leggere e scrivere online
Small cover.png?googleaccessid=typee belleville prod@typee 162408.iam.gserviceaccountZoom cover

Autobiografia

Trilogia dei primi baci - capitolo tre

Pubblicato il 02/01/2018

Di quali parti del corpo vanno condivise e quali no

42 Visualizzazioni
6 Voti

La mia terza iniziazione, ovvero il bacio con sovrapposizione di arti, è arrivato durante un bivacco scout, poco dopo una quieta e concorde rottura col Trezzini. Col Trezzini i reciproci arti si erano sempre tenuti sopra l'equatore, arrischiandosi, i suoi, qualche volta sui miei fianchi, ma evitando programmaticamente i seni, quasi fossero protetti da un campo magnetico letale. Questa cosa non mi era dispiaciuta, perché la verità era che, al contrario di quel che dicevo alle mie amiche, l’idea che qualcuno toccasse delle parti del mio corpo che fino a quel momento avevo toccato solo io, e più che altro per caso, mi terrorizzava. Era una questione scaramantica, quasi, mi pigliava il panico, pensavo che il giorno in cui qualcuno si fosse spinto in queste parti sconosciute qualche cosa di me sarebbe fuggita via per sempre, avrebbero trovato una via d’accesso alla mia anima,  avrei subito un’illuminazione, o chissà che. Qualcosa di grosso, insomma. Una specie di Stargate.

Coi boyscout ci trovavamo a passar la notte a Mortara, una brumosa località padana che, come suggerisce il nome, toglierebbe la voglia di vivere anche a Gerry Scotti. Premetto che non mi sentivo molto attraente a quindici anni, figuriamoci agli scout, dove ero sempre obbligata a portare la divisa. La divisa scout, che originariamente sarebbe consistita in pantaloni in velluto a coste marroni a vita alta e camicione verde abbottonato fino al collo, per le mie compagne, lo capii subito e con sgomento, era un risibile pro-forma da convertire senza scrupoli in pantaloni a zampa d'elefante beige scopriperizoma e magliettina verde acido scopriombelico, elementi che mia madre decisamente non contemplava nel proprio programma educativo. A lei la divisa piaceva proprio perché cancellava in me qualsiasi desolato accenno di femminilità, e pazienza se questo avrebbe creato traumi tali per cui poi mi sarei vestita leopardata fino a trent'anni.

Il reparto che frequentavo nell'anno duemiladue aveva sede in un cantinone in viale Sabotino, ed era tutto un fiorire di geometrie di seduzione maschio-femmina alle quali io, atterrata all'incontro di presentazione al parco Ravizza intabarrata fino al collo nella divisa canonica dell'Esploratore con tanto di maglione di lana e scarponcini da montagna (eravamo a maggio) mi ero giocata da subito ogni chance di prender parte. Mi mancava solo il cappello di procione delle giovani marmotte, poi qualsiasi bullismo nei miei confronti sarebbe stato pienamente giustificato. La fauna maschile del nostro reparto era variegata e lombrosiana come si addice a un branco di maschi fra i tredici e i sedici anni, ma fra tutti l'elemento che più mi respingeva, a livelli tali da colorar di acido l'aria intorno a sé, era Fabio Tassi. Quindici anni, un metro e cinquanta, volto seminascosto fra un cappellino sudaticcio e una kefiah grigiastra che probabilmente non toglieva dai tempi della materna, voce ghiaiosa di catarro, insonnia e canne, un accendino sempre pronto a fare scherzi, dei poveri pantaloni a sacco che gli agonizzavano sotto le scarpe in qualsiasi periodo dell'anno, le unghie nere e smozzicate e il passo ostile, Fabio bestemmiava, ruttava, fumava, scatarrava e attaccava brighe tutto il giorno con chiunque gli razzolasse intorno, per puro passatempo.

Un pomeriggio mi aveva sfregiato il portafogli con una sigaretta. Insomma, non era esattamente Baden Powell.

Non ho mai ben capito cosa facesse lì. 

Quella sera a Mortara eravamo in pochi senza sonno, a chiacchierare in mezzo alla distesa di fagotti ronfanti nei sacchi a pelo. Ero come sempre sempre vestita da sacchetto della spesa, ma quella volta avevo portato con me un labello al lampone e un campioncino di profumo al muschio bianco, primi baluardi di quella femminilità fatale che stavo tentando di costruire nell'ombra. Si chiacchierava, io, il Tassi e alcuni altri, lui aveva fumato molto e per la prima volta ai miei occhi aveva un'aria innocua. A un certo punto, senza alcuna ragione mi posò una mano sulla schiena e iniziò a carezzarla. Io non lo fermai. Non so perché. Non lo so tutt'ora. Forse accadde perché eravamo a Mortara. Rimasi immobile, un po' spaventata. Nessuno dei due si scelse molto, a dire la verità. Ero l'ultima rimasta sveglia, e la prima a portata di mano. Dopo trenta minuti di grattini il suo sacco a pelo mi rotolò addosso e quella bocca strana, con uno scomposto principio di baffi adolescenziali, iniziò a ruminare lentamente la mia. Non mi chiese "posso", lo fece e basta. Non mi sentivo né triste né felice, più che altro guardinga. Le sue mani iniziarono un metodico assedio del mio sacco a pelo, mentre io rimasi immobile e ghiacciata come il mostro di Frankenstein prima del risveglio. Lui maldestramente si fece strada dove poteva, io aspettavo una qualunque catastrofe. Fabio Tassi parlava poco, pesava tantissimo e a un certo punto mi prese la mano per propormi un'esplorazione del suo, di corpo, ma la cosa mi gettò nel panico perché qualsiasi cosa racchiudesse il suo sacco a pelo io non avevo intenzione di saperne nulla. Lui insistette, io come ultima strategia finsi di addormentarmi di colpo. Lui mi crollò accanto poco dopo. 

La mattina seguente, sul pulman verso casa, controllavo mentalmente che fosse tutto a posto. Le tette erano ancora lì, così come tutto il resto. Non mi sentivo diversa da prima e la mia anima, qualsiasi cosa significhi, era intonsa nel suo nido, ovunque esso sia.

Avevo semplicemente capito che esistono parti del corpo che si condividono con tutti, tutti i giorni, le mani, le guance, le spalle eccetera, e altre parti che, come i ricordi, come i segreti, si mettono in comproprietà solo in occasioni rare ed esclusive. Per quanto mi riguardava, le parti mie le avrei tenute per me ancora per un po', in attesa che mi arrivasse la curiosità per quelle altrui, in attesa di entrare in tutto quel casino chiamato sesso che sconvolge, rimescola e polarizza la vita dei grandi e dal quale, che tu lo voglia o no, non ti liberi più.

Logo
5993 battute
Condividi

Ti è piaciuto questo racconto? Registrati e votalo!

Vota il racconto
Totale dei voti dei lettori (6 voti)
Esordiente
6
Scrittore
0
Autore
0
Ospite Belleville
0
Belleville
0

Commenti degli utenti

Picture?width=200&height=200&s=200&d=mm

Matteo Malaspina ha votato il racconto

Esordiente
Large snoopy scrittore.jpg?googleaccessid=typee belleville prod@typee 162408.iam.gserviceaccount

Maria Cristina Vezzosi ha votato il racconto

Esordiente

Decisa all'obiettivo. Mi piace.Segnala come inappropriato

Large default

Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente
Large img 20170602 wa0005.jpg?googleaccessid=typee belleville prod@typee 162408.iam.gserviceaccount

Danilo ha votato il racconto

Esordiente
Large 16473415 10211800492989923 9076187808915744205 n.jpg?googleaccessid=typee belleville prod@typee 162408.iam.gserviceaccount

Kadermaria Aly ha votato il racconto

Esordiente
Large img 1218.jpg?googleaccessid=typee belleville prod@typee 162408.iam.gserviceaccount

Hollyy ha votato il racconto

Esordiente
Picture?width=200&height=200&s=200&d=mm

di Giulia Lombezzi

Esordiente