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Narrativa

1945

Pubblicato il 30/09/2020

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19 aprile 1945,

Eravamo in mezzo ai prati, con le ginocchia raccolte al petto e la schiena

appoggiata al tronco di un albero, Pietro strappava le erbacce, io controllavo le

mucche : povere bestie, le mosche non le concedevano tregua, proprio come i

tedeschi facevano con noi.

“ma tu dici che finirà mai?” Chiesi a mio fratello

Pietro sorrise “tutto finisce Margherita, bisogna vedere se ci arriviamo a

vedere la fine, se quei cani non ci ammazzano prima”

Si sentirono due colpi, poi altri tre, poi tutto tacque.

“sono loro?” gli domandai

“no, sono i nostri, andiamo, stanno arrivando i tedeschi”

Erano i partigiani della 19’ e ci stavano avvisando che sarebbero arrivati i

tedeschi per i rastrellamenti.

Raggiungemmo il borgo passando dai boschi, a casa c’erano solo nostra madre

e Maria, la più piccola delle sorelle.

I tedeschi iniziarono ad arrivare a blocchi compatti di 15 soldati ciascuno,

aprirono le porte delle case a calci e misero completamente sottosopra i solai,

mia madre piangeva, con le mani sul volto, singhiozzava talmente forte che

uno dei soldati se ne accorse, si avvicinò a noi e mentre stringeva con forza la

baionetta, le tirò un calcio negli stinchi, lei rimase in silenzio e con gli occhi

chiusi ricadde al suolo in ginocchio.

I tedeschi avevano rastrellato tutti i pollai, ci avevano lasciato una gallina, la

più vecchia, quella che non faceva uova da tempo, si erano portati via tutti gli

animali nelle stalle, avevano legato una mucca ad un carro ed erano spariti

dietro le montagne, non ci era rimasta che la terra.

Le notti successive non avevo chiuso occhio, tremavo, come se i tedeschi

fossero ancora lì, a distruggere casa mia o a picchiare mia madre, facevo fatica

a leggere ancora il futuro nei miei occhi perché avevo avuto paura, come mai

prima di quel momento.

I giorni seguenti furono particolari, Giovanni, il figlio del “Magnin” era stato

fermato dai nazi-fascisti mentre era di ritorno a casa dalla visita in ospedale

per il cambio delle medicazioni.

Mesi prima durante un’operazione militare, era scivolato lungo il ghiacciaio

del Rutor riportando ferite multiple ed escoriazioni

Durante il suo ritorno dall’ospedale fu fermato da un soldato fascista, che

nonostante le spiegazioni, lo scambiò per un partigiano, l’unico verdetto

possibile era la fucilazione.

Giovanni, messo al muro, chiese che gli venga concessa l’ultima benedizione

dal parroco di paese così, uno dei soldati venne mandato a cercare il prete, nel

frattempo però, arrivarono il medico dell’ospedale e il suo autista che

riconoscendolo, spiegarono ai soldati che Giovanni non era un partigiano, ma

bensì un militare ferito, a quel punto i nazi-fascisti lo lasciarono andare e lui

poté tornare a casa in sella della sua bicicletta.

Qualche giorno immediatamente prima della liberazione, Pietro mi disse che la

guerra stava finendo, ma che ci sarebbero stati altri attacchi da parte dei

tedeschi, giurava, che sarebbero stati più duri dei precedenti.

“la 19’ si sta riunendo per mettere alla gogna i tedeschi, da Milano stanno

arrivando ordini ben precisi, dobbiamo mantenere libere le comunicazioni tra

di noi e isolare quelle dei tedeschi, le formazioni Matteotti dovranno liberare

la zone di Castellamonte e Rivarolo dai presidi tedeschi, che poi si sposteranno

su Torino” mi disse

“fai attenzione, Pietro” la voce mi tremava

“certo, Margherita. Oh, mi raccomando zitta eh”

Mimai la croce sulle labbra, ma non avrei mai parlato, né con altri, né

tantomeno con i tedeschi, avrei preferito morire piuttosto che fare la spia e

tradire mio fratello e i suoi compagni.

1° settembre 1945,

Pietro aveva ragione, come sempre.

La mattina del 25 aprile, i partigiani entrarono a Cuorgnè e la liberarono, a

mano a mano verrà liberata tutta la valle Orco, risalirono il fiume Orco e

liberarono basso e alto canavese dalla morsa nazi-fascista.

Anche Pietro aveva contribuito alla liberazione di Castellamonte, ma non

aveva mai potuto porre fine a tutta questa storia, non era stato fortunato

come Giovanni, i tedeschi me l’avevano ammazzato.

La guerra era finita, l’estate era passata lenta e monotona, nei giorni successivi

alla liberazione, come aveva detto Pietro, c’erano stati nuovi attacchi da parte

dei tedeschi, molto più sanguinosi che si consumarono a Ceresole nei pressi

del passo della Galisia dove morirono altri sei parigiani.

Poi però, le armi tacquero definitivamente, per la prima volta dopo cinque

anni.

Rimaneva solo più il silenzio della nostra gente, che si era vista portare via

tutto quello che di poco aveva, ma che in silenzio doveva saper ripartire e

riscattarsi, per un futuro semplice, ma dignitoso.

Sono nata tra le montagne, ero la terza di cinque fratelli, il mio futuro non

poteva essere altro che quello, non avevo prospettive alte e non potevo

averne, ma anche se la mia idea di libertà si riduceva ad essere in mezzo ai

prati con i campanacci delle mucche di sottofondo, mi batterò per sempre per

poter salvare la mia, seppur umile, idea di libertà

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Isabella Ross ha votato il racconto

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. ha votato il racconto

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Il soggetto c'è... e avanza, deborda, tracima. Dovresti (solo... ) cercare di concentrare maggiormente la narrazione, spiegando e descrivendo meno, per affidare la tua scrittura all'evocazione delle parole stesse, lasciandole libere di esprimere il loro contenuto, e la loro capacità di creare dei nuclei formali e sostanziali... ascoltandole bene, rileggendole, quando le hai scritte, e usarle sempre in levare... senza aggiungere troppo.Segnala il commento

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di Ilaria Bugni

Esordiente
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