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Narrativa

Af-fidarsi

Pubblicato il 22/07/2018

L'acqua come elemento liberatorio e purificante, porta la protagonista di questo racconto a elaborare un avvenimento doloroso della sua giovinezza. Perché quando porti un segreto in fondo al cuore, questo torna sempre a galla.

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Sei in piscina, l'acqua ti circonda, ti accoglie, ti accompagna. Ti lasci avvolgere da quella sensazione di benessere, non pensi più a nulla, concentri te stessa nel tuo respiro e vai avanti, una bracciata dopo l'altra, liberando il cuore da ogni pesantezza.

Tuffo, apnea, braccia lunghe sopra la testa, gambe che si muovono, riemergi, respiri, bracciata destra e testa giù, bracciata sinistra, respiri, bracciata destra e testa giù... una vasca dopo l'altra, entri completamente dentro te stessa e ti affidi a quell'incredibile elemento.

Affidarsi. Che parola meravigliosa! Può comprende più sfumature, così simili eppure così diverse. Affidarsi, nel senso di consegnarsi alle cure di qualcuno, non è cosa facile: occorre accettare di perdere il controllo, di dover dipendere da altro all'infuori di te, di fidarsi.

Come una coperta calda in una notte fredda ti avvolge e ti ripara, così l'acqua scorre su di te e lava via tutte le tue paure, rigenerandoti.

Sei in piscina, e l'acqua ti conosce, non le puoi nascondere nulla. Sa tutto di te, la tua storia, le tue speranze conosce i tuoi successi tanto quanto i tuoi fallimenti.

L'acqua conosce il mio segreto, è stata lei ad accogliermi quando volevo morire. Non ho mai compreso veramente l'entità del vuoto che avevo dentro fino a quando ho capito che non dovevo nasconderlo anche a me stessa, per cercare di dimenticarlo, ma dovevo accettarlo.

L'acqua mi ci ha fatto entrare dentro per esplorarlo fino alla profondità più dolorosa.

Dopo molti anni, l'ho guardato in faccia, quel dolore così grande, e ho capito che, sì, la cicatrice rimarrà per sempre, ma io posso scegliere di perdonarmi e vivere una vita migliore.

Guardarsi dentro senza ingenuità, rivedere i tentativi fatti con più indulgenza, strappare a quel mostro nascosto in fondo al cuore il potere preso su di me e trasformarlo nell'arma che mi aiuterà a liberare l'anima dandomi le risposte che cerco.

Non voglio più pensare a tutto ciò che ho perso nella vita quando mi sono sentita sovrastata, delusa, impotente di fronte al tormento. Che cosa è successo alla mia anima? Quando è stata l'ultima volta che mi sono sentita libera?


Quando accettai di fidarmi di Stefano, ne ero ormai irrimediabilmente innamorata. Quegli amori folli e sbagliati dei 16 anni, in cui vuoi vedere ciò che non c'è. Tre anni più di me, accogliente, dolce, protettivo e bello, troppo bello per un topolino con gli occhiali cui piaceva studiare e nuotare come me. La telefonata a casa prima di uscire (in un'epoca senza cellulari) quella del "sto uscendo ora per venire da te, fatti trovare davanti all'oratorio tra un quarto d'ora, ti porto in centro", quella del rientro a casa: "Sei arrivata a casa? Ti ho lasciata davanti all'oratorio meno di mezz'ora fa, piccola, ma mi manchi già da morire" . Mi ero lasciata avviluppare da quel vortice di attenzioni maniacali e avevo perso qualsiasi spirito critico.

Ciò che successe in un caldo pomeriggio di luglio, quando accettai di andare a casa sua, non potrò più dimenticarlo.

Quelle mani, quei sospiri, le mie lacrime, la sua indifferenza, la sua crudeltà nell'ignorare i miei no, la mia incapacità di reagire, ribellarmi, scappare...

Credevo di vivere in un sogno e mi ritrovai in un incubo doloroso.

Quando fui finalmente libera, fuori pioveva a dirotto.

Tornai a casa di corsa, a piedi sotto la pioggia, piangendo. Aprii la porta terrorizzata all'idea che mamma fosse rientrata prima di me, ma non c'era nessuno. Infilai i vestiti fradici di pioggia in lavatrice, riempii la vasca d'acqua, mi immersi e sparii sotto di essa.

Sentivo l'anima sporca e lavai ogni centimetro del mio corpo. Sfregai la pelle con tutto il sapone del contenitore per togliermi il suo odore di dosso e buttai la spugna per paura di sentirlo ancora, ma la sensazione di quelle mani non andò via con l'acqua e il sapone e me la trascinai addosso per settimane.

Mi sentivo colpevole, sbagliata. Volevo morire.

Non avrei mai potuto affrontare la vergogna di parlarne a qualcuno. Lui avrebbe detto che ero consenziente, che ero la sua ragazza, che mentivo. Sentivo che nessuno mi avrebbe creduto o avrebbe avuto pietà del mio dolore. Scelsi il silenzio e la vergogna. Smisi di mangiare, vomitavo di nascosto. Smisi di andare in piscina.

Che un no è un no sempre, che un uomo può decidere di essere tale, e non un animale, lo capii solo dopo molto, troppo tempo.

Sopravvissi, ma la scelta del silenzio mi fece seppellire in fondo al cuore un dolore sordo, che ricompare e si manifesta nelle maniere più diverse e nei momenti più inaspettati, a dispetto degli anni trascorsi.


Sono qui in piscina e l'acqua mi attraversa l'anima, solo qui mi libero dal mostro nascosto dentro di me.

Non era amore, se non ha saputo rispettarmi.

Non devo essere io a vergognarmi.

Non è una colpa innamorarsi della persona sbagliata.

Non è stata colpa mia.

Non è stata colpa mia.

Non è stata colpa mia.

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