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Erotico

Tre lettere per Silvana: lettera #1, ossia la notte priva di Luna e stelle. [2a parte]

Di FrancescoGianniniCom
Pubblicato il 05/12/2017

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Mi alzo, cammino verso la finestra, e passandoti accanto, colpisco il tuo seno. Tu ti mordi il labbro e fiati in silenzio, il reggiseno cade, i tuoi capezzoli turgidi si rivelano. Apro la finestra, prendo i gemelli in acciaio, gelidi come questa notte polare, poi chiudo la finestra e mi avvicino a te. Poso un gemello su un tuo seno, sfioro il tuo orecchio, il tuo collo, la tua spalla, il tuo sesso, i tuoi polpacci e mentre non lo aspetti ti bacio. Ti rianimi, ti riscaldi, dopo i timbri di ghiaccio dei miei gemelli freddi. Torno a sedermi. Tu sai che ti amo. Io so che mi ami. Io so che ormai hai capito che in questo gioco in cui dall’esterno tu appari come umiliata, sei tu che comandi. Se mi dicessi “Basta!”, io mi fermerei, e tu andresti via, ed io perderei tutta la bellezza offerta da te, donna, ai miei occhi di misero uomo. Ho il potere di farti male, ma ho paura di fartene, e la libertà che mi offri è in realtà un inganno. Quanto ingannatrice è la vita, che mentre ti illude di avere tra le mani il controllo perfetto delle cose, ti prende e ti sbatte in faccia la realtà: sei solo schiavo della tua illusione di comando. Io, vestito come un capo, come un manager, come sempre mi vesto mentre vado ogni giorno al bar, a prendere un caffè, a terrorizzare qualcuno ogni mattina con una telefonata intimidatoria. Io, vestito come ogni giorno, con una Beretta sotto l’ascella ed un Victorinox in tasca, pronto a carezzarti o ucciderti, parlandoti al tempo stesso di vita eterna e citandoti la Bibbia. Io, sempre io, adesso guardandoti la fica e i fianchi, ormai definitivamente conscio di essere tua preda in questa guerra che non si combatte. Quanto ingannatrice è la vita: come mi inganna con te, come inganna i nostri cuori ed il nostro amore, così inganna ogni giorno le mie ore. E mentre credo di essere colui che fa guadagnare soldi ad impiegati e operai, colui che sostiene famiglie e tiene gente lontana dai guai, sono solo un creatore di illusioni, sono solo un bugiardo che si professa amico per vendere ad altri il tuo lavoro ed il tuo sudore. E dai soldi così presi, a chi lavora per me regalo solo uno spicciolo e un sorriso, e molta gente è felice, solo perché grazie a me non devi affrontare le sue paure. Mentre tu, avanti a me adesso, stai affrontando le tue paure, e mi stai mettendo innanzi alle mie.

E tu, mia splendida Silvana, avanti a me continui a sfidarmi. Mi parli, quando io ormai ero lì a contemplarti come croce in una chiesa, come fiamma in un sabba.

“Amore, frustami.”

“Non ho voglia di farti del male.”

“Ti prego... ti prego. Frustami, colpiscimi. Ti prego.”

“Sono io a decidere.”

“Sei tu a decidere, ma se io fossi te, adesso, ascolterei la tua schiava che ti chiede dolore. Fammi male, fammi sentire che mi ami. Ti prego... trova il coraggio per colpirmi, per amarmi, per farmi capire che non sono un’illusione.”, ed io mi alzo, vengo verso te e mi inginocchio innanzi a te, ma tu non lo puoi vedere, non lo puoi sapere. Siamo entrambi inginocchiati, entrambi umiliati, ed entrambi legati: tu hai una corda ai polsi, io ho manette invisibili alle mani. Ti guardo negli occhi, quelli che hai al di là della benda rosso fuoco. Ci stiamo guardando l’anima.

“Ti sto guardando l’anima.”

“Siamo buddhisti: non abbiamo anima.”

“Tu puoi essere quel che vuoi, ma io sono solo me stesso, sono solo Francesco. Non ho più bisogno di definizioni, di caselle, di nomi. Ogni volta che mi avvicino all’Universo, i nomi si fanno lontani, le regole si disciolgono come pioggia nel mare, e non esiste più il confine della religione.”

“Mi stai guardando l’anima, allora...”, e mentre lei finisce di parlare, con la punta incallita delle mie dita le schiaffeggio forte dannatamente il capezzolo destro. Non se l’aspettava, ma fiata appena e mi ringrazia. Le bacio il capezzolo sinistro, poi la colpisco con uno schiaffo a mano piena il seno, e poi ancora, e mentre mi ringrazia mi alzo, le passo dietro, e la carezzo come un padrone accarezza un cane.

“Mi senti tua?”

“Si. Ma so che proprio adesso che ti sento così mia, adesso che sei fortemente qui, proprio adesso che ci sei, proprio adesso posso perderti.”

“Si, lo sento anche io, ma non capisco perché.”

“Perché adesso la tua paura di me, la tua paura di te, è nulla. L’unico motivo che ci lega è questa esplorazione. Quando smetteremo, ci guarderemo, e potremo dirci addio, o ripetere lo stesso gioco.”

“Non voglio ripetermi.”

“Farebbe schifo anche a me.”, e mi slaccio la cinta, togliendomela. Il suono della fibbia lo distingui nettamente, lo riconosci. Me lo dici.

“Ti sei tolto la cinta per soffocarmi?”

“Mi ritieni così squallido?”

“Credevo fosse elegante soffocare la propria femmina con la cinta.”

“Alzati! Con calma, ti aiuto.”, e ti sostengo mentre ti alzi: da troppo tempo sei inginocchiata. Traballi un po’ sui tacchi, ridi, sei felice anche se pare strano a chi ci osserva da un’altra dimensione. Ora sei in piedi, avanti a me, con i tacchi, perfettamente alta appena 2 o 3 centimetri meno di me.

“Io sono un tipo passionale, Silvana.”

“Cazzo, lo so! Perché me lo dici?”, e ti afferro il collo con la mano destra e con il braccio sinistro ti tengo stretta lungo la parte bassa della tua schiena. La tua voce prova ad uscire, ma è un soffio appena. Conto fino a 3, poi fino a 5, e ti lascio.

“Non riesco ad ucciderti.”

“Non voglio morire.”, dici prendendo fiato. Questo colpo è stato forte, perché non potevi parlare, non potevi dirmi di fermarmi, e pur sapendo che non ti avrei fatto male, hai sofferto: lo si vede dalle tue vene, spaventate e pulsanti. Basta un colpo di vento improvviso, e la paura ci riprende. Ogni gesto inaspettato è qualcosa che non sappiamo affrontare, e per un attimo almeno ci mette innanzi a ciò che davvero siamo: siamo tutto, ma ogni volta che ce ne dimentichiamo, diventiamo niente.

“Toccami tra le gambe, amore.”, e mi avvicino a te: sei bagnata, umida.

“Ho voglia che tu mi prenda, adesso.”, ed io ti prendo in braccio, nuda e legata, e ti siedo sulla mia scrivania. Passo la mia cinta sotto le tue ascelle, attorno alla tua schiena, e ne faccio redini che impugno con la mano sinistra, mentre con la destra ho fatto cadere giù i miei pantaloni. Mi avvicino a te, ti apro le gambe, e sono dentro te, facilmente. Mi conosci, facciamo l’amore da tanto, da mesi, da anni. Da molto più di quanto noi ricordiamo, ma stavolta è diverso. Io sto guardando i tuoi occhi aperti nascosti dalla benda rossa, e tu stai sentendo me come mi sentivi mille anni fa: come una pietra contro una finestra. Con violenza, tirando verso me il tuo corpo ogni volta con la cinta, e con la mano destra stringendoti il fianco sinistro, a volte tenendoti appiccicata al mio viso con i denti sulle mie labbra, ed a volte mi mordi tu e mi tieni a te.

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