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Erotico

Tre lettere per Silvana: lettera #1, ossia la notte priva di Luna e stelle. [1a parte]

Di FrancescoGianniniCom
Pubblicato il 02/12/2017

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Silvana, mio ossigeno...

...no, non potevo far finta di niente. Non potevo semplicemente ascoltare il tuo invito a non essere più nulla nella tua vita. Non potevo uscire adesso dai tuoi giorni, adesso che quei giorni sono al tempo stesso tuoi quanto miei, ora che i tuoi divani profumano non più di te, ma di noi, e portano ben impregnato l'odore dei miei vorrei.

Non potevo far finta di niente, Silvana. Hai paura, io ti capisco perfettamente perché ho appena mangiato un kilo della stessa fottuta paura che hai ingoiato, e che adesso vomiterai, in questa notte fredda senza Luna. Fa più freddo quando non c’è la Luna, perché non ci si sente solo gelidi, ma anche persi. Fa freddo anche d’estate, quando la Luna non c’è: è il buio il vero gelo della vita. E se ci pensi, c’è questo buio tra noi, che ci fa vivere nel freddo, che ci fa sentire persi.

Io lo so, e lo sapevi anche tu: se fossimo andati oltre il confine di un semplice amore, se avessimo tentato insieme di scalare l’aria verso le nuvole, per un attimo avremmo potuto guardare ogni cosa dall’alto, insieme. Ma il prezzo da pagare non immaginavamo fosse così grande. Il prezzo pagato è immenso, ora che sei distante. Perché, vedi mia dolce Silvana, questa notte solo la musica è la mia puttana, e non ci sei tu, inginocchiata a pochi passi da me, mentre ti osservo bendata e nuda, come la mia stessa paura. Ho addosso la stessa camicia di quella sera, amore mio. Ho addosso la stessa camicia di quella sera in cui il tuo vestito rosso è scivolato giù dai tuoi fianchi bruni, e hai accettato di buon grado di farti legare i polsi, di farti mordere il labbro inferiore fino al dolore, ma senza parlare, senza gridare, senza proferire parola. Mi hai guardato perché avevo il tuo sangue sulle mie labbra, ed i miei occhi nei tuoi occhi, e il tuo viso tra le mie mani, e tu tra le tue mani solo una corda spessa e dura, e seppur prigioniera non avevi paura.

Eri una donna, ed io ero un uomo... ed era anche vero il contrario: io ero la femmina e tu il mastino, e fingendo di lasciarti dominare, mi tenevi vicino, e mi tenevi schiavo. In quel momento abbiamo capito che avremmo potuto continuare. Ho sganciato il tuo reggiseno, ed il tuo giovane seno non si è mosso, così l’ho lasciato lì, con il pizzo nero appoggiato ai tuoi capezzoli, e ti ho bendata, e con un colpo leggero dietro le ginocchia, ti ho fatta cadere ai miei piedi. Ricordo che ti spaventasti quando udisti scattare il mio coltello, e sentisti la lama, che avevo affilata sulla pietra poche ore prima, sentisti la lama accostarsi ai tuoi fianchi, tagliarti gli slip, e lasciarti così: con un reggiseno appeso ai capezzoli, occhi bendati, inginocchiata, con tacchi inutili ai piedi. Eri padrona dei miei pensieri, schiava dei miei voleri, compagna dei miei desideri, amica di ieri e madre di domani.

Io e te eravamo tutto: non me ne fregava un cazzo del fatto che ti eri fatta scopare da uomini squallidi, perché quegli uomini non ero io, e tu non potevi immaginare io sarei arrivato davvero. In fin dei conti, attorno al mio uccello avevano messo le labbra mille puttane, e ti saresti potuta lamentare anche tu. Avrei mai potuto perdere lo spettacolo di donna che sei per le cose che avevi fatto mille anni prima di conoscermi? Così ti rimiravo, soffermandomi tra i tuoi seni e le tue gambe semichiuse, ed i peli neri che mi attiravano come una foresta attira un fuggitivo. Ero seduto a pochi passi da te, vestito con una camicia bianca ed un pantalone nero, con scarpe verniciate nere e calzini vinaccia. I miei gemelli con le mie iniziali erano sul davanzale della finestra da qualche minuto, e le maniche della camicia, appena arrotolate ai gomiti, lasciavano intravedere l’inchiostro nero che occupa il mio braccio sinistro. Tu lo conoscevi bene quel maledetto inchiostro, Silvana: sulla tua spalla c’ero io mentre ti tatuavano per la prima volta. Restammo a guardarci negli occhi per tutto il tempo in cui Fabrizio lavorò con la macchinetta ad ago per scrivere “Per mille anni.”. Era il tempo che ci eravamo prefissi per conoscerci, prima di darci un bacio.

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