsi sfuggire l’occasione di un ultimo affare e la interroga incalzante su quanto sia disposta ad offrire. Colpo di scena: non è minimamente interessata alla tela, vuole solo la cornice ed è pronta a pagarla quindici euro. Il vecchio è spiazzato, sembra quasi intimidito dalla proposta; ma dopo qualche rimostranza confessa di non essere riuscito a vendere nulla in tutta la giornata e si trova costretto ad accettare. Ha la voce incrinata, tremula, non riesco a capire. Mentre la ragazza si allontana, soddisfatta, decido quindi di spiare il venditore. L’ho visto piangere un paio di lacrime silenziose e segrete, prima di ritrovare la compostezza per intavolare una trattativa con un nuovo cliente.


Non saprò mai il vero motivo di quelle lacrime, ma mi piace immaginare che il vecchio si sia commosso davanti al grido di dolore dei due amanti ormai perduti. Una tela ed una cornice, teneramente innamorate, si erano giurate l’eterno. Strappate l’una dalle braccia dell’altra dalla brutale logica del commercio.


Ma laddove noi uomini non riusciamo, alcuni oggetti sanno consolarsi, sanno dimenticare. La cornice vivrà nuove avventure, visiterà nuove terre, probabilmente si stabilirà in Spagna, conoscerà un altro amante che le insegnerà una dolcezza nuova, che non pensava possibile.


E’ della tela con le figure geometriche che mi preoccupo. Impolverata, invendibile, dimenticata. Sola.


Quasi quasi domenica prossima la vado a comprare.

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Tella ha votato il racconto

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Lady Nadia ha votato il racconto

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Emanuele SZ ha votato il racconto

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Phi ha votato il racconto

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Bel racconto! Scivola via di dettaglio in dettaglio, l’empatia con gli oggetti mi piace sempre e lo stile usato è imho eleganteSegnala come inappropriato

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Ti Maddog ha votato il racconto

Scrittore

fai un uso "puntuale" delle D eufoniche: prova a limitarle al solo incontro di vocali uguali e dimmi se non suona meglio :)Segnala come inappropriato

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di Buster

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