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"Il cane di Giacometti", di Stefano Raimondi

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[da: Il pianista zoppo e la gobba claudicante]


*

Anche lui ha trovato la sua storia, per il giorno di natale: il
pianista zoppo e la donna claudicante. Una pistola tatuata sul
muro dice che forse è proprio così l’amore: il trovarsi anche
dentro una città che trema sotto i loro quattro passi storti,
piantati tra i tombini. Sapevano come stare insieme. Non
avrebbero chiesto nulla al futuro, al compleanno vicino. Si
guardavano fino a bastarsi.   


*

Essere il sadico, il comico
l’idiota. L’occhio veloce
e stretto dell’assassino, il respiro
a chicchi del singhiozzo. Essere
di tutto questo il nome di chi avverte:
un due che si riavvolge e tiene
per sentire dove l’eco del fiato
sembri più vero.

 ... che qualcuno pronunci il suo tempo
 o rimanga in silenzio per sempre

 Si preparano così le fiducie.  


*

Non credevano, prima, all’odore dei randagi, alla smorfia che
fanno quando si riconoscono dal sesso, da come ci si eccita
odorandosi le gambe e ci si capisce senza una parola che dica
qualcosa di più, di suo. Testimoniarsi dall’affanno, dalle carezze
come chi si incontra su una strada vuota e ha voglia, di
qualcosa, di qualcuno che lo tocchi, che lo faccia luccicare
come una bava e che sappia di sapore: di dentro. Si fanno sogni
anche sulle facce della gente senza domandare e ci si volta, si
cambia strada, si torna a casa. E il pianista suonava qualcosa di
bello, mentre la storpia lo leccava, dicendo di volergli bene.

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