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CHEMISTRY #4 STRUTTURA IN TRE ATTI – (3As) 3. Climax

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Il climax è la fase culminante dell’avventura, il momento in cui l’emozione del pubblico si stempera nella catarsi, l’obiettivo cui lo scrittore tende passando per semine, evoluzioni e strettoie della trama.

La narrazione contemporanea ci ha abituati a conclusioni amare, prive di gratificazioni, nonché a finali sospesi e irrisolti. Ma l’importanza del climax resta cruciale per la nostra esperienza di lettori e spettatori. Oltre a rappresentare il picco emotivo della storia, il climax segna la rinascita (o la caduta) del protagonista. Si torna al principio fondante delle storie ossia il cambiamento: il personaggio affronta un’ultima, decisiva prova conquistando l’equilibrio e la pienezza di sé (Vogler chiama questa realizzazione “matrimonio sacro”[1]).

Il climax de Gli spietati (1992) offre un esempio invidiabile per la capacità di rielaborare un cliché del genere (il duello conclusivo) in un’ottica più complessa e personale. All’inizio della storia William Munny (Clint Eastwood) si sforza di condurre una vita onesta, ma il ricordo delle violenze commesse in passato lo perseguita. Il protagonista, lungi dall’essere equilibrato, nega parte del proprio Io (“Non sono più così”, afferma a più riprese durante il film), vive insomma nella rimozione.

Nella sequenza finale William si presenta al saloon di Big Whiskey – dove è stato quasi pestato a morte nel Secondo Atto – e, fra lo scroscio della pioggia e il rimbombo dei tuoni, si accinge ad affrontare lo sceriffo Little Bill e i suoi compari che gli hanno ammazzato l’amico Ned. Memore dell’esperienza con Sergio Leone, Eastwood non affretta i tempi bensì dilata la tensione, inscenando un confronto psicologico tra il protagonista e lo sceriffo. “Tu devi essere William Munny del Missouri, assassino di donne e bambini” afferma Little Bill.

“Esatto” è la risposta di William. Poi, nel giro di battute che segna l’apice della scena, dichiara: “Ho ucciso donne e bambini. Ho ucciso la maggior parte delle cose che camminano o strisciano, e sono qui per uccidere te, Little Bill. Per quello che hai fatto a Ned”.

Giunto alla prova decisiva, il protagonista ha imparato a non negare se stesso. In questo modo William riacquista forza, sicurezza e anche il favore della sorte. È di nuovo un individuo completo e la sparatoria che esploderà di lì a breve non è che la messa in atto, la naturale conseguenza di tale cambiamento. Una trasformazione, o meglio una rinascita che Will commenterà, pochi istanti dopo, con lapidaria indifferenza: “Sono sempre stato fortunato quando si tratta di uccidere”.


[1] C. Vogler, Il viaggio dell’eroe, Dino Audino 2010, p.132.


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