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Autobiografia

Trilogia dei primi baci - capitolo due

Pubblicato il 30/12/2017

Di come si gestisce la respirazione durante un bacio con la lingua.

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Il secondo bacio, il primo con la lingua, è arrivato dopo quattro anni. Il tempo necessario per riprendermi da tutte quelle sconfitte a pokemon.

Me lo conferì Aldo Trezzini in via Mazzini, e non sto scherzando. All'epoca il tram che mi portava a casa era il quattro, non il sedici, e il nostro apostrofo rosa ebbe luogo poco prima della fermata.

Io e il Trezzini eravamo fidanzati da dodici ore.

Era un ragazzone altoatesino l'Aldo, vigoroso e bonario, con una mascella rassicurante, una cartella Seven gialla e viola e un altruismo difficile da sedare. Aveva una passione metodica per Vasco Rossi, Edoardo Bennato e le pizzette del bar della scuola, che a ogni intervallo spuntavano bisunte da sacchettini di carta che stringeva gelosamente in mano, resi trasparenti da quintalate di olio arancione.

Il Trezzini vestiva sportivo- militare. Odorava di bucato pulito, mozzarella e pomodoro a tutte le ore del giorno. Suonava la chitarra. Cantava bene. Frequentava i boy scout. Il Trezzini aveva i capelli lunghi, lisci, legati in un basso codino con una serie di ciuffi ribelli che quando scriveva gli piovevano tutti giù sul compito come una tendina e che usava scostarsi dal viso circa trentacinque volte al minuto.

Mi si era dichiarato per telefono. Per telefono avevo accettato. Per festeggiare mi ero fatta il frisé. Il giorno dopo, come si conviene ai fidanzati, eravamo usciti mano nella mano. Quel bacio era nell'aria da ore. Ma eravamo ambedue impacciati e infreddoliti. Avevamo percorso mezza Milano senza riuscire a prender coraggio.

Giunti in via Mazzini al termine di un infruttuoso attraversamento del parco Sempione, con le cartelle ripiene di libri che ci segavano le ascelle e le giacche invernali che ci infagottavano i pensieri, il Trezzini, prima di scendere nella metro, prendere il passante ferroviario e tornarsene in quel di Rogorotto, frazione di Arluno, si decise infine a prendere quell'iniziativa che, ho capito troppo tardi, non è necessario sia appannaggio solo dei maschi.

Dal suo metro e ottantacinque di altezza si chinò gentilmente su di me e fissandomi livido e trepidante mi domandò: “Posso”?

Fu irreprensibile. Pensai fosse a causa dell'educazione scout.

Al mio flebile cenno di assenso, mi si avvinse come una ventosa, e prima che potessi minimamente organizzarmi, o quantomeno fare scorta d'aria, la sua lingua ancora memore dell'aroma delle pizzette dell’intervallo mulinava furiosa e metodica dentro la mia bocca e io tentavo con disorientamento sempre crescente di andare a ritmo, cercando un senso in quella dinamica che mi ricordava ogni secondo di più un cestello della lavatrice. Mi sentivo totalmente inadeguata, come quando ti tirano dentro a un ballo di gruppo che non conosci.

Certo, avevo preso parte a delle approssimative esercitazioni di gruppo con la Clara Susnik nel bagno delle femmine, mesi prima, ma nulla che rasentasse anche solo minimamente quelle prestazioni.

Passò un minuto. Poi due. Poi sette. Poi dieci. Avevo i nervi del cavo orale indolenziti e un rombo liquido in testa, sentivo la gente sfilare  intorno a noi appuntita come sanno essere solo i milanesi d'inverno, mi chiedevo a quel punto come si potesse concludere la situazione, se dopo avrei ancora potuto parlare, articolare, respirare, pensavo che non sapevo che un bacio con la lingua richiedesse tutto quell'impiego muscolare così ritmico, era una catena di montaggio questo amore, io tenevo gli occhi serrati perché mi vergognavo della gente che passando assisteva ironica a tutto quel mulinare, avrei forse voluto una pausa ma mai l'avrei chiesta, meglio morta, non potevo sottrarmi con una vile ritirata a quell'iniziazione che era il mio primo, vero limone.

E soprattutto, il mio primo bacio non a pagamento.

Fu un tempo infinito, nella mia percezione. Furono ore. Fu il tempo di un lavaggio a quaranta gradi con centrifuga.

Mentre il pomeriggio lasciava posto alla sera e la metropolitana continuava a inghiottire benevola sciami di cittadini rattrappiti io riprendevo aria a bordo tram numero quattro, pensando che sebbene col Trezzini dovessimo affinare un poco le tecniche, almeno era stato gentile. E tenace. Almeno adesso i rudimenti li avevo. Insomma, era stato qualcosa.

E a quindici anni "qualcosa" può voler dire moltissimo.

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