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Narrativa

Al di là di ogni ragionevole dubbio

Pubblicato il 03/09/2020

Nel dormiveglia Greta allunga un braccio ma dai polpastrelli risale solo la ruvidezza del lenzuolo gualcito e una sensazione di freddo...

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Nel dormiveglia Greta allunga un braccio ma dai polpastrelli risale solo la ruvidezza del lenzuolo gualcito e una sensazione di freddo: Arturo si è alzato da un pezzo. Si sveglia percorsa da un vago senso di colpa, ma scuote la testa. Si siede sul letto e scorge, nella penombra, una lama di sole fuggita da uno spiraglio della tenda. Si alza per scostare il pesante tessuto: il lago è sempre là, niente è cambiato. Poi si pettina davanti allo specchio, si scopre una ruga e sospira. E’ tardi! e in cinque minuti è già vestita che scende le scale.

La hall è deserta, in sala da pranzo passa veloce Liuba con un vassoio, in una scia profumata di croissant.

- Hai mica visto Arturo?

- E’ in cucina che prepara le colazioni.

Lo sorprende alle spalle e prepara un sorriso. Arturo si volta, senza stupore.

- Oggi partono anche i tedeschi – dice, con un filo di voce - albergo vuoto, zero prenotazioni, stagione finita. Conviene chiudere.

A Greta si gela il sorriso sulla labbra.

- Ah, è così?

Si allontana. In silenzio e con una gran rabbia in corpo risale le scale. Quelle parole sono un groppo che non va giù. Fanno coppia con quelle dell’altra sera: i russi hanno fatto un’offerta interessante…

Sale fino alla terrazza sul tetto, quella che si affaccia sul lago, il fiore all’occhiello dell’albergo, dove portare i clienti appena arrivati per assaporare l’oh, oh! di stupore. Si lascia cadere sul divano. Nell’aria frizzante di ottobre, al di là della ringhiera in ferro battuto, tra due piante di limoni, si apre la vista del lago, che come sempre luccica e sorride, ma non infonde allegria. Velisti si affannano sul pontile, in lontananza le montagne azzurrine.

I russi hanno fatto un’offerta interessante? L’hotel sarebbe stato venduto? Il chiassoso gruppo di tedeschi gli ultimi clienti? Gli ultimi! Ma le camere si erano chiuse a una a una, non te ne eri accorta, Greta? Che ne sarà del brusio nella sala da pranzo, del terrazzo sul lago, del bar rivestito di legno? Vivranno altre stagioni, certo, ma senza di te.

Al di là di ogni ragionevole dubbio, sapeva che prima o poi sarebbe andata così, ma non in quel modo, in quel momento. Non era pronta. Un altro giorno sì, un domani.

E come si permette Arturo di prendere una decisione e comunicarla così, a cose fatte. L’Hotel Villa Filzi è o non è di mia proprietà? Non può decidere per me.

Già si immagina la scena madre, lei come una sposa all’altare. Le parole del notaio echeggiano nello studio: vuoi tu, Greta Filzi, vendere Villa Filzi alla qui rappresentata immobiliare Volga? E all’urlo NOOOOO! chi si alza, chi si mette le mani tra i capelli, chi la supplica. Non sarebbe andata così, già lo sa. E’ lui quello forte, il pragmatico, l’uomo del presente. E non è forse lei la dubbiosa, la sensibile, la prudente? Dalla sua parte stanno il passato e il futuro.

Il passato… l’estate del 1975, l’albergo pieno…

- Signor Zoli? – chiese Greta con il sorriso più innocente che le era consentito dall’età.

A quell’epoca Greta era una diciannovenne flessuosa e slanciata, dai lunghi capelli di un biondo puro, una che non passava inosservata. Da due giorni spiava nella sala da pranzo l’uomo che sedeva al solito tavolo, da solo: capelli brizzolati, insoliti in un giovane, ampie spalle, lineamenti regolari. In sintesi: molto affascinante. Il terzo giorno era sgattaiolata nell’ufficio dell’albergo e aveva sfogliato il registro dei clienti, sotto lo sguardo austero del nonno che, dall’alto della foto seppia, la giudicava. Vigilava perché gli eredi apportassero migliorie all’hotel senza sperperare denaro e tenessero bene in testa i suoi tre comandamenti: acume, lavoro e parsimonia. In ordine di importanza.

Sfuggita allo sguardo del nonno, era corsa sulla soglia della sala da pranzo aspettando l’attimo giusto per farsi consegnare, con lo stupore della cameriera, la bottiglia di vino.

- Sì, Arturo Zoli, al di là di ogni ragionevole dubbio.

A Greta non piacque la risposta, le parve arrogante, e pensò di essersi sbagliata sul tipo di persona. Non sapeva che era una formula del linguaggio giuridico riguardo al convincimento del giudice sulla colpevolezza dell’imputato, a meno di ipotesi immaginarie. Per Arturo, nato e cresciuto in una famiglia di giuristi, quella era solo un’espressione del lessico famigliare.

Ad Arturo invece non dispiacque l’approccio disinvolto di Greta, se dopo pranzo, a un tavolo del bar caldamente rivestito di legno, lasciò cadere la sicurezza iniziale e quasi si scusò della sua solitaria vacanza. Confessò di aver abbandonato gli studi giuridici, distruggendo le aspettative famigliari, per dedicarsi anima e corpo alla scrittura. Dopo un primo periodo creativo, era precipitato nella classica crisi del foglio bianco. Confidava nella tranquillità dell’albergo sul lago per ritrovare l’ispirazione smarrita. Non mancò di elencare i pregi dell’hotel, con Greta che gongolava e annuiva. La irretì con una dissertazione sui suoi autori preferiti e sui generi letterari, argomento che non rientrava negli interessi di lei, ma che servì a rafforzarle il fascino verso un uomo che oltre all’aspetto fisico, brillava per doti intellettuali.

Qualche giorno dopo Arturo le propose di fare un bagno nel lago. Per Greta la cosa non era una novità perché fin da bambina ne conosceva l’acqua fredda e pesante e i ciottoli spigolosi, prezzo da pagare per immergersi, ma si finse meravigliata per la proposta. Era segretamente felice. Per vincere il freddo dell’acqua che cingeva la vita, si lanciarono in una sfida di nuoto. In poco tempo e con energiche bracciate, Greta prese il largo. Quando si fermò, affaticata, scorse appena, sul pelo dell’acqua, la testa di Arturo, che era rimasto indietro. Nuotando a rana, si raggiunsero a metà strada. A Greta la cosa parve un segno evidente: se mai avessero intrapreso una vita insieme, quel ricongiungimento presagiva lo sforzo di andare l’uno verso l’altro. In seguito imparò a essere più cauta nell’interpretazione dei simboli.

La vena letteraria di Arturo era comunque destinata a esaurirsi, senza troppo rammarico, se poco dopo il matrimonio con Greta la conversione dalla creatività dello scrittore all’efficienza del buon albergatore poteva dirsi completata, per la gioia di Greta e il sollievo del nonno che, dalla foto seppia, sorrideva sotto i baffi.

Arrivarono poi Agnese e Francesco, a due anni di distanza, e allora la divisione dei ruoli diventò più marcata: lui sempre più compreso nel ruolo di brillante gestore e lei nelle vesti di madre premurosa, che inseguiva la felicità suggerita dai sogni.

Cominciarono a condurre una vita separata, una serie di incomprensioni e ripicche si rincorrevano, spesso per fragili motivi, ingigantiti dal reciproco silenzio. Erano parzialmente sordi l’uno all’altra. Non significava che Greta volesse vivere senza di lui, continuava ad amarlo ed era sicura che anche lui la amava, ma le sembrava un amore a sprazzi, annebbiato, una versione sbiadita dell’amore che aveva sognato. E anche se le cose precipitavano, c’era sempre uno dei due che afferrava un filo nascosto e tirava su dal fondo del pozzo quanto era stato mandato in frantumi e rimetteva insieme i pezzi sbrecciati.

Quando i bambini erano ancora piccoli morì il padre di Greta. Si scoprì addolorata ma non distrutta, con un grave senso di colpa. Aveva già respirato l’odore della morte a sei anni quando il nonno era disteso nel letto con il suo vestito migliore e con quella faccia di cera. Ma era un ricordo che confinava con le favole e non la rese triste a lungo. All’epoca della morte del padre, Greta era assorbita dalle cure per i figli.

La sua vita continua in loro, cercò di convincersi. Il lutto suscitò una fase mistica: Dio dovrebbe essere più chiaro, dirci dove andiamo e cosa si aspetta da noi, si confidava con Arturo, ma subito si correggeva: sto dicendo sciocchezze, e scuoteva la testa. Arturo era serenamente agnostico.

Per le stagioni morte Greta progettava dei lavori nell’albergo, alcuni nuovi, altri rinviati di anno in anno: verniciare le imposte, revisionare la caldaia, potare gli alberi del giardino. C’era un futuro, neppure troppo lontano, in cui si vedeva attiva e partecipe. In queste fantasie potevano essere incluse la visita di un’amica d’infanzia, il soggiorno di una cara cugina o l’improvvisata di una coppia di amici. Ora che l’hotel sarebbe stato venduto, nella mente di Greta questo futuro si abbuiava e doveva provare a immaginarsi in un altro luogo sconosciuto e ostile.

La famiglia di Greta aveva sempre vissuto nell’hotel, condividendo con gli ospiti, in una sorta di simbiosi, corridoi e spazi comuni, allargandosi e stringendosi a seconda delle esigenze. Ora cedevano la stanza del nonno che li aveva lasciati, ora ne prendevano due per Gnese e Cesco.

Le stagioni si rinnovavano, gli anni volavano e quasi senza accorgersene Greta si ritrovò due ragazzi forti e pieni di vita che la superavano in altezza e brillantezza di mente. Due camere tornarono agli ospiti quando Gnese e Cesco spiccarono il volo.

- Volo d’aquila – puntualizzava Arturo, orgoglioso per le carriere accademiche che si erano spalancate davanti a loro. Ma, come quelli delle aquile, erano voli lunghi: Chicago per Agnese e Boston per Francesco.

Greta accomunava le distanze che separavano i figli tra di loro in un’unica indistinta lontananza, e li immaginava insieme che chiacchieravano e ridevano, ricostituendo, a migliaia di chilometri, la famiglia dispersa. Non funzionava così, per il rammarico di Greta, e Gnese e Cesco si sentivano solo per gli auguri di Natale. Greta restava l’unico tramite tra i fratelli. Con la vendita dell’hotel, il contemporaneo ritorno dei figli, anche se per pochi giorni di ferie, era un altro sogno finito nel cestino.


Un mese fa Greta ha accompagnato la mamma alla casa di riposo. Il processo che inesorabilmente ha visto lei invecchiare e la mamma tornare bambina, ha creato un baratro incolmabile.

Non ce la puoi più fare da sola, ripeteva Arturo.

Da principio Greta opponeva parole risentite, poi toni sommessi, negli ultimi tempi solo silenzi.

Una mattina ha aiutato la mamma a fare i bagagli, ma quando lei, con passo incerto, è uscita dalla camera, Greta si è soffermata sulla soglia.

Un’altra porta si chiude. Se ti volti, vedi tutte le porte che si sono chiuse.

Ne ha parlato con Arturo, una sera dopo cena. Amano concludere la giornata seduti nelle poltrone del soggiorno privato, leggendo.

- Quali sono le ultime volte di ogni cosa? – ha chiesto Greta - L’ultima volta che abbiamo fatto il bagno nel lago? L’ultima volta che abbiamo fatto l’amore? Ci ricordiamo della prima volta e non dell’ultima, perché non sappiamo mai che è l’ultima.

- Al di là di ogni ragionevole dubbio – Arturo ha abbassato il giornale e l’ha scrutata da sopra gli occhiali da presbite – è tutta una questione di entropia: sono le trasformazioni irreversibili delle cose, il caos che regna nell’universo.

- Nient’altro?

Greta odia la superficialità di Arturo.


I tedeschi sono partiti a metà mattina. L’albergo è vuoto. Arturo ha accordato a Liuba la serata libera: andrà a informarsi sugli orari dei pullman. Nel pomeriggio Arturo chiede: - Che ne dici di una gita in barca, come un tempo?

- In barca? – sorride, ma vorrebbe piangere.

Sul pontile, Arturo tira la cima della barca ormeggiata. Sulla fiancata si legge il nome Greta, in azzurro sbiadito.

I remi si immergono di taglio nell’acqua densa come petrolio ed escono grondanti. La vogata di Arturo è esperta e spinge la barca con regolarità, fende l’acqua e onde concentriche rompono il riflesso dei monti. Greta è accucciata a prua, in silenzio.

La riva è ormai lontana, Arturo smette di remare e tira su i remi. La barca beccheggia dolcemente.

- Sei triste?

Greta annuisce, imbronciata e ferita.

- Perché vendiamo l’hotel? - chiede Arturo.

- E’ una questione di entropia, le persone e le cose passano, il lago sta a guardare.

- Nella vita hai cercato felicità e perfezione. Non sempre è possibile raggiungerle.

- Per non dire mai.

- L’esasperata ricerca della felicità genera infelicità.

Greta si volta indietro, in un moto di stizza, e viene accecata dalla luce radente del sole al tramonto. Nel bagliore, vede il nonno camminare sulle acque, come Gesù. Le viene incontro tenendo tra le mani la tavola dei tre comandamenti. Spaventata, distoglie gli occhi, poi guarda di nuovo. Il nonno è scomparso, ma c’è una ragazza che porta a un tavolo di ristorante una bottiglia di vino. La ragazza sorride al giovane seduto. L’uomo ricambia il sorriso e la conduce per mano in una casa minuscola in riva al lago. Il tempo impazzito corre a folle velocità: lei e lui, nel fiore degli anni, vivono nella casetta dove un bambino, due bambini, si rincorrono felici. I bambini crescono, diventano prima ragazzi, poi una giovane donna e uomo. Scompaiono. Appaiono uno, due, tre bimbi lattanti, che a loro volta crescono. All’uomo e alla donna imbiancano i capelli e si incurvano le spalle. Insieme coltivano le rose del giardino e giocano lunghe partite a scacchi.

- Arturo, riapriamo una porta. Perché non cerchiamo una villetta con vista lago?

- Ne ho vista una che credo ti piacerà – le sorride e di nuovo immerge i remi nell’acqua.

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Isabella☆ ha votato il racconto

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Fiorenzo ha votato il racconto

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Delicato. Complimenti. Segnala il commento

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albertomineo ha votato il racconto

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Bello, sei riuscito a farmeli "vedere" tutti e il finale mi ha sorpreso piacevolmenteSegnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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PBT ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

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Le parti migliori di questo racconto sono quelle dialogate, dove in pochi accenni crei tutta la tensione della scelta ed il peso di una vita!Segnala il commento

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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MargheMesi ha votato il racconto

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Riesci a trasformare l'atmosfera della montagna in matrice narrativa. Il nitore, il vuoto, la luce, la solitudine, il tempo. Come se venissero prodotti dalle montagne si riversano nel tuo narrare e nei suoi personaggi intrecciandoli in una dimensione ulteriore. Un racconto in 3 dimensioni: spazio, tempo, montagna. Ma è la terza che genera tutto.Segnala il commento

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Il Verte ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Eccellente. Volo d'aquila lungo vite e generazioni. E un finale di speranza.Segnala il commento

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terrybu ha votato il racconto

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Veramente bello. Un racconto maturo. Una lezione su come sia possibile tratteggiare tutta una vita in poche battute, trovando anche spazio per la complessità e l'ambivalenza dei sentimenti. Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

Un racconto corale e nel contempo intimo, che scava nel profondo dei sentimenti dei due protagonisti. Nostalgico ma non malinconico, si illumina di speranza nell'explicit, nonostante l'incipit lasciasse presagire un logoramento del rapporto di coppia. Molto bello, complimenti!Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

La vita scorre con la lievità, la forza e l'inflessibilità di leggi a noi ignote. C'è tutto in questo bellissimo racconto: l'amore, i sogni, le aspirazioni, il passato, le delusioni, i fallimenti, la lontananza. E poi il ritrovarsi, riscoprire, ricostruire insieme. E rinascere, ma senza pretendere che l'altro diventi più simile a noi.Segnala il commento

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Hollyy ha votato il racconto

Esordiente

Una delle migliori storie che hai scritto.Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

‘ e lei che inseguiva la felicità suggerita dai sogni.’ Un storia bellissima, intima e suggestiva, che ci mostra i delicati e articolati meccanismi di coppia, unite alle nostre aspettative che forse però non conosciamo sempre fino in fondo, perché mutiamo, perché ci adattiamo ma anche fuggiamo a noi stessi, e a chi ci è accanto. Tutto questo in uno scenario borghese, accogliente che é un’ occasione ben congegnata per parlarci delle apparenze che quasi sempre ingannano, e non solo gli altri, ma anche noi stessi. Scrittura fluida, elegante, che non cede a sentimentalismi ma che va nel profondo e in cui - come sempre - sai metterti da parte - per una perfetta rappresentazione della vita e della psiche. Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

Un racconto che è quasi una allucinazione! Bellissimo! Complimenti!Segnala il commento

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

Scrittore

Ho molto apprezzato la capacità di narrare una storia originale e universale al tempo stesso: vengono descritti con tratti sapienti personaggi, storie e ambientazioni, che risultano molto ben connotati. Si crea un'immediata empatia fra Autore e Lettore, che può facilmente ritrovare pezzi della propria esperienza di vita nelle vicende occorse a Greta e alla sua famiglia, alla luce di temi eterni quali il tempo che passa, i rapporti fra uomo e donna, le illusioni perdute e quelle, forse, ritrovate.Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

Scrittore
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di Paolo Sbolgi

Scrittore
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