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Narrativa

Abbandonato anche dal cane

Pubblicato il 08/05/2017

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Abbandonato anche dal cane.

Il libro era terminato. La parola fine, scritta sulla carta solo qualche giorno prima. Il file giaceva chiuso sul mio desktop e la paura aleggiava nell'aria come un avvoltoio alla vista d'una carcassa imputridita.

Non c'era scopo.

Non c'era una meta.

Il traguardo, tagliato.

Toccava prendere atto della situazione. Uscire dalla tana. Trovare il coraggio che serviva per immergersi nella folla tumultuosa. Nella luce. Guadagnarsi ogni singolo respiro, la propria dose quotidiana d'ossigeno da infilarsi a forza dentro le vene.

Attendendo un'altra illuminazione come la barca dei soccorsi, un naufrago perso alla deriva. Toccava prendere atto della situazione. Era tutto un miraggio in dissolvenza, sempre più sfuocato mano a mano che la distanza decresceva. Pronto a svanire quando il braccio e le mani sarebbero stati in grado di toccarlo. Apparizione.

Ma la barca dei soccorsi veniva sistematicamente affondata dai colpi di cannone sparati da un veliero lì di passaggio. Risveglio e presa di coscienza un brutto affare. Risveglio e presa di coscienza, assai bruschi e complicati. Come star seduti in attesa di scintilla sul fondo buio ed umido d'un abisso oceanico ancora inesplorato.

Il libro era terminato e quella storia m'aveva abbandonato.

I miei vecchi impilavano cartoni su cartoni, colmi di roba che sarebbe stata buona per il macero ma che loro avrebbero certamente conservato. Si poteva annegare fra i ricordi, sommersi senza più vedere la superficie lì, distante. Gli occhi fissi a cercare di trattener il passato fra le dita tremanti mentre i giorni si scaricavano nel cesso assieme a tutto il resto.

Qualcuno se n'era andato troppi chilometri lontano ed era da sempre una costante. Pregavo Dio di non avergli lasciato dentro segni e danni troppo ingenti. All'altezza della pancia o poco sotto. Sette miliardi, un contributo non richiesto e nient'affatto necessario.

Chiamavo il mio cane e gli offrivo del cibo. Chiamavo il mio cane, bianco, fottuto orso polare, ma lui aveva fiutato il rischio che fosse tutta una gran fregatura. Non l'avevo mai fatto.

Prese il suo gioco preferito tra i denti. Svelto fra le gambe della mano che abitualmente l'aveva nutrito.

La porta si chiuse e nella casa, poi, rimase solo silenzio.

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