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A te solo seta

Pubblicato il 17/05/2018

La fine della storia di uno che era due.

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Salas si svegliò sulla pietra. Quanto tempo era passato? Che giorno era? Era freddo lì. Non era mai stato in gattabuia. Il suo solito ottimismo era sparito. Lì c’era solo un essere umano. Senza diritti. Senza spazio. Senza tempo. Ora non poteva più nascondersi da quello che sentiva: una profonda inadeguatezza nei confronti della sua stessa vita. L’insufficienza delle sue abilità, sempre contro le sfide del lavoro, dell’amore, dell’amicizia. Era per quello che non riusciva a non odiare chiunque gli stesse vicino. Il confronto era impietoso, lui veniva schiacciato completamente.  Gli altri possedevano capacità, cose, affetti, sentimenti, nulla che lui avesse mai potuto possedere. Nulla che lui avesse potuto stringere al suo petto. 

Sentì dei passi, prima lontano, poi più vicino. Il rumore meccanico che seguì somigliava a quello delle chiavi delle celle dei film quando si aprivano quelle enormi porte di latta, o forse si stava lasciando suggestionare dalla sua condizione di recluso, e la sua fantasia lo stava facendo impazzire, facendo a pezzetti il suo cervello. 

Il cancello si aprì, due uomini in divisa gli intimarono di mettersi spalle al muro, gli legarono i polsi con le manette, fredde come quando ti immedesimi se le vedi nei film o sui fumetti.  

Salas provò a chiedere cosa stesse succedendo, ma nessuno rispose. Mentre gli sbirri lo conducevano chissà dove, il corridoio gli sembrò lunghissimo. Provò a tornare indietro con la mente per ricordare che diavolo fosse successo ma era troppo scioccato per fare una riflessione che avesse un senso. Si lasciò andare e si fece condurre in questa stanza. 

Un grande tavolo di legno, una sedia da un lato, su cui lo fecero accomodare senza troppa gentilezza. 

Dopo si aprì un’altra porta. Entrò un uomo in giacca e cravatta, e dietro di lui c’era un altro tizio in camicia che sotto le braccia teneva un registratore. 

Serissimi, come se stessero presiedendo al funerale di Dio, si sedettero senza mai guardarlo in faccia. Fecero partire la registrazione. Quello in giacca e cravatta tirò fuori una sigaretta da un contenitore d’argento. La accese e la infilò in bocca a Salas. Se ne accese un’altra appresso. Finalmente lo guardò in faccia. 

Il prigioniero si sentì morire per l’intensità del suo sguardo. Fu in quel preciso istante che la mente iniziò a mettere insieme i pezzi. L’uomo aveva intensi occhi neri. Talmente penetranti e inquietanti che sembravano aver visto le atrocità più impensabili. 

Senza mai chiudere le palpebre gli disse: “Salas Torres, mi dica: dobbiamo farla lunga oppure me la racconta ed è meglio per tutti?” 

Salas era frastornato. Non riusciva a ricordare nulla, gli sembrò di vivere un’amnesia di quelle dei film; eppure qualcosa era lì, in fondo, nella sua testa. L’uomo in giacca e cravatta rise socchiudendo gli occhi e disse “Benissimo.”. A quel punto gli sferrò un pugno violentissimo sulla mano destra poggiata sul tavolo. Seguì un urlo, per il dolore ma ancor più per lo spavento. Guardò Salas in un modo ancor più terrificante. “Sembra che il nostro ragazzo, a trent’anni suonati, abbia già l’Alzheimer. Allora Torres, diciamo che ci sono persone di cui ci fidiamo che ti hanno visto con una donna. Una donna che ora non c’è più. E non perché se ne sia andata in vacanza. Perché qualcuno che corrisponde alla tua descrizione l’ha prima violentata, e poi ne ha straziato il corpo. Guarda queste foto. GUARDALE! Dimmi che sei stato tu ora e io ti risolvo un sacco di problemi. Ti faccio risparmiare moltissime sofferenze e umiliazioni, credimi. Tu non hai idea di quello che io posso fare. Nel bene e nel male.”

Salas si mise a piangere. Le foto erano terribili. Come si può fare qualcosa del genere ad un altro essere umano? Ma ad un tratto si riconobbe. O in qualche modo riconobbe l’altro, il Salas riverso che ogni tanto veniva fuori la notte e indossava guanti di seta prima delle efferatezze. “È una malattia”, si diceva. “Non è colpa mia, è l’altro!”

Ad un tratto un’altra voce con un diverso tono che fino ad ora nessuno aveva sentito, uscì fuori dalla bocca di Salas. “Mi ha scoperto, detective. Il gioco è finito. Portatemi in galera, così posso ammazzare l’altro mentre nessuno guarda ancor prima del processo. È questo che anche voi desiderate, no? Stare al sicuro in casa o mentre passeggiate in giro, mentre i mostri marciscono in cella o sotto terra. Credete che qui in carcere, solo perché non esiste più la pena di morte in questo paese, sia meglio? Quanto è vivo chi è privato di ogni cosa? Lasciatemi fare ciò che vogliamo tutti. Salas mi tiene fermo, mi lascia uscire solo quando è stanco e non può avere il controllo. Voglio vendetta. Tornerà utile a tutti, fate un sorriso…” Chiuse gli occhi e svenne.

L’uomo in giacca e cravatta guardò quello in camicia. Presero un tagliacarte ben affilato dal cassettone chiuso a chiave del tavolo e glielo misero in tasca. Battuti due volte i pugni sul legno del tavolo, le porte della stanza si aprirono e i due trascinarono Salas in cella.

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di Michele Cigna

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