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Narrativa

A scaffale

Pubblicato il 24/05/2020

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Quello era il suo tredicesimo lavoro e a giugno sarebbero stati due anni esatti, studio e affiancamenti esclusi, da che aveva messo piede nella prima biblioteca assegnatagli di ruolo.

In quei giorni si stava convincendo potesse essere l’ultimo, quello definitivo, finalmente. Il lavoro a lungo cercato dopo tante delusioni e giravolte, il mestiere per cui non aveva studiato, purtroppo, a causa di quello che a posteriori si era rivelato essere un errore di gioventù.

Che difatti lo aveva portato a fare tutt’altro nella vita, persino il portiere di notte in un albergo, anni prima, oppure il ghost writer per le agenzie pubblicitarie. Reinventarsi di continuo, al pari di tanti altri della sua generazione.

Il lavoro grazie al quale potersi fermare un po’. Rifiatare e programmare altro di più stabile.

Emanuele si conosceva bene e proprio per questo, in realtà, non poteva escludere nulla, nessuna svolta che potesse essere imprevista o forzata dagli eventi, nessun colpo di testa dei suoi; in buona sostanza non sapeva cosa aspettarsi.

Conosceva decine di persone che lo avrebbe descritto come un tipo inaffidabile e altrettanti che invece avrebbero detto il contrario. E quindi, che persona era? Amava pensare di essere solamente adattabile: un surfista in cerca di onde o, ancora meglio, un onesto giocatore di fascia.

Propenso alla corsa e al sacrificio, se necessario, ma per natura non così dedito al gioco difensivo quanto piuttosto a quello spregiudicato e d’impostazione. Talvolta dotato di estro. Di quelle ali che segnano poco ma solo gol belli e che quando esultano sembrano sempre incredule, loro per prime.

Un Garrincha dei poveri o un Gigi Meroni di periferia, senza né vezzi né galline al seguito, però.


Nella biblioteca principale di una grande città Emanuele era uno di trenta operatori. Visto che si sentiva ancora un intruso teneva sempre un profilo basso e faceva tutto quello che gli dicevano di fare.

Centellinava, per il momento, le iniziative personali e annuiva spesso. Arrivava prima del suo orario, ma senza farsi notare, e staccava sempre dopo, seppur di poco. Non gli pesava per nulla, amava i libri, amava stare in mezzo ai libri.

La sua era un’abnegazione che voleva fosse percepita come innocua dai colleghi più anziani, l’asinina determinazione di un ragazzo alle prime armi che si comportava come ci si aspettava da lui.

Poco importa che non fosse più un ragazzo; con tutta evidenza in quegli anni incerti si restava ragazzi a lungo.

Non parlava a nessuno, per motivi analoghi, della sua laurea cum laude, solo marginalmente attinente al lavoro, e del diploma conseguito con il massimo dei voti. Non era ancora la fase della partita in cui si poteva osare, occorreva essere un Di Livio qualunque, per il momento. 

A furia di lavoro sporco e tanta corsa si era per gradi inserito nel gruppo dei colleghi.

La dirigente aveva persino iniziato a ricordare il suo nome.

I colleghi più giovani lo invitavano agli aperitivi e passato l’iniziale periodo di studio si era pure permesso di smettere di bere con moderazione, una contraddizione in termini, aveva sempre pensato.

I colleghi più anziani continuavano invece, seppur con più garbo e imbarazzo, a mandarlo a scaffale; destinazione che nelle dispute e nella scala gerarchica delle mansioni restava, a detta di tutti, fra quelle più umili.

Riordinare i documenti, scorrrere sugli scaffali, ricollocare con precisione, verificarne lo stato di conservazione ed al bisogno, spolverare. Spolverare tanto.

Qualche rara valutazione di ordine leggermente superiore, su eventuali scarti e messe a deposito, sempre e comunque da farsi avvallare dai colleghi anziani.

In realtà Emanuele adorava stare dove stava, a contatto con i libri e con la gente. Le coste dei libri lo affascinavano. Toccarli di continuo era una sensazione rassicurante.


Quando era ragazzino la prima libreria che aveva riordinato era stata quella del padre. Ogni tanto gli tornava in mente la scena mentre controllava l’ora sul suo orologio, che ormai portava sempre con sè. Aveva sicuramente fatto un casino, ma non importava. Il corrridoio era buio e lungo. Gli scaffali altrettanto. Delle migliaia di libri del papà all'epoca aveva letto sì e no qualche Urania. Per il resto fumetti, che però conservava, in ordine di uscita, in camera sua.

Gli altri tomi, dai titoli misteriosi, erano un universo ancora tutto da scoprire.

Aveva undici anni. Le parti alte della libreria le doveva raggiungere per forza con una scaletta instabile. Non conosceva nemmeno l’ordine alfabetico a memoria e infatti se l’era ricopiato su un quadernetto, dove aveva poi disegnato la libreria nei dettagli riportandone a stampatello il contenuto.

Emanuele, in biblioteca, parlava con gli utenti nascondendosi ancora nelle zone d’ombra dei corridoi, abitudine da cui non riusciva a liberarsi. Sistemava e spolverava tutto il giorno. Mettendo in ordine quella piccola porzione di mondo aveva spesso la sensazione di mettere ordine dentro sé stesso.


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MMarianella ha votato il racconto

Esordiente

Mi è piaciuto! Mi piace lo stile, mi piace il dettaglio, forse io personalmente sono per il meno detto e più lasciato a intendere. Tu tendi proprio ad esplicitare tutto. Ma sono solo gusti personali. Segnala il commento

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Debora P. ha votato il racconto

Esordiente

È proprio il lavoro perfetto per lui. Bello! Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Piaciuto il soggetto e anche i riferimenti al mondo del calcio, che anch’io a volte prendo in prestito. E lavorare in una biblioteca non mi sembra niente male. Se ti va, leggi il mio racconto dal titolo “Briciole”. Stessa ambientazione, ma con finalino divertente.Segnala il commento

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白い騎士 ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore
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Howl ha votato il racconto

Scrittore

Bello. Scritto molto bene. Segnala il commento

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Isa.M ha votato il racconto

Esordiente

Sistemare e spolverare, spostare risistemare e spolverare ancora,e ancora...non si finisce mai di fare ordine, dentro sé stessi. Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

Scrittore

Bello perdersi nei decimali Dewey. Scommetto che se nel sistemare la propria biblioteca si mettessero insieme i libri non letti ci sarebbero motivi di GRANDE sconforto.Segnala il commento

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Stefano Adesso ha votato il racconto

Esordiente

Negli ultimi tempi, mentre prendevo coscienza che un lavoro stabile non ce l'avrò per un po' (e forse nemmeno lo voglio), hanno cominciato ad affascinarmi almeno due dei mestieri citati in questo racconto (bibliotecario e portiere di notte), mentre non potrei mai fare il ghost writer. Hai restituito con dolcezza le dinamiche di uno di questi. Sarebbe bello leggere altre esperienze, semmai tu ne avessi.Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente

bello... fa pensare Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Un mestiere che mi ha sempre affascinato BelloSegnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

I piacere delle lettura, e tutto il "corollario" di chi lavora in una biblioteca... toccare i libri, prenderli, spostarli, passarli a chi li vuole leggere, rimetterli a posto, schedarli, organizzarli, saperne la collocazione... è un grande piacere, indipendentemente dalla nostra posizione della scala garearchica... Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Un mestiere su cui non mi sono mai soffermata molto. E' bello che tu mi ci abbia fatto riflettereSegnala il commento

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