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Autobiografia

Alex Polito

Pubblicato il 11/02/2019

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Alex Polito stava sempre a un passo dal sembrare qualcosa che non era.

Poteva facilmente passare per sfigato, ad esempio, ma solo agli occhi di un adulto fissato con l’igiene personale.
Sembrava sporco, ma era rock.

Sembrava sociopatico, ma era un artista.

Non era uno sportivo o uno che seguiva la moda, lui era la moda.

Non aveva bisogno di vestire roba della Nike dalla testa ai piedi e di mettersi il gel.

Quando lo si andava a sentire in sala prove a un primo ascolto poteva sembrare stonato come una campana, ma noi ragazze (più mature  rispetto ai nostri coetanei maschi, si sa) capivamo che i suoi latrati erano la manifestazione di un tormento interiore che non tutti erano in grado di apprezzare.

Per molto tempo il suo tormento fu la colonna sonora sofferta dei miei pomeriggi fatti di compiti.

Alex Polito era infatti insieme figura mitologica e misterioso vicino di pianerottolo.

Misterioso come l’amore a 12 anni e come una serie di cose che io avevo bellamente ignorato finché il mio sguardo miope non si posò sul suo ciuffo castano e sui suoi occhi che, se li osservavi bene, erano uguali a quelli di Keanu Reeves.

Insomma, facevo le medie quando l’uomo della mia vita suonò al mio campanello.

Un Alex Polito intento a fissarsi la punta delle scarpe, insieme a suo nonno, veniva a presentarsi alla mia famiglia.

Un ssssalve che non ho mai dimenticato.

Per lui rimasi totalmente invisibile per tutta la terza media, non potevo di certo competere con le ragazze del liceo.

Mi dovetti quindi accontentare di brevi scambi sull’ascensore. Momenti vissuti a testa bassa, senza dirsi una parola.

In effetti, cosa possono dirsi un uomo di 15 anni e una bamboccia di 12? Assolutamente niente.

Se da lontano vedevo il suo Invicta e quell’inconfondibile modo di trascinare i piedi da carcerato con catena e palla di piombo alla caviglia, scattavo come una gazzella allungando il passo noncurante dei chili sulle spalle e con il cuore che scoppiava nel petto. L’amore fa male, ma in situazioni estreme ti fa anche percepire molto meno la fatica.

Finché nel 1999 arrivò il mio momento: tolsi l’apparecchio e misi le lenti a contatto, le porte del liceo mi si spalancarono e in un giorno di primavera, reduce da una gita alla Palmaria, anche la bocca di Alex Polito, prima in un timido sorriso, poi finalmente in un bacio appassionato sul portone di casa.

Non sapevamo però che il destino ci remava contro, l’arrivo di un fratellino costrinse Alex a traslocare.

Dopo molte lacrime constatai che un isolato era una distanza gestibile.

Novelli Romeo e Giulietta fummo felicemente fidanzati per ben sei mesi. Di quel periodo mi ricordo la mia ostinata presenza a tutti i suoi concerti, in varie sagre paesane. Età media del pubblico: ottant’anni.

Mi ricordo l’orgoglio di camminare con la mano nella sua.

Mani che ad un certo punto sudavano, ma rimanevano sacramente intrecciate.

Si studiava insieme e insieme si guardavano i Simpson, nel tempo libero ci si baciava molto o si stava al negozio di dischi.

Ma stare con un artista non è facile, si devono per forza seguire le sue maree creative, gli sbalzi d’umore e se è il caso mettersi da parte.

Alex poi era fermamente convinto di essere una reincarnazione di Kurt Cobain e che a 27 anni anche per lui sarebbe finita. Il pensiero di avere solo una dozzina di anni davanti a noi, non era certo una prospettiva rosea.

Ad ogni modo stando con lui mi feci una cultura musicale di tutto rispetto e dei nuovi amici.

Una buffa compagnia con il fido Pedro, grande amante dei dinosauri e dei minerali, i gemelli (due simpatici biondoni tonti), Jessica e Patrizia due groupie con apparecchio fisso e frisé.

Potevamo sembrare in effetti un gruppo di disadattati, ma la verità è che ci sentivamo i padroni del mondo.

Tutti innamorati a modo nostro di Alex.

Del suo essere silenzioso perché ne sta pensando una. Una canzone, uno scherzo da fare a Pedro, un atto “vandalico” tipo sporcare di cioccolato dei Pampers e buttarli nel giardino della villa di un compagno di scuola odioso o salire a sbronzarci su qualche tetto.

Finché un giorno Zucco Maria della terza C mi telefonò per informarmi che Alex in gita aveva fatto tutto – tutto tranne l’amore con Jessica. Sì, l’amore fa male. Nel senso, può ucciderti.

Piansi tutte le mie lacrime, lo odiai, lo perdonai e lo odiai di nuovo.

Finché non mi innamorai di un biondo di quarta. Un tennista. Il mondo di Alex Polito non mi apparteneva più. Ora, mi interessavo solo di tennis.

Eppure negli anni mi sono ritrovata spesso a notare per strada ragazzi che gli assomigliavano, che avevano il suo ciuffo o la sua camminata. E mi capita ancora adesso di individuare nei gruppi di liceali, un Alex apparentemente uguale ai suoi compagni ma per qualche ragione diverso da tutti.

Alex superò il giro di boa dei 27 anni. Kurt, Jimi e Janis evidentemente non lo volevano nel club.

Oggi è completamente pelato e fa l’amministratore di condominio. Di tanto in tanto lo vedo col suo passo da carcerato in giro per il quartiere. E mi fa sempre un po' sorridere.

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Superfrancy ha votato il racconto

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Dalcapa ha votato il racconto

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Bello. Una finestra sul passato con personaggi ben delineati, emozioni che emergono, e la leggerezza/pesantezza dell'adolescenza. Piaciuto!Segnala il commento

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Paolo Fiorito ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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isa ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Maurizio Ferriteno ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Molto bello, semplicità e sentimento si affiancanoSegnala il commento

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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di Silvia

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