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CHEMISTRY #11 ROMANCE – (Rar)

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Il romance, lo sviluppo di un legame sentimentale fra due personaggi, è considerato uno degli ingredienti principali per dare presa e suggestione a un racconto. Una lezione assimilata dal cinema hollywoodiano, che ha infarcito praticamente ogni genere con una (sotto)trama amorosa: dalle schermaglie della commedia alle peripezie del film in costume, fino alle vicende torbide del noir metropolitano. A ben guardare anche il melodramma “puro” occupa un territorio di confine, alla confluenza tra generi diversi: il romance, nella maggioranza dei casi, è sempre romance e qualcos’altro. Non esiste insomma il melodramma ma esistono melodrammi storici, familiari, minimalisti, bellici – basti pensare a due delle più celebri storie d’amore di tutti i tempi, Via col vento (1939) e Casablanca (1942). Il cinema moderno e contemporaneo ha spesso preferito concentrarsi sul versante cupo della vicenda amorosa: mettendo in luce il percorso sentimentale non come crescita, bensì come guerra, illusione o mistificazione. Appartengono a questa categoria alcuni fra gli esempi più alti di film d’amore: penso a Decalogo 6, straziante romance fra un voyeur e la donna ch’egli spia, facendone l’oggetto di una venerazione che rasenta il culto; oppure a Le lacrime amare di Petra von Kant (1972), spietato melodramma di Fassbinder. Basato su una pièce del regista, ambientato interamente nel lussuoso appartamento della stilista Petra (Margit Carstensen), il film descrive la relazione fra lei e Karin (Hanna Schygulla), bella, superficiale e ignorante.  Il percorso inscenato è una vivisezione del rapporto amoroso, una sorta di via crucis sentimentale scandita da cinque atti: Attrazione, Innamoramento, Conflitto, Umiliazione, Disincanto (e Guarigione). Sotto la superficie kitsch, la messa in scena funge da cassa di risonanza amplificando i temi cari a Fassbinder: l’amante può essere posseduto nella misura in cui è reso oggetto. I manichini che affollano lo studio di Petra sono il corrispettivo di questa tendenza, così come i cambi d’abito tra un atto e l’altro esprimono l’illusione amorosa, che riveste la persona di qualità e valori che non le appartengono. Emblema della tirannia sentimentale è Marlene (una memorabile, silente Irm Hermann), totalmente succube di Petra. Nel finale la protagonista, rinsavita dalla folle passione per Karin, le propone di vivere finalmente un rapporto egualitario e appagante. In risposta la serva prende una valigia, vi ammucchia le proprie cose ed esce, scomparendo. Un finale che, stemperato dall'impianto teatrale (si spengono le luci) e dal contrappunto leggero della musica dei Platters, ribadisce il lato oscuro del romance.

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