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ConcorsiConcorso letterario "Inchiostro su tela"

Tinta unita

Pubblicato il 23/08/2017

In un racconto ci possono essere solo pochi protagonisti, ma spesso anche nei personaggi secondari e nelle comparse si cela una storia toccante e profonda, unica a modo suo ed ingiustamente invisibile agli occhi del pubblico. Eppure, nonostante sia nascosta, pure questa può influenzare tutti.

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“Benvenuti all’ultima rappresentazione!” aveva gridato il burattinaio prima che si alzasse il sipario.

Lo sapevano tutti, lo chef, la bambina, l’imbianchino… tutte le marionette sapevano che la storia non si sarebbe più ripetuta e ne erano contente, soprattutto una in particolare: lei con i suoi lunghi capelli sciolti, in parte coperti da un semplice berretto, completamente nascosta nel suo abito nero che le lasciava scoperto solamente il volto, anche se nessun spettatore vi aveva mai prestato attenzione.

Non era la protagonista: il suo compito era solamente quello di riempire un po’ quella finta strada insieme allo chef, alla bambina, all’imbianchino e poche altre figure. Erano una bella cornice, ogni giorno lì nella stessa posizione, ogni giorno lì sulla stessa strada a fare lo stesso percorso, a vedere le stesse altre marionette con le loro solite azioni eternamente ripetute a ogni rappresentazione.

Nulla cambiava mai nel loro mondo.

La signora in nero conosceva fin troppo bene la sua routine: all’inizio della rappresentazione era nello sfondo a comprare del pane, poi dopo alcune altre scene ricompariva in un negozio di cappelli dove appunto comprava il suo berretto, dopo di che doveva tornare nella strada.

La strada. Era la scena che sempre rimaneva più impressa agli spettatori.

Tutte le marionette secondarie seguivano imperterrite i propri binari predefiniti dalla routine dei propri personaggi, come dettato dal volere del burattinaio, mentre al centro della scena, in primo piano davanti agli occhi sbalorditi e in alcuni casi gli sguardi scioccati degli spettatori, la ragazza, marionetta che aveva vinto il ruolo di protagonista, veniva violentata.

Era compatita molto dai colleghi la povera ragazza. Ogni giorno, ogni rappresentazione il solito inferno, la solita strada, la solita violenza. Ogni giorno esattamente come il precedente, sapendo già di dover soffrire pure il giorno seguente.

Ma questa era l’ultima rappresentazione, si ripeteva con fiducia la signora in nero passando di fianco alla ragazza fingendo di non sentire le sue urla e le sue richieste di aiuto.

Era l’ultima volta, non sarebbe più successo, tutto sarebbe finito. La signora doveva continuare a ripeterselo nella mente, ogni passo, ogni secondo. Le dava la forza di andare avanti, raggiungere il culmine della sua piccola storia.

A differenza delle altre la signora non compativa troppo la ragazza. Certamente era la protagonista, veniva violentata e soffriva ogni giorno, ma c’era una cosa che solo lei aveva: la compassione del pubblico. Le altre marionette dovevano attenersi al copione, proseguire lungo la propria strada ignorando la sua sofferenza, ma il pubblico no, gli spettatori si focalizzavano su di lei, la compativano e facevano il tifo per lei, le davano la forza di completare ogni singola rappresentazione.

La signora vestita di nero la invidiava un po’ per ciò. Ma tutto ciò era futile ora. Ancora pochi minuti e tutto sarebbe finito.

Con passo deciso la signora entrò in casa. La scena non era chiara al pubblico: in primo piano la ragazza parlava con un poliziotto e ciò l’avrebbe portata a far prendere il colpevole della violenza. Ma lì sullo sfondo, in quella casa mezza nascosta nell’ombra, lì c’era la signora in nero. Di nero non aveva solo il vestito però. Il marito agitava le mani con fremiti colmi di odio, con forza si scagliava contro di lei a con pugni e calci, le lanciava oggetti di ogni genere, come vasi e piatti. I segni le rimanevano sulla pelle. Per questo la gonna era così lunga, per questo le maniche erano così coprenti. Ma nessuno mai se ne accorgeva. Non tanto perché era una questione di copione. Nessuno era formalmente obbligato a ignorare la questione. Semplicemente nessuno la notava. Per questo la signora in nero invidiava un pochino la ragazza.

Alla fine di ogni rappresentazione la ragazza sarebbe stata ancora salvata, il violentatore catturato e imprigionato, il sipario calato.

La signora in nero invece non avrebbe mai vissuto la soluzione del suo problema. Ogni giorno il marito l’avrebbe picchiata, bastonata, insultata e l’avrebbe fatta soffrire in ogni modo possibile, nessuno l’avrebbe mai salvata, nessuno l’avrebbe mai compatita. Era sola. Il burattinaio le aveva affidato questa orrenda parte, le altre marionette conoscevano il suo copione. Eppure era sola. Tutti sapevano, tutti eccetto il pubblico. Eppure con lei restavano solo il dolore lancinante che le pugnalava l’anima e una lunga serie di ematomi e tagli sulla pelle di legno che non sarebbero mai guariti.

Alla fine di quella rappresentazione le botte le facevano ancora male, ma il dolore non sarebbe durato. Quella era stata l’ultima volta e la signora si era decisa a rendere ciò una certezza.

Non solo lo spettacolo non si sarebbe ripetuto, ma loro marionette non avrebbero dovuto passare il resto dei loro giorni rinchiusi in una scatola polverosa a ricordare il dolore.

Il burattinaio era uscito a cena e aveva lasciato aperta la scatola in cui erano riposte tutte le marionette. Bastò un lieve gesto. Tirò lievemente uno dei fili legati al suo corpo, volutamente lasciato incastrato su una candela accesa scordata nelle vicinanze.

E questa cadde nella scatola.

Le fiamme subito si propagarono tra i loro corpi di legno e abiti i stoffa. Tutti gridavano, si dimenavano cercando inutilmente di sfuggire alla fine che sempre più si avvicinava.

La signora in nero sorrideva soddisfatta. Il suo abito era quasi completamente stato divorato dal fuoco. Nella luce rossastra vedeva chiaramente i segni lasciati dal marito. Sembravano ancora più grandi e gravi dell’ultima e unica volta in cui li aveva visti: era stato quando il burattinaio, assegnandole la parte, glieli aveva dipinti addosso. Ricordava perfettamente il dolore che allora ancora non sapeva gestire: solo più tardi dopo diversi spettacoli si era parzialmente abituata. Dopo aver finito di dipingerla il burattinaio le aveva messo addosso l’abito e da allora la signora non si era mai più vista la pelle.

I fili che la rendevano una marionetta ormai erano stati consumati dalle fiamme. Era finalmente libera.

Le urla dei compagni erano assordanti, la loro sofferenza era palpabile. Gridavano e si contorcevano dimenandosi il più possibile nello spazio limitato dalla scatola.

Ma il fuoco procedeva e come ogni pezzo di legno in fiamme lentamente tutti diventarono un grande mucchio di cenere.

Quella che un tempo era stata la signora in nero aveva continuato a sorridere per tutto il tempo.

Le scottature sulla pelle non l’avevano fatta urlare, le grida disperate dei compagni non l’avevano fatta dubitare.

Non si era pentita.

Era l’ultima sofferenza per essere veramente libera, e con lei i suoi compagni.

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rabolas ha votato il racconto

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