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Narrativa

15 gennaio 1968

Di Adriana Giotti - Editato da Roberta
Pubblicato il 01/10/2021

Un ringraziamento speciale a Roberta, per la generosità e l'infinita pazienza, e a Silvia, per l'amicizia e l'ascolto.

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33 Voti


Il sonnellino pomeridiano era un piacere al quale non avrei mai rinunciato. Con la testa affondata nel cuscino, già pregustavo la temporanea dispensa dal partecipare o assistere al caos quotidiano.

Con mio grande disappunto, mia madre era irrotta in camera e, spalancata la portafinestra che dava sul vicolo, lasciava libero accesso a una ventata d’aria gelida e urla. La parola “terremoto” rimbalzava da un muro all’altro, precipitava sulla strada, stanava le persone dalle case e le induceva a correre, come se non riuscissero più a trovare l’unica via di fuga dal vicolo cieco.

Mio padre era arrivato a casa trafelato. Indossava ancora la tuta blu da lavoro e sotto il basco di panno dello stesso colore, il suo viso era pallido e lucido di sudore. Con l’ironia con cui reagiva alle situazioni più drammatiche, mimava i movimenti di chi culla un bambino e, con un sorriso a metà tra il cruccio e il ghigno, tentava di rassicurarci ripetendo che la natura aveva deciso di annacare l’isola. Mia madre e i miei fratelli avevano riso. Io ero tornata a letto.

Un’ora dopo, una forza immane penetrava nel vicolo e scuoteva le case come se volesse liberarle dalla presenza umana. Il lampadario oscillava e nell’urto contro il tetto, sprigionava una pioggia di brindoli, schegge di cristallo e intonaco. Animati di vita propria, i mobili scricchiolavano. L’armadio avanzava verso il centro della camera con sussulti convulsi e le ante spalancate, come se volesse inghiottire tutto ciò che incontrava al suo passaggio. Il rombo del sisma batteva il tempo contro la testiera del letto e in un duetto con la parete retrostante, s’accordava ai gemiti delle case pestate dalla furia degli elementi.

Mio padre imprecava e urlava i nostri nomi, come se volesse accertarsi che nessuno di noi mancasse all’appello. Mia madre invocava santi e misericordia. Tentavo di scendere dal letto, ma appena riuscivo a mettermi seduta, una tremenda schiaffata mi faceva ricadere di fianco e rotolare tra forze opposte. Qualcuno mi aveva afferrata per un polso e mi ero ritrovata a correre con i miei fratelli verso la porta di casa. E poi giù per le scale, in una fila di carne sbatacchiata tra il muro e la ringhiera di ferro. Le pareti della scala si dilatavano e restringevano come il mantice della fisarmonica che mio padre suonava per allietare le serate a Giacalone.

Ogni volta che una contrazione riduceva il passaggio a un budello che sembrava volerci risucchiare al suo interno, lanciavamo urla di terrore. In uno di quegli spasmi, mia sorella Antonietta aveva battuto il capo contro il muro. Intontita dal dolore si era fermata, ma ci urlava di continuare a correre.

In strada era persino peggio, sembrava d'assistere alla raccolta delle olive, quando i contadini battevano con lunghi bastoni sui rami carichi di frutti, per costringerli a mollare il bottino. La gente gettava oggetti dalle finestre, caricava le auto e ogni mezzo di fortuna con ciò che riusciva a recuperare. Assalite dalla potenza del sisma e abbandonate dai loro abitanti, le case si vendicavano lapidando con tegole e calcinacci i fuggitivi.

Io e i miei fratelli aspettavamo davanti al portoncino di casa che i nostri genitori ci raggiungessero. La gente ci urtava senza pietà. Antonietta aveva afferrato me e Sergio e ci spingeva verso il muro, allargava le braccia come fanno gli uccelli per sembrare più grandi e proteggere la prole dai predatori.

Il trambusto era assordante, ma la voce di mio padre mi aveva raggiunta. Eravamo saliti di corsa in auto e ci eravamo precipitati fuori dal vicolo.

Piazza Cappuccini era invasa di auto e carri. Un camion carico di fuggitivi si era impantanato alla fine della stradina che costeggia le mura del cimitero. Era la via di fuga verso il rione della Siccheria. Il conducente fissava le grosse ruote affondate nel fango, si grattava la barba e girava lo sguardo intorno alla piazza. Sapeva che in caso di pericolo l’unica scappatoia rimasta era l’angusta via Pindemonte, intasata di veicoli che tentavano di raggiungere la piazza attorno alla quale non c’erano case che minacciavano di crollare. Altri avevano compreso la gravità della situazione e si erano offerti per spantanare il pesante mezzo e liberare la strada. Dopo alcuni tentativi falliti, si erano arresi ad aiutare il camionista a montare sul tetto un telo per riparare il carico umano dal freddo e dalla pioggia. Chi non aveva veicoli si era sistemato sui gradini del cimitero, e sullo spazio antistante l’ingresso era stato improvvisato un accampamento con cartoni e mezzi di fortuna. Noi avevamo trovato posto quasi al centro della piazza.

Le scosse si ripetevano a intervalli e s’alternavano alle prime notizie sulla devastazione del Belice. Qualcuno aveva acceso una radio portatile: una voce maschile annunciava la conta dei morti, ma prima che la notizia si diffondesse in tutta la piazza, il numero dei decessi era quasi triplicato. Chi aveva parenti nei paesi compresi tra Trapani e Agrigento, subiva un carico doppio di pena. Alcuni si erano riuniti per pregare contro “U dimoniu”, ma i più sembravano aver smarrito anche la forza di sperare.

La notte era scesa. Gli adulti si davano il cambio in macchina, per consentire almeno ai bambini di dormire.

Dopo la mezzanotte, il gelo aveva costretto anche i più temerari a cercare riparo. Noi eravamo stipati in otto in un’utilitaria. La fame, il freddo e la paura toglievano anche il conforto del sonno. Poi la stanchezza aveva concesso una breve tregua.

Alle tre del mattino “U dimoniu” era tornato. Annunciato dal boato che percuoteva l’aria, assaliva la piazza e s’insinuava tra i veicoli. Strappati al sonno e ai giacigli improvvisati, i rifugiati correvano come impazziti nel labirinto di auto che precludeva ogni via di fuga. La potenza del sisma inarcava l’asfalto, era come un cavallo imbizzarrito che sgroppava per sgravarsi dall'insolito peso. Le auto ondeggiavano tra schianti di vetri rotti e clangori di lamiere accartocciate. Dentro gli abitacoli eravamo scaraventati contro i finestrini, sbattuti gli uni contro gli altri e aggrovigliati come fili di matasse srotolate.

Mio padre aveva spalancato lo sportello dell’auto e reclinato il sedile anteriore ci estraeva con furia, come se tirasse alla fune con la morte.

Alla fine, la terra aveva smesso di contorcersi. I fari risparmiati dal sisma erano stati accesi per permettere ai soccorritori di intervenire in aiuto dei feriti e di quanti erano rimasti intrappolati dentro i veicoli. Davanti alla nostra auto, mio padre ci esaminava uno ad uno. Nessuno era illeso, ma tutto sommato eravamo tra i fortunati. Quando era arrivato il mio turno, tenevo la mano a visiera sulla fronte per evitare che il rivolo di sangue che scendeva dal sopracciglio sinistro entrasse nell’occhio. Avvertivo il tremore delle mani di mio padre. I nostri volti erano così vicini che il suo respiro mi scaldava il viso. Fissavo i suoi magnifici occhi celesti: illuminati dai fari sembravano gocce di cristallo trasparente.


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Germinal68 (Sandro) ha votato il racconto

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Frato ha votato il racconto

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MMarianella ha votato il racconto

Scrittore

Riesci a rendere una cronaca di fatti reali così viva da poterla vivere insieme a te, nel momento in cui stai scrivendo. È sempre tanto bello tornare e leggerti.Segnala il commento

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Annacod ha votato il racconto

Esordiente

Cara Adriana la tua cronaca "personale" ha dato voce alla paura e agli attimi di terrore che precedono, accompagnano e seguono lo svolgersi di un terremoto, con le onde emotive da esso provocate. Non solo chi come me ha vissuto una vicenda simile alla tua (vivo nella Sicilia sud-orientale- terremoto '90)ma chi la segue da lettore ha vissuto attraverso le tue parole quelle emozioni. Complimenti Segnala il commento

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Isabella Ross ha votato il racconto

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Albertina ha votato il racconto

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Katzanzakis ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente

Letto con ribrezzo: ho vissuto 2 terremoti di cui non vorrei ricordare nulla. Bravissima come sempre :)))Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

C’è fluidità nell’alternanza fra la cronaca e le vicende personali, e un’ottima capacità di far arrivare a chi legge le sensazioni provate in quegli interminabili istanti. Hai scelto un soggetto forte, che sarebbe impossibile da descrivere se non lo si è vissuto sulla propria pelle. Infine, sempre ammirabili le collaborazioni. ChapeauSegnala il commento

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Calamaio ha votato il racconto

Esordiente
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Howl ha votato il racconto

Scrittore
Editor

Con quale bravura hai saputo cogliere ogni dettaglio e renderlo vivo e palpitante. Mi hai tirato dentro alla storia, l hai fatto quasi in piano sequenza, senza darmi fiato. Ammiro questa tua capacità, violenta e poetica al tempo stesso, di raccontare la vita. Grazie. Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente

coinvolge e tutto avvolge. ci penso spesso ai terremoti. bravissima Adriana🌼Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Stupenda cronaca rievocativa. Sembra di essere dentro il dramma.Segnala il commento

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FilippoDiLella ha votato il racconto

Esordiente

Che squadra! Bello tuttoSegnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Ho trovato particolarmente bello il finale. Segnala il commento

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Loretta 68 ha votato il racconto

Esordiente

Come si fa a non ringraziarti! Io personalmente ti dico grazie, piacerebbe anche a me se in qualche modo avesse un seguito. Mi hai commosso!Segnala il commento

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Signor Fabiani ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Segnalo il solito svarione, affinché altri non cadano nello stesso grave errore. “L’armadio […] come se volesse inghiottire tutto ciò che incontrava al suo passaggio”. Fatemi capire: una bambina è nel mezzo di un terremoto, circondata da gente terrorizzata, vede l’armadio muoversi, e pensa: “uh, sembra voglia inghiottire tutto”. Ma vi pare realistico? Sì, se si trovasse in qualche spaventosa attrazione di Euro-Disney! Questa non è la percezione della bambina IN QUEL MOMENTO. Questa è la rielaborazione pseudo poetica della scrittrice DI OGGI, infilata a forza nell’animo della bambina di IERI. Un disastro (lo stesso di Laura Chiapuzzi nel racconto “Oh che bel castello”: vi imitate tra voi, senza accorgervene, e fate gli stessi errori). Stessa storia con la chiusa. Ma ti pare che, venuta fuori da quel macello, sporca di sangue, una bambina possa percepire il mondo con vena poetica? (“sembravano gocce di cristallo trasparente”). La scrittrice la si vede dappertutto (“Le pareti della scala si dilatavano e restringevano come il mantice della fisarmonica”, “La parola terremoto rimbalzava da un muro all’altro”, "come un cavallo imbizzarrito che sgroppava per sgravarsi dall'insolito peso") quando doveva invece sparire e lasciar spazio al Personaggio-bambina. Ma del resto, scrivendo in prima al passato, non c'era nulla da temere: era ovvio dal primo rigo che la bambina fosse sopravvissuta, altrimenti, oggi, la scrittrice non avrebbe potuto buttar giù questa pagina di diario.Segnala il commento

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Andrea Trofino ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Intenso e drammatico, con l'ansia e il terrore a fare da collante ai brandelli sincopati della narrazione, in un flusso di sensazioni che scuotono il lettore, come una scia sismica...Segnala il commento

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

Veramente molto bello. Scritto con mano ferma e grande sapienza. Le prime righe ti portano nel racconto e sono bellissime. Da lì ci conduci in un universo di terrore non immaginato e ci lasci alle onde della terra che trema, del dimoniu. Quasi una cronaca, ma viva. Complimenti. Segnala il commento

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[K] ha votato il racconto

Esordiente

Incalzante, non dà respiro nei momenti in cui si descrive il terremoto in atto. Mentre si legge qualcosa si dilata e si restringe in parallelo alle persone in balìa degli eventi. Segnala il commento

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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Concordo con Roberta. Complesso perché è tua l'esperienza, dei tuoi occhi, muscoli e mente. Ciò nonostante non cadi nel tranello. Grande sintomo di maturità letteraria. È un escalation, un girone dantesco reale, almeno sino alla conclusione, che mi è piaciuta moltissimo, e mi permette di fare pace con il mondo Segnala il commento

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omALE ha votato il racconto

Esordiente
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Roberta ha votato il racconto

Scrittore

due osservazioni: 1. hai fatto tante modifiche rispetto all'ultima versione che avevo visto 2. mi hai ringraziato troppe volte :) comunque credo sia difficile raccontare un'esperienza del genere, soprattutto con tanta lucidità. riesci ad avere anche qui la tua prosa pulita. e in alcuni passaggi è come se il soggetto sparisse per lasciare tutta la scena a U dimoniu. e poi mi piace tanto il rapporto con tuo padre. Segnala il commento

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Antonio M. ha votato il racconto

Esordiente
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. ha votato il racconto

Esordiente

Intenso e sferzante, inondante di emozioni, ricordi, brividi e paure nel vivido quadro narrativo di una pagina della nostra storia e insieme di una ricca e significativa pagina di storia familiare dai contorni e significati pregni di grande umanità e amore palpabile anche solo da uno sguardo e una mano tesa. Segnala il commento

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doktor ha votato il racconto

Scrittore

nonostante l'origine autobiografica, questa non è una pagina di diario ma di storia del nostro paese: terribile per chi l'ha vissuta e per chi ne ascolta il racconto, cosi vivo e preciso nel tuo ricordo e, credo, nella tua carne, perché è lì che si incidono esperienze di questa portata. Segnala il commento

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Bruno Magnolfi ha votato il racconto

Esordiente

BellissimoSegnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Il tuo racconto è un sisma alle ossa. Si sente una vibrazione che è l'urto dei ricordi. Si percepisce lo stridio delle pareti, la voce che si assottiglia, il coraggio di avere paura e il desiderio di sconfiggere l'onda nera che adombra il domani. Adriana, sei una forza della natura!Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Un grande brano. Per me, che (fortunatamente) ho sempre e solo sentito le ultime onde dei grandi terremoti che hanno devastato il nord e il sud, leggerti è stato come esserci - tutto quel movimento, e il frastuono, e il senso di smarrimento. Davvero una grande restituzione.Segnala il commento

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carlomariavadim ha votato il racconto

Esordiente

Sì, Adriana, devi continuare questo racconto... e poi quel giorno? e i giorni seguenti?... e il tuo animo? Devi continuare, non lasciarci così... Va bene? Segnala il commento

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palu ha votato il racconto

Esordiente

Davvero molto bello. La memoria di una cronaca di una delle occasioni (ahinoi diverse) in cui la natura ha colpito duramente il nostro paese: che paura! A oltre cinquant'anni di distanza, e con tutta la tecnologia di cui oggi ci vantiamo, mi chiedo se abbiamo imparato a difenderci, almeno un po'. Grazie molte per la lettura, PaoloSegnala il commento

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di Adriana Giotti

Scrittore
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