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Ad noctem, chi bussa?

Pubblicato il 23/05/2018

Gemito è un uomo che sceglie la notte come momento per vivere eppure anche qui ha difficoltà a lasciarsi andare, mostrando piccole manie e un serio problema col sonno. Nella notte i suoni assumono una forza differente, per chi li ascolta possono indicare le cose più assurde, chissà cosa sente Gemito

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Gemito era uno di quelli che quando scende la sera, si sveglia. Per una qualche strana ragione, che lui attribuisce fieramente al suo essere “artista” con un velo di costruita drammaticità, si sente vivo allo svanire degli altri. La vita della città e di chi la riempie lo fa sentire profondamente a disagio e con il passare degli anni ha cambiato il suo orologio biologico. O così crede, almeno. Nella realtà Gemito crolla in un sonno profondo intorno alle 2.00 per essere poi svegliato dal camion dei rifiuti intorno alle 6.00/6.30 quando inizia un continuo, inutile, borbottio sulle abitudini mediocri di quella città in cui era nato e viveva e sperava, almeno, di non morirci. La sola cosa che si svegliava la sera, insomma, era la sua vita intellettuale, non di certo quella sociale considerando che gli amici più cari erano tutti andati a colmare lacune di geografia che G. si portava dietro dalle elementari. Prima di andare in camera e avvicinarsi col corpo e con lo spirito al letto, G. era solito farsi una tisana sperando così di arrivarci già pronto per un lungo e buon sonno (cosa per nulla scontata). Scriveva fino a tardi sulla poltrona di pelle verde che si era portato dalla casa dei suoi, ci era troppo affezionato ed era troppo bella per essere lasciata indietro, tra le cose che non gli sarebbero appartenute mai più per diritto di stato in luogo. Tra l’una e mezzo e le due poi, finalmente, si metteva a letto.

Tic-toc-tic-toc

Si gira sul fianco destro, poi il sinistro.

Tic-toc-tic-toc

<<Ma li ho spenti i termosifoni?>>

G. si alza con lo slancio di uno sbuffo, va in corridoio e controlla il termostato giusto il tempo per scoprire che sì, li aveva spenti e allora per non sembrare uno di quelli con le allucinazioni notturne, va a prendere una bottiglia d’acqua dal frigorifero e se la sistema sul comodino, non si sa mai venisse sete. Si mette sotto le coperte e riprende la ricerca della posizione perfetta, quella dove tutti i muscoli tirano un sospiro di sollievo prima di lasciarsi andare.

Tic-toc-tic-toc

<<Ma… questo rumore? È il frigo … no, il frigo è diverso, sarà qualcosa fuori, in strada>>

Torna sul fianco destro.

Tic-toc-tic-toc

<<Forse è il telefono? Ma con il silenzioso mica vibra … no, ma non è una vibrazione, è tipo …>>

Tic-toc-tic-toc

<<Ma ho sempre sentito l’orologio dalla cucina?>>

G. si volta sulla schiena e prende a fissare il soffitto, quella è La posizione e lui la conosce bene: sarà un’altra, lunga, notte. Si fa coraggio e si tira giù dal letto, arriva in cucina e fissa l’orologio proprio di fianco al frigo, almeno il tempo di schiarire la vista, poi trattiene istintivamente il respiro e resta in ascolto. Niente. Ancora un minuto. Ancora niente. Irritato e con il battito che inizia a smuovergli il petto si avvicina all’aggeggio familiare che ora gli pare un estraneo poco gradito.

<<Allora? Sei tu? Devi essere tu>>

Tic. Tic. Tic. Tic.

<<Sarà lui, anche se il suono è così leggero, come posso sentirlo? Non mi pare neppure sia questo>>

Posa l’orologio al suo posto e gira svogliato per la cucina alla ricerca di quel disturbatore di sonno, ora sì che sembra uno con le allucinazioni. Magari le ha per davvero. Niente. Se ne torna al letto posizionando dritte le pantofole sul pavimento, sistema il lenzuolo e chiude gli occhi.

Tic-toc-tic-toc

G. si scuote dai suoi pensieri felici ma senza aprire gli occhi. Sa bene che se mai li avesse aperti avrebbe dato corda a quella pazza ricerca dicendo addio ad ogni tentativo di andare a lavoro, domani, con un decente riposo alle spalle. Si finisce sempre allo stesso modo, vero? A combattere contro se stessi per dormire non riuscendo, così, a farlo.

Tic-toc-tic-toc

<<Devo farcela, non devo fissarmi, devo pensare ad altro e dormire. Io voglio dormire>>

Tic-toc-tic-toc

Cinque minuti dopo, che parvero a G. almeno mezz’ora, è nel corridoio a seguire quel rumore insopportabile. Con l’elastico del pantalone del pigiama ormai completamente smollato e le pantofole che gli scivolano via. Si muove a tentoni come un cane da caccia con l’insonnia, se mai ne sia esistito uno. Silenzio.

Tic-toc-tic-toc

<<Sì, ti sento, ti sento … ma dove?>>

Arriva al bagno, si muove nell'abitudine degli spazi, si gira verso lo specchio che riflette solo il buio dell'appartamento.

<<Non ho un orologio in bagno, che ci faccio qui dentro? Devo decidermi a riprendere con la valeriana>>

Tic-toc-tic-toc

<<Ma … dove sei dannato coso?>>

Stremato, sfiora con le dita lo specchio, poteva sentire il ticchettio pompargli nei polpastrelli contro il vetro freddo. Ora il suono si fa più distinto, come in un improvviso movimento.

Era lui, il battere del tempo.

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Michelangelo67 ha votato il racconto

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Ellida Wangel ha votato il racconto

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di Rossella Palmieri

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