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Avventura

Il legionario

Pubblicato il 27/05/2019

Un uomo decide di lasciare la sua casa nel deserto per mettersi alla ricerca del mare.

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Qmir odiava il deserto. Il deserto non è posto per uomini, pensava. Un cimitero di ossa sbiancate dal sole. Da bambino, suo padre aveva l’abitudine di raccontargli che il deserto era un regalo di Dio all’uomo per testarne la perseveranza. Glielo ripeteva ogni notte, mentre sdraiati guardavano le stelle in cerca del sonno. Poi un giorno il deserto si prese suo padre, e Qmir cominciò a sospettare che le sue teorie fossero quantomeno discutibili.

Dal giorno in cui suo padre lo lasciò per sempre da solo a badare alle loro capre smunte, Qmir cominciò a sognare di abbandonare quella trappola, una trappola che Dio aveva piazzato per i suoi figli abbastanza sciocchi da cercare una ragione nei suoi atti imperscrutabili.

Sognava il mare. Non ci era mai stato ma lo sognava, così decise di mettersi in cammino per raggiungerlo.

Guidò le sue capre ad ovest, per trenta miglia. In un caravanserraglio le vendette in fretta, a metà del loro valore, e con il ricavato comprò una mula per coprire le cento miglia che ancora gli rimanevano prima di arrivare alla costa.

Era un cammino estremamente duro. Man mano che si avvicinava alla costa, l'aria sembrava farsi ancora più rovente. Era come se il deserto avesse capito le sue intenzioni e avesse deciso che, piuttosto, lo avrebbe ridotto ad un altro mucchietto di ossa sbiancate dal sole, come suo padre e innumerevoli altri prima di lui.

Per prima cosa si prese la sua mula. Il calore emanato dalla sabbia e dal suo padrone furono eccessivi per quell’animale poco più che pelle e ossa. Prima le si piegarono le zampe anteriori, poi si stese su un fianco, facendo rotolare Qmir giu per una duna. Nel tempo che Qmir ci mise a risalirla, la mula era già morta.

Qmir conosceva l’importanza di una buona idratazione, e sapeva che senza la sua mula, le scorte d'acqua potabile che portava con sé non sarebbero bastate ad arrivare fino alla costa. Decise pertanto di bere il sangue della sua cavalcatura. Tanto da morta, pensò, non le servrà più. Con un pugnale le tagliò il collo e ne raccolse in un otre quanto più ne potè. Lo bevve camminando verso ovest, fino al tramonto. Passò la notte seguente vomitando e in preda a orribili spasmi. Il sole doveva aver corrotto le carni della mula già prima che questa morisse, o forse era solo la vendetta dell’animale nei suoi confronti, che l’aveva strappata ad una comoda vita in un caravanserraglio per trascinarla verso quell'orribile morte, nella trappola che Dio aveva teso agli uomini e in cui invece era morta lei.

Il giorno seguente si rimise in cammino. Arrancava, più che camminare, trascinandosi sulla cresta delle dune bianche di luce riflessa. L’aria calda distorceva l’orizzonte creando falsi specchi d’acqua in lontananza, oasi impossibili, che Qmir conosceva bene ma che comunque non facevano che tormentarlo data la sete che lo mordeva.

In tutta quella luce, il cavallo lo notò quasi per caso. Girò la testa di lato, infastidito dalla sabbia e dal vento, e notò il profilo dell’animale stagliarsi su una cresta. Si diresse verso l’apparizione, insicuro se fosse vera o lo scherzo di un djinni crudele. Il cavallo era bianco, con tenui macchiette grigie, e il fantino che lo montava, un legionario, era stato disarcionato. Il suo piede era ancora infilato in una staffa, e il corpo giaceva in terra semisepolto dalla sabbia. Due otri d’acqua pendevano dalla sella. Il cavallo doveva essersi spaventato ed averlo trascinato per chissà quanto tempo. Povero diavolo, pensò Qmir. Fece per avvicinarsi, ma con suo grande stupore la mano del fantino, che credeva morto stecchito, si mosse, comandandogli di fermarsi. 

Non se ne curò. Gesti lenti, mormorii e molta pazienza, e nonostante le mute proteste del fantino tumefatto, Qmir riuscì a superare la diffidenza del cavallo. Prima una mano sul collo, poi sulle briglie, la sella, e infine gli saltò in groppa. Il legionario, in terra, cominciò a protestare

“Che diamine fai? Aiutami a sganciarmi!”

Qmir non rispose.

Il legionario mise mano alla fondina ed estrasse la pistola.

Qmir non perse la calma. “Se mi spari” disse, “colpirai la tua cavalla, non risolveresti nulla”

"Non c’è problema" rispose il legionario, "tu mettila in marcia e prima ammazzo lei e poi ammazzo te”.

“Mi spareresti comunque, non c’è abbastanza acqua per entrambi”

Il legionario non rispose, limitandosi a digrignare i denti, puntando la pistola ora verso Qmir, ora verso la cavalla.


“Va bene, hai vinto tu” disse infine Qmir e con una mossa rapida sciolse gli otri che caddero in terra, poi si lasciò scivolare dalla sella e con la palma della mano schiaffeggiò le cosce della cavalla.


L’animale, preso di sorpresa, si mise al galoppo trascinandosi dietro il legionario e le sue urla.

Qmir provò a salutarlo con un sorriso, ma quello rispose facendo fuoco a casaccio verso di lui. Si gettò a terra e lì rimase finché non udì un ultimo sparo e il rantolo di un cavallo che stramazza al suolo.

Guardò gli otri, forati in più punti, e la sabbia, svelta, rubarne il contenuto e lasciare solo luce.

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SteCo15 ha votato il racconto

Esordiente

Bello lo spunto per la storia e la narrazione scorre piacevole. Forse hai troppa voglia di arrivare alla conclusione. Goditela di più!Segnala il commento

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Lisa M. ha votato il racconto

Esordiente
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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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Caucasica ha votato il racconto

Scrittore

Bella l'intenzione, compresso nel finale.Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

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itskender ha votato il racconto

Esordiente

Purtroppo si vede che il racconto fatica a stare nel formato ultrabreve, forse lasciare più suspence nel finale?! Si vede che sai scrivereSegnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

non era male, ma forse non ti sei accorto delle battute che stavano finendo: perché non lo riscrivi in maniera piů sintetica...!?Segnala il commento

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di Indio Moras

Esordiente