Stanotte guardo il cielo nero parzialmente stellato, il frinire dei grilli mi culla.

Osservo la piena luna leggermente velata da qualche nuvola ostile.

Stanotte lascio che i ricordi vengano alla rinfusa, quelli vicini e quelli lontani.

Osservo lo spazio vuoto intorno a me e provo a sentirmene parte.

Stanotte voglio stare sveglio, contare le stelle e perdermi in esse.

Massaggio quel che resta del mio cuore, i brandelli.

Stanotte, ancora vivo, penso alla morte.

Mi avevano affibbiato il nome di Lupo, un nome di battaglia.

Durante la guerriglia sono stato indistintamente “Lupo” o “Il lupo”. Avevo ventuno anni, un diploma conseguito senza particolari sforzi, nessun grillo per la testa, un cuore tutto intero.

Giù al paese scorreva vita blanda, i vecchi a invecchiare i giovani a cercar di non farlo. Campi coltivati, bambini malvestiti, viaggi sognati. In chiesa la domenica, liberi tutti in settimana. Sognavo effusioni e sentivo vagheggiar d’invasioni. Programmavo risparmi e vedevo alcuni incarognirsi. Propaganda raggiunse le città, lambendo appena i paesi circostanti. Mal vergato su volantino, un messaggio cercava di far breccia: Dio, patria, famiglia, avremo il nostro posto nel mondo, scavato il solco con l’aratro, lo difenderemo con la spada; qualche volantino arrivò alle mie mani, disagiando la mia mente, qualche slogan arrivò sui muri delle case, ridicolizzando il già misero.

I miei, vecchi nel corpo e ancor più nella testa, bisbigliavano di nuove opportunità, io origliavo i loro discorsi sussurrati, interessato solo a tratti.

Chi ha deciso che io dovessi chiamarmi Lupo, l’ha fatto probabilmente per darmi coraggio. Quella buona dose d’incoscienza e fiducia nei propri mezzi e sprezzo del pericolo e totale incuranza per la propria vita che io non avevo, e che non ebbi mai, neanche quando tutti mi conoscevano e mi chiamavano Lupo, e io stesso mi riconoscevo come tale.

Non sono mai stato coraggioso, eppure sono stato nominato vicecomandante della mia brigata. Tutto iniziò con la mia voglia di viaggiare, senza una destinazione, senza una motivazione, senza il permesso dei miei, la guerriglia fu l’occasione colta al volo. La fuga come inizio, il nord come destinazione e libertà-uguaglianza e qualcos’altro come motivazione. Al paese lasciai una fidanzata, i pochi baci dati, la bici del nonno, la noia delle sere.

Mal equipaggiati, malvestiti ed eroici, fu come trovai i miei nuovi compagni di vita su al nord, tali e quali li lasciai qualche anno dopo.

Giù in paese, da qualche mese, prendevo lezioni di basso, archiviato quello, su al nord mi dedicai a suonare lo sten, uno di quelli paracadutati dai britannici. Suonavo bene, dirigevo la mia musica contro bottiglie di vetro e bersagli di legno e cartone, sparavo bene e sparavo veloce. Abbastanza facile quando il bersaglio al quale si spara non ha occhi che ti fissano o cuore che pompa sangue.

Appena arrivato nel gruppo, dimostrai abilità meccaniche riparando con sputo e fil di ferro il mezzo sgangherato con il quale ci spostavamo e del quale mi venne affidata la guida. Fallii molte volte sia come meccanico che come autista, ma per i compagni, fui sempre “Lupo! Il nostro meccanico e autista”.

Durante le lunghe e fredde notti passate sotto il cielo, con la luna a osservarci curiosa e divertita, ci trovavamo spesso a dover affrontare non solo il nostro nemico ma acqua e vento.

L’aria perennemente umida ci causava dolori articolari come avessimo settant’anni, la pioggia intensa arrivava improvvisa, gelida, massiccia. Maledivamo ogni singola goccia, e le maledizioni non bastavano, le sputavamo tra i denti oppure ci limitavamo a pensarle. Tutta quell’acqua ti entrava in corpo, ti faceva sentire troppo debole. Non era il tutto. Pioggia, spesso e volentieri, si accompagnava a vento, lei veniva prima, fanteria a fiaccarci, quando noi ormai si era da strizzare, arrivava lui, vento, freddo. Vento freddo su corpi fradici. C’era da sentir tremar le ossa.

Alle volte mancava persino il pane da mangiare, alle volte accompagnavamo il pane con la neve. Durante la guerriglia quelli di noi belli, erano bellissimi, quelli di noi brutti, bruttissimi. La guerriglia amplificava. La guerriglia appiattiva. La vita c’era preziosa, sebbene sporca, brutta, affamata, e priva di tutto. Eravamo scheletri e solo un’anima pesante impediva che il vento ci spazzasse via, le nostre anime pesavano ben più di ventun grammi.

Il nostro comandante era un veneto tutto fronte e naso, dominava la fame come pochi e spargeva odio contro il nemico in tutti noi. Spesso ci riuniva e, come fosse Cristo, ripeteva che qualcuno di noi lo avrebbe tradito. Allora ci guardavamo, guardinghi e increduli, fiduciosi e impauriti, e andavamo avanti.

Il mio gruppo non precipitò nel vivo della guerriglia se non dopo alcuni mesi durante i quali ci allenammo a essere crudi, spietati. Catturammo, torturammo e impiccammo uno sfortunato cane per dire a noi stessi quanto fossimo privi di compassione. Io assistetti, senza partecipare, e per poco non inaugurai la mia carriera di assassino proprio quella sera. Il mio sten poteva azzannarli tutti i miei compagni maledetti, mentre erano intenti a scannare la povera bestia, il fine giusto non garantiva l’assenza di barbarie tra noi.

Chinai la testa, come molte volte prima e altrettante dopo. Andai avanti.

Il cane dondolò appeso alla quercia, le budella penzoloni.

Appena potevo, mi allontanavo dagli altri, bastava qualche centinaio di metri, un posto dal quale poter scrutare all’intorno e nel quale essere ben nascosto, bastava questo e potevo sognare di essere ancora al paese, ancora con i moduli per l’iscrizione all’università, ancora con gli amici all’oratorio, ancora con la fidanzata e le sue carezze promesse. Un lupo nella sua cuccia.

La vecchia la vidi nel mese di febbraio, fu la prima donna che vidi da quando arrivai all’inferno, le sue rughe profonde erano trincee nelle quali potevo nascondermi. La vecchia fu la mia salvezza. Nutriva il mio stomaco chiuso e tormentato e massaggiava la mia mente vuota e acerba. Era uno scrigno di storie, la vecchia. Io ascoltavo i suoi racconti e con lo scorrere dei giorni ne sentivo un bisogno crescente. Il silenzio delle lunghe camminate nella neve era assordante, il crepitio delle armi semiautomatiche ti rendeva coniglio in fuga o cane rabbioso. La voce della vecchia, rocca e fievole, era balsamo. Con lei non avevo paura di spogliarmi del mio sten e della mia beretta. Raggiungevo la stalla che ospitava i pochi animali sopravvissuti al sacrificio per la causa, strisciavo dentro, e adagiato sulla paglia asciutta, come Gesù, intiepidivo al fiato di una vacca mansueta ignara del mondo sbriciolato.

In quel letto di fortuna attendevo che la vecchia arrivasse.

Furono settimane felici. Quello che imparai ancora conservo.