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Autobiografia

Telefono senza fil(tr)i

Di Binskij
Pubblicato il 14/05/2017

Piattaforme social come Instagram sono farcite di foto di tramonti o nuvole, una la fotocopia dell'altra, rigorosamente accompagnate da hashtag come #skylover e simili. Ma i veri amanti del cielo sono in grado di dialogare con esso senza bisogno d'intermediari, senza convertirlo in foreste di pixel.

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C'è chi ha amici di penna. I sub ce li avranno di pinna e i pasticceri di panna e i detersivi di panni. Io, invece, ho un amico meteorologico. Per associazione di idee, si staglia subito, emergendo dalla nebulosa memoria cinematografica, un Nicolas Cage con i suoi tratti somatici sempre inclini alle curve della depressione (forse per via del suo cognome che evoca l'idea di costrizione), interpretare "The Weather Man". No, il mio amico meteorologico non è metereologo e non ha un viso color cumulonembo grigiastro e gli occhi spenti da una pesantezza da anima opaca e scontenta. La gente non gli lancia addosso frutta marcia per strada se non azzecca qualche previsione mandando all'aria qualche picnic. Lui ha il magico potere della comunicazione attraverso spessi strati gassosi, luce riflettente che sbatte attraverso una selva di goccioline e si tinge di colori tanto caldi quanto minacciosi, attraverso un pannello ceruleo o lentiggini fitte di stelle. Lui concorderebbe con me sul fatto che la mania di consultare il meteo si sia diffusa come metastasi e sarebbe da eradicare. Ci sarebbe il bisogno di consultare più il cielo che il meteo.

Suona disgustosamente da film adolescenziale "Anche quando siamo lontani alza gli occhi e guarda il cielo, mi troverai lì". Ma quando lui ha proferito questa sorta di promessa melensa, mi è quasi sembrata scientificamente inopinabile. Vediamo nuvole di diverse colorazioni e morfologie anche se siamo a un paesino di distanza, figuriamoci su due emisferi opposti. Ma... si può obiettare alla constatazione che l'atmosfera è una sola, che siamo tutti incappucciati nella stessa celeste bolla? No. Funziona proprio così, se ci s'infila in un'ottica su scala più allargata. Guardo il cielo, il cielo guarda il mio mento, il collo scricchiola come se un micio microscopico stesse masticando croccantini nelle mie vertebre cervicali. Non ho idea di dove sia il mio amico meteorologico, ma ho la certezza matematica e spavalda che, magari è questione di mezz'ora, farà anche lui viaggiare le pupille in alto e osserverà un cielo. Uno qualsiasi. Più suggestivo del mio o al contrario più anonimo. Ma comunque ogni cielo è potenzialmente una membrana sottile che ci mette in comunicazione. Come il vetro che separa il galeotto dal suo caro nella sala delle visite, solamente un po' meno mesto. Io guardo le nuvole rotolanti e l'azzurro che vuole virare irrequieto verso l'altro polo della tavolozza e so che è come se dall'altra parte ci fosse il mio amico meteorologico che guarda il retro della tela, concependolo però come il fronte e pensando a sua volta a me nel retro. A volte fronte e retro sono identici, altre differiscono. Ecco che la volta celeste ci conferisce il superpotere di sapere esattamente dove sia un'altra persona. Sotto di Lei, a rimirare Lei, perché ci avvolge presuntuosa e ha tutti al suo cospetto. Credo che per me e il mio amico meteorologico il cielo sia la Mecca. Ci rivolgiamo nella sua direzione minimo 5 volte al giorno in adorazione. E su 5, vuoi che almeno 3 non siamo in sincronia? La tecnologia ci fa giocare un pochino sporco. Ci fa mandare l'uno all'altra la foto di una luna sovrappeso e fosforescente, di un mosaico nuvoloso, di un tramonto bollente, ci fa domandare l'uno all'altra "Ehi, vedi anche tu che cielo splendido c'è?" o direttamente un imperativo "Guarda la luna adesso". Così la presupposta sincronia diventa certezza. Così la comunicazione non verbale attraverso il cielo è spezzata da digitazioni sulla tastiera, ma all'esclusivo scopo di assicurarsi di avere le orbite sintonizzate sullo stesso canale, per poter ritornare alla comunicazione silente. All'inizio mi schiaffeggiavo vigorosamente le guance con uno scacciamosche immaginario ogni volta che pensavo alla questione del cielo mezzo di comunicazione. Piattaforma di scambio di pensieri, dashboard dove lasciare una considerazione sapendo che verrà pescata dal mittente esatto. Ora so che non è un volo pindarico della mia fantasia. Credo sul serio che il cielo, di giorno, ma soprattutto di notte, sia come una lavagnetta cancellabile appesa in cucina, dove annotare memo per non lasciarle sfuggire a se stessi o per lasciare un messaggio al primo che arriverà in casa. Io scrivo al mio amico metereologico usando inchiostro di neuroni, macchiando le nuvole, attendendo che prima o poi lo noti e me ne dia riscontro. E funziona incredibilmente.  

Forse lui non se n'è accorto di quanto sia infallibile il nostro modo di lanciarci sorrisi complici scritti in aria, in alto, nella distesa di azoto. Forse lui non si è accorto di avermi scritto "Bella la pioggia." e premuto invio nell'esatto istante in cui io, passando distrattamente in salotto, mi sono lasciata magnetizzare dall'acquazzone dietro la finestra ad arco. Penso a quanto si dica "fare un buco nell'acqua", mentre invece è l'acqua che spesso fa buchi dentro la terra e dentro la nostra visuale.

Non siamo dotati di un campo visivo a 360°, ma il ventaglio di cielo che vediamo stando immobili offre già abbastanza spazio per tutte le sillabe che vogliamo sparpagliare. E' gratis, sia per l'upload che il download di pensieri. E' in linea 24h su 24 per noi, eccetto per minatori o rifugiati in un bunker antiatomico. Tutela la nostra privacy, perché il linguaggio meteorologico di qualcuno è comprensibile solo dall'amico meteorologico di quel qualcuno. E' in costante aggiornamento, evolve di continuo grazie ai moti di rivoluzione e rotazione terrestri e ai venti. Ha una grafica accattivante, con colori per tutti i gusti. Un'interfaccia intuitiva: se è nero apocalittico, sai che sarebbe meglio prenderti un ombrello. Ma nonostante ciò, non lancia messaggi subliminali: se è nero apocalittico, non sei OBBLIGATO a prenderti un ombrello, qualora la tua indole sia quella dell'impavido che ama essere lavato (e raffreddato). E' famosissimo praticamente da quando è nato. Già i Greci antichi lo followavano con l'astrolabio. Ha i tweet quelli veri, degli uccelli veri, sia diurni che notturni. Il suo utilizzo non è vietato in alcuna nazione. Puoi effettuare il login ogni giorno con uno username diverso, perché al cielo puoi affacciarti con tutte le sfaccettature sguardi che vuoi. Crea dipendenza, sì. Ma gli effetti collaterali, come prendersi un palo in faccia camminando, sono molto meno preoccupanti del ritrovarsi una madre cinquantenne drogata di selfie e avida di likes. Non rappresenta la società di un milionario superquotata in borsa. È solo uno dei figli adottivi del dio Big Bang, che non reclama diritti di copyright perché non sa nemmeno quello che ha generato. Non ci sta dietro alcuna mente informatica, perché può starci dietro qualunque categoria di mente.

Eleggo il cielo a miglior social network del millennio. E gli faccio giuramento di non disattivare il mio account perché non mi stancherà, nemmeno quando la realtà aumentata di Google Glass sarà cosa quotidiana. Ed esco un attimo a dirgli grazie. 

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