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Narrativa

Album di famiglia

Pubblicato il 21/10/2021

Sperando che si senta l'odore del Johnnie Walker.

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“Accidenti Jean, sei serio? Va che un figlio è una cosa grossa!”

“Eh già Mat, è stata una sorpresa.”

“Una sorpresa? Che diavolo Jean, ma cosa ti ho insegnato? Sai come si dice, no? Il primo sacrosanto diritto di un figlio è quello di esser voluto. Lo sappiamo bene noi due, no? Due poveri cristi venuti al mondo per sbaglio.”

“Hai ragione Mat, allora diciamo che lo desideravamo senza rendercene conto. Siamo molto felici.”

“Felici è un aggettivo quasi sempre usato a sproposito. Lo sarete anche quando piangerà di notte? Quando farà i capricci? Quando non vorrà studiare? Quando frequenterà brutte compagnie, vi ruberà la macchina e i soldi per uscire con la figlia del panettiere?”

“Quello eri tu Mat.”

“Vero, infatti so quello che dico.”

“Beh, tu non mi hai forse cresciuto?”

“Era diverso.”

“In cosa lo era?”

“Innanzitutto noi ci siamo scelti.

Lascia che ti dica una cosa, ci possono essere due tipi di famiglie: quella che ti ritrovi e quella che ti scegli. Nel primo caso nove volte su dieci, credimi, è un fiasco. Anni di convivenza forzata e mal sopportata che finiscono con sonori schiaffi al momento di dividersi qualsiasi misero lascito.

Diverso è se scegli di stare con qualcuno.

Noi eravamo due disperati, due anime in pena sopravvissute all’uragano.

Tu poi, ah, eri come uno di quei fiori che spuntano da una crepa del cemento, hai in mente? In una brutta strada di periferia, dove non ti puoi aspettare nulla che non sia maleodorante e squallido. E lo so bene, ci sono cresciuto in un posto così.

E io, beh ero un balordo passato di lì per caso.

Non c’erano soldi da spartire, solo la malasorte.

Nessuno ci obbligava a stare insieme, lo abbiamo deciso noi, ogni giorno.

Era diverso.

E poi tu eri già grandicello, cosa avevi? Tre anni? Ah chi può dirlo, nessuno ti ha attaccato al collo una targa con la tua data di nascita.

Mi sa che siamo stati entrambi battezzati nel giorno sbagliato, eh Jean?

Comunque non ti ho mai cambiato un pannolino. E a scuola eri pure bravino, non mi hai dato troppi pensieri. Va che bel lavoro fai ora. Agente di commercio.

Ho il tuo biglietto da visita appeso sul frigo, guarda.”

“Il mio compleanno è il giorno in cui ci siamo incontrati Mat, lo sai. Quello che sono lo devo a te.”

“Sciocchezze. Non mi cadere nel patetico adesso. Sei quello che sei perché hai deciso di esserlo. Io ti ho solo dato un tetto sopra la testa.”

“Tu mi hai dato una casa.”

“Ma smettila, non ti ho mai aiutato nemmeno nei compiti.”

“Ma mi hai insegnato cos’è l’onestà e a lavarmi i denti prima di andare a letto.”

“Diavolo, quello è importante!”

“Vero.”

“Beh, dai, sei stato gentile a venire quaggiù a dirmelo. Sono contento se tu sei contento. E anche Clementine se fosse qui, lo sai. Sarai un buon padre Jean, ne sono certo.”

“In realtà sono venuto qui anche per un altro motivo.”

“Vale a dire?”

“Il nome. Devo scegliere il nome.”

“Il nome? Andiamo Jean, cosa vuoi che ne sappia io di queste cose. Dategli un nome qualsiasi, andrà bene.”

“Non vogliamo dargli un nome qualsiasi. Vogliamo scegliere un nome che gli porti fortuna. Un nome che gli ricordi che anche quando stai per scivolare ci può essere qualcuno che ti prende la mano e che ti tiene su. Qualcuno che conosce bene cosa ci sia lì sotto e non ti molla, manco per niente.

Pensavamo che Matelot sarebbe il nome perfetto per lui.”

“Sei serio Jean? Matelot non è nemmeno un nome, è un diavolo di soprannome che questi bifolchi mi hanno affibbiato quando sono arrivato qua, convinti che nella mia vita precedente fossi stato un uomo di mare o qualcosa del genere.

Vaglielo a dire che l’unico rapporto che abbia mai avuto con l’acqua è stato quando mi sono imbarcato per venire in questo dannato Paese.

E ti garantisco che mi è bastato. Il mare sa essere feroce quando vuole.

Da allora, credimi, ho bisogno di vedere bene i confini intorno a me.

Lascia perdere Jean, puoi chiamarlo Daniel, Benjamin o come pare a te. Scandaglia gli elenchi cristiani.

Aspetta, come si chiamava quel tizio che abbiamo conosciuto a Roquevaire? Quello che ci voleva vendere lo scrittoio a una cifra assurda? Bernarde! Bello, no? È un nome serio, da persona per bene.”

“No Mat, Matelot è perfetto. In fondo ci sono tanti modi per dire grazie.”

“Ah Jean, sei un cocciuto balordo. Questo ragazzino diventerà un vecchio rompiscatole con il vizio del whisky. A pensarci bene potresti chiamarlo Johnnie Walker.”

“Se avrà anche solo la metà dell’animo di quel vecchio rompiscatole saprò di aver fatto un buon lavoro”.

“Diavolo Jean. Tieni la macchina sottochiave quando arriverà ai pedali.”

“Lo farò Mat. Lo farò.”

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Novalis ha votato il racconto

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Bruno Gais ha votato il racconto

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Helena ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

La penso come Adriana: per me funziona così. È credibile e bello. Se ne sentono gli umori e i sentimenti. Diciamo che per me sono sotto il portico della casa di Mat e che un buon whisky ci sta tutto. Complimenti.Segnala il commento

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. ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Ho letto immaginandolo come il dialogo tra due personaggi che commentano una foto dell'"Album di famiglia". Una scena dove non c'è un prima e un dopo, ma un attimo preciso in cui non è necessario costruire tutto "l'apparato esterno". A mio modesto avviso, il racconto funziona. Segnala il commento

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palu ha votato il racconto

Esordiente

E' gradevole. E bella è l'idea di accostare una nuova vita a quella di altre due, per così dire, ingarbugliate. Concordo che non sempre l’ambientazione e la connotazione dell’epoca dei fatti siano necessari, altresì in un "frammento" limitato da un numero di battute, per quanto renderebbe il racconto più intrigante. Altro credo sia per gli elementi temporali con cui si articola la storia che, personalmente, nello scrivere, mi aiutano anche a verificare che il meccanismo regga. Nel tuo caso ce ne sono pochi di questi elementi (l'età in cui Jean viene accolto da Mat; un richiamo a quando Mat ruba soldi e l'auto... l’auto di chi?). Infine ho trovato, impressione mia, poco calzanti alcuni passaggi del dialogo, nel mio percepito forse un tantino "teneri" tra due persone cresciute per strada. Grazie per la lettura, PaoloSegnala il commento

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GAP ha votato il racconto

Esordiente

"Ho il tuo biglietto da visita appeso sul frigo, guarda", direi che sono nella casa, anzi, più precisamente nella cucina di Mat. A me è piaciuto, scorre bene.Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

A me è piaciuto, Nina Stein. Vero che non c'è collocazione nello spazio e nel tempo, ma non è sempre necessaria: si viene trascinati in questo dialogo, ci si affaccia sulla vita di questi due e su quella che sta per arrivare. E tanto basta, fin qui.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

C'è una bellissima atmosfera Segnala il commento

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Signor Fabiani ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Ma, per mia curiosità, i personaggi dove si trovano? Al mare? In montagna? A casa? Al ristorante? Per strada? Allo stadio? Sull’autobus? In macchina? O che altro? E poi: fa freddo? Fa caldo? È inverno o estate? Questo modo di scrivere ha un nome preciso: si chiamano, in gergo, “teste nel vuoto”, perché non si sa nulla di nulla, a parte le battute di dialogo (che, appunto, sono messe sotto vuoto). Ti assicuro che è parecchio estraniante leggere dialoghi di questo tipo (per quanto, non temere, ora arriveranno in tanti a dire che li adorano; ma sicuramente - me ne darai atto - non richiedono particolare fatica a essere realizzati; e come può una cosa che non richiede fatica essere artisticamente valida?)Segnala il commento

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di Nina Stein

Esordiente
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