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Horror

Ti vengo a prendere

Di Giordano Sammuri
Pubblicato il 14/11/2017

Durante una giornata senza scuola un bambino rimane a casa e intuisce che la mamma gli ha mentito sulle condizioni di salute del padre. E viene a conoscenza della terribile verità.

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Ti vengo a prendere

Mamma dice che babbo ha sonno. Dice che ha sonno perché è stanco. Per via del lavoro. È stanco e ha bisogno di riposare. Però sono tanti giorni che babbo non va a lavoro. E proprio non capisco come può essere così stanco se non va a lavorare. Se ne sta tutto il giorno a letto, al buio, in camera sua. Proprio la sua camera, voglio dire. Ne abbiamo tre di camere. Quella mia. Quella grande che adesso usa solo mamma. E quella di babbo. Mamma dice che se babbo ha una camera tutta per se riposa meglio.

L’altro giorno le ho chiesto: «Mamma posso andare da babbo?»

Lei mi ha guardato con gli occhi che fa quando sta per sgridarmi. «No. Babbo deve riposare.»

«Sono tre giorni che non lo vedo.»

Lei ha chiuso lo sportello del frigo con un tonfo. Ha posato la boccetta appannata sul tavolo. Ha preso la siringa e l’ha usata per prendere la medicina di babbo dalla boccetta appannata.

«Devi stare qui. Gli dò la medicina e torno.»

Stamani a scuola non ci sono andato. Sciopero. Mamma era incazzata. Non sapeva a chi lasciarmi. I nonni sono andati in cielo da poco. Mamma dice che è stato meglio così, erano vecchi e malati, lei si prendeva cura di loro. Erano i suoi genitori. Le hanno lasciato due appartamenti. Mamma dice che sono vecchi e malconci, una volta l’ho sentita dire al cellulare che li venderà.

Così mi ha lasciato a casa. Le ho detto di stare tranquilla, non sono solo, c’è babbo. Anche se è stanco c’è lui. Lei mi ha guardato male, poi ha sbruffato e ha detto che andava bene. Siamo saliti in casa, lei ha chiuso a chiave la porta di babbo. Poi è andata a lavoro. Mamma lavora in una clinica privata. Fa l’infermiera. Dice che è la migliore di tutte.

Apro con la chiave del bagno, lo chiamo ma non mi risponde. Entro nella stanza buia. Fa tanto freddo. Quando gli occhi si sono abituati lo vedo sotto il lenzuolo. Non si muove. Gli carezzo la fronte come mi faceva sempre lui. È fredda come le cose nel frigorifero. Ti voglio bene babbo, gli dico.

Corro in sala e ho accendo la tele.

Piango per un bel pò.

Lei crede che io stia dormendo. È in cucina e parla piano al cellulare con qualcuno. Lo chiama amore. Gli dice che ha venduto gli appartamenti dei nonni. Che ora è ricca se dio vuole. E che è vedova. Ride e continua a parlare.

Mentre piango sento che dice:«Ammazzo anche il piccolo se vuoi. Così restiamo soli io e te.»

Corro in camera mia e chiudo la porta.

Va avanti e indietro per tutta la notte. Parla da sola. Poi sento l’altra voce. C’è la voce di mamma e l’altra voce che le risponde. La Voce Cattiva. Mamma fa le domande e la Voce Cattiva risponde. Dice cose cattive. Va avanti così per un pò, poi mi addormento.

Quando mi sveglio lei è sopra di me. Mi guarda. I suoi occhi sono spalancati e brillano. Sembrano pieni di stelle pazze. Mi prende per le braccia e mi trascina nel corridoio.

«Sei entrato! Sei entrato!» Apre la porta di camera di babbo. Mi spinge dentro.

«Ora che è morto ci puoi stare.» Dice. La faccia è quella di mamma, ma è come se sotto la pelle ci sia qualcosa che spinge per venire fuori.

Babbo è steso sul letto, al buio. C’è un odore, come di fiori appassiti. È dolce e triste. Babbo non si muove. Lo chiamo, non mi risponde. Trovo a tentoni la finestra. Non c’è la maniglia. Mi rannicchio contro il termosifone gelido. Chino la testa sulle ginocchia e non ce la faccio a smettere di piangere. La sento parlare al cellulare e quando finisce inizia a andare su e giù davanti alla porta. Un paio di volte infila la chiave nella serratura e poi la toglie. Io non so cosa fare. Suonano alla porta di ingresso, lei ci mette un pò prima di aprire. La sento parlare con qualcuno, non con la voce cattiva ma con la sua, quella di mamma. Mi alzo. Voglio andare alla porta e urlare aiuto. La mano di babbo mi ferma. È fredda come il ghiaccio. Cerco a tentoni il letto e trovo la sua faccia e mi chino e gli dò un bacio. Lui non si muove. Torna dov’eri prima, mi dice. Vai che ci penso io, mi dice. La sua voce mi parla nella testa, come in un sogno.

Torno sotto la finestra. Sento i suoi passi. È scalza ma sento i piedi sul pavimento. Si ferma davanti alla porta. Il suo respiro è basso ma accelerato, come avesse finito di correre. Qualcosa gratta sulla porta.

«Ti vengo a prendere» sussurra la voce cattiva. «Oggi la facciamo finita.» La cosa gratta la porta come un gesso sulla lavagna. La chiave nella serratura, due rapidi scatti. Entra. Il suo respiro affannato, il suo odore acido, vedo il riflesso della luce del corridoio sulla lama del coltello. Avanza fissandomi con gli occhi grandi e pieni di stelle.

«Mamma? Mamma no!» L’elettricità se ne va con uno schiocco sonoro. È così buio, un buio che non ho mai visto in casa. Lei dice qualcosa di incomprensibile, la sento dimenarsi, cadere e tentare di rimettersi in piedi.

«Lasciami! Lasciamiiiiii!»

Mi stringo le ginocchia al petto e tremo perché la stanza è gelida e non riesco a capire con chi stia lottando. Il colpo è così forte da far tremare il pavimento e l’armadio scricchiola. Qualcosa di metallico cade, lo specchio alla parete va in frantumi. Il gelo svanisce. Un ronzio precede il ritorno dell’elettricità.

Lei è a terra, gli occhi vuoti guardano il soffitto. Ha la gola lacerata. Sembra un sorriso timido.

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