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Autobiografia

Fantasie yonqui

Pubblicato il 12/08/2018

Un piccolo viaggio che ha come scenario l' Andalusia, ma solo in secondo luogo. In prima istanza si inscena in una mente suggestionata.

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Yonqui è una parola di gergo comune spagnolo con cui vengono designati i fattoni, i drogati, chi ci è rimasto sotto.

La imparai fin dal mio arrivo nella penisola iberica, mentre cercavo di assimilare dalle serie spagnole amatoriali i modismi più autentici, più schietti, quelli de la calle, della strada.

Dopo essermi creata un background mentale piuttosto suggestivo rispetto alla malavita di Siviglia, finalmente giunge il momento di andare a visitare la città.

L’unico mio contatto in città appartiene, ovviamente, ad una cerchia di yonqui. Conosciuto nell'aereo sola andata per Granada.

Il colpo di fulmine nei miei confronti contribuì sicuramente a far sì che offrisse ospitalità non solo a me, ma ad altri 7 amici.

Ansia n°1: avrei dovuto concedermi in cambio?

Pur di risparmiare sull’alloggio, corro il rischio.

Arrivati in città veniamo scortati nella piazza dei bagordi, dove noi ingenui italiani cerchiamo di intrattenere gli “amici del mio amico”, inanellati e con cappellino rap di traverso, con delle improbabilissime partite a "Lupus in Tabula". 

Lo stato di stordimento dei giocatori rende il gioco impraticabile.

Ansia n°2: il ruolo di mediatore fra gruppi mi è sempre stato insopportabile. Come compiacere non solo i nostri ospiti, ma i miei amici di recente acquisizione?

L’imbarazzo è palpabile.

I silenzi criptici di chi è evidentemente “fatto”, rendono il tempo insopportabilmente lungo, appeso, sfumato.

Finalmente l' attesa si esaurisce quando unanimamente si decide che saremmo stati ospiti da tale Juan: amico del mio contatto Paco.

Per ritrovare la macchina nei congestionati parcheggi a ridosso del centro, ci impieghiamo 40 min abbondanti.

Un paio di amici si avviano coi nostri ospiti a recuperare la loro, di macchina.

Passa un’ ora e mezza, nessuna traccia della macchina n°2 con i rispettivi passeggeri.

I nostri ospiti non hanno né credito, né la lucidità mentale per pensare di rispondere alle chiamate ed aggiornarci sulla situazione.

Inevitabilmente si palesa ansia n° 3: immagini di morte e rapimenti, il peso del senso di colpa per quello che possa essere capitato è quasi più tangibile dello zaino che porto in spalla. Io, ingenua, ho trascinato i miei amici ad alloggiare da dei semi-sconosciuti che hanno poi proceduto alla rapina? o peggio, alla molestia ed il sequestro?

Passate due ore, finalmente ci si accostano i presunti rapitori ed i presunti rapiti, in un’ Honda Jazz sverniciata.

La casa “poco fuori città” si rivela distante 1h e 30. Sono le 5:30 di mattina e scampiamo ad un brutto incidente per un pelo.

Ansia n°4: entrambi i guidatori sono semi addormentati al volante e l’unico occhio iniettato e vigile tra i passeggeri è il mio.

Scampata la morte, arriviamo a destinazione: una casetta totalmente isolata, nel mezzo di campi di ulivi.

Nel cortile c’è una piscina vuota, nera, piena di foglie secche. Il bagno è esterno e la luce, senza paralume, traballante ed intermittente.

Ѐ incredibile come gli scenari che tanto sollazzavano la mia fantasia ora mi si riproponessero come reali ed anche un po’ scontati. 

Clichè tanto quanto lo era la mia agitazione e la mia malafede.

Tutti i miei compagni, assonati e seccati per la dubbia integrità degli ospiti, si coricano nel maxi-plus-size patchwork di 5 materassi creato al suolo per ospitarci tutti. Ognuno copre le spalle all’altro dormendo avvinghiati, in un’ atmosfera del tutto anti-erotica, date le circostanze.

Rimane libero solo un materasso matrimoniale, isolato da un muretto rispetto al giaciglio degli altri.

Ansia n°5: Paco si aspetterà inevitabilmente qualcosa da me, tutta la sera mi ha amata con lo sguardo.

Provvedo indossando calzini con la gomma abbinati a sandalo francescano, maglietta XXL, felpa slavata dei 16 anni, leggins e pantalone della tuta. Indesiderabile, penso. Eppure..

Per tamponare il debito nei confronti di Paco e Juan, li accompagno in cortile per intrattenerli mentre fumano l’ultimo piti prima di coricarsi.

Una volta rientrati ritrovo la compagnia dormiente e mi costringo in un angolo del materasso-collettivo, con metà degli arti a terra.

Il sollievo di essere riuscita ad evitare il talamo coniugale non smorza l' aspettativa di Paco, che mi tiene sveglia mentre lui si affloscia vestito e vigile in un divano dietro di me.

Alle ore 10:00 tutti si alzano con solerzia per evitare ulteriori imbarazzi, mentre ognuno riesuma i suoi averi dall’orgia di oggetti a terra, Paco siede su una sedia e ci guarda senza espressione.

Le macchine sono pressoché cariche e nonostante ci fossimo già congedati, Paco all’improvviso esce dalla casa e richiama la nostra attenzione con un urlo.

Avvicinandosi al cancello sfodera dalla tasca un coltello che il mio cervello interpreta come appartenente alla categoria “serramanico”.

Sarà stata la notte insonne o gli stupefacenti, ma il suo sguardo era affossato nelle cavità oculari, rendendolo alienato e pericoloso.

Arrivato al cancello ci chiede: “quereis un poco de queso?”, volete del formaggio?

Dovevo immaginarmelo, anche gli yonqui fanno merenda.

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Mela Golden ha votato il racconto

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DONATO ROSSO ha votato il racconto

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Michele Pagliara ha votato il racconto

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Dalcapa ha votato il racconto

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rheya ha votato il racconto

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Spassoso, e che bel ritmo.Segnala il commento

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gionadiporto ha votato il racconto

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Anika ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Dimar ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

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di Caterina Gradenigo

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