Una moneta non basta.

Di

Raffaele Simonelli

“Usa la moneta, pagherà i debiti della tua anima…”

«Ma io non ho alcuna moneta!» risposi alla voce nella mia testa, mentre le ruvide mani di mio padre mi levigavano i lineamenti per l’ennesima volta. Poi un tintinnio dorato incorniciò qualcosa di caduto dalle tasche del mio vestitino macchiato di rosso.

«E questa? Dove l’hai presa?!» mi urlò contro l’orco, lasciandomi cadere.

«Non lo so, non è mia.» gli risposi tremando.

«Bene, ora sei anche ladra oltre che bugiarda! Mmh… sembra di valore. In questa casa le monete si usano per pagare i debiti… NON LO SAI?! I MIEI DEBITI SONO ANCHE I TUOI DEBITI!».

Me ne andai in camera senza nemmeno lavarmi la faccia; tanto valeva lasciare la tela sporca, per il suo dipinto del girono seguente. Mi distesi sul lettino pensando al tintinnio che lo aveva interrotto. Lui uscì di casa frettolosamente. Sentì solo la porta di casa aprirsi. Forse stringeva nella mano la moneta caduta. Io non lo vidi uscire; non so perché lo pensai. Sognai qualcosa ma non ricordo cosa. Quella notte stessa i becchini lo avvolsero nelle lenzuola e lo portarono via. Non mi ero accorta di nulla. Mi lavai il viso, non perché avessi pianto… non di dolore almeno.

Evitai le urla che provenivano dal salotto, le domande inutili «come faremo adesso? Chi baderà a noi?». Come se fino a quel momento avessimo fatto qualcosa o qualcuno avesse badato a noi.

Me ne tornai a dormire; in una paradossale atarassia. Il tempo di chiudere gli occhi, poco prima dell’alba, e la porta di casa fu scossa da un bussare pesante. Dalla mia stanza sentivo le voci appannate dalle mura umide.

«Chi è? Andate via! Non vogliamo nulla!».

«Apri! Siamo amici di tuo marito!».

“Ma lui non ha amici” pensai “come avrebbe potuto?”.

La porta prima scricchiolò aprendosi, poi un tonfo la richiuse. Sentii del vetro rompersi e lei urlare “non ho niente!”.

“Ti sbagli!” le risposero “hai molti debiti. PAGALI!”.

Cercai di richiudere gli occhi per non sentire. Staccai il contatto col mondo. Volevo solo addormentarmi ma qualcosa me lo impediva. Aghi luminosi mi trafiggevano le palpebre, eppure l’alba era alle mie spalle. Aprii gli occhi e, sul mio stesso cuscino, la moneta brillava illuminata dal sole. Non sentii alcuna voce, quella volta, ma sapevo comunque cosa mi avrebbe detto. L’afferrai e corsi alla porta.

«Ecco!» urlai. Lei era stesa sul letto, piangente, con i vestiti laceri ed il trucco sciolto. La grottesca immagine di ciò che era stata. Il branco si zittì. Mi fissarono.

«Ecco?» mi rispose uno di loro con gli occhi strabuzzanti. «Ecco cosa?» avvicinandosi.

«Prendete questa! È tutta d’oro. Lui voleva darla a voi per pagare i suoi debiti. Sarebbe venuto se non fosse morto. Lasciateci in pace! È tutta d’oro!».

Quel sacco di stracci sudati con gli occhi strabuzzanti ne fu subito incantato. Ancora un’istante e gli occhi gli sarebbero caduti dalle orbite. La sfiorò prima di prenderla.

«È vero… è tutta d’oro. Dove l’hai presa?» mi domandò compiaciuto.

«L’ho ereditata ma non so da chi.» al momento mi sembrò l’unica risposta che non desse spazio ad altre domande.

«Bene, per ora va bene… ma trovate presto il resto!» rispose uscendo dalla porta rotta. Lei mi guardò dal letto. Non disse nulla. Sbarrai la porta come potevo e tornai nel mio lettino. La mattina dopo avevamo ancora i nostri debiti ma non c’erano più creditori ai quali pagarli. Tutto ritornò normale. Squallido e senza futuro… ma normale. Ripensai di tanto in tanto a quella strana moneta. Ai suoi bordi grossolanamente incisi ed alle lettere incomprensibili. Poi il ricordo divenne un sogno e, come quasi tutti i sogni, al mattino della mia adolescenza svanì.