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Narrativa

Alghe color magenta

Pubblicato il 09/07/2019

Omaggio minimalista a H.P. Lovecraft

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Mi accorgo che sto fissando la signora dell’ombrellone di fronte. Ha un’espressione strana. il suo labbro superiore è così contratto verso l’alto, che quasi sparisce. Si vedono quasi solo i denti davanti: bianchi, molto lunghi.

Sono l’unica cosa bianca in lei, che invece del costume porta un vestito nero molto semplice. La pelle, sotto la luce verde filtrata dall’ombrellone, è giallastra. In pratica, come la mia è chiara ma abbronzata, la sua è scura senza essere abbronzata. Sta su una sedia di tela come quelle dei bagnini.

Gli occhi sono chiusi, o forse aperti una fessura infinitesimale in basso. È difficile da capire perché ha ciglia lunghe e folte cariche di mascara marrone. Uno strato di rossetto rosa e lucido le disegna le labbra, sottilissimo quello contratto.

Sembra l’espressione di una persona che stia soffrendo molto, ma sta immobile e in silenzio, quindi forse è solo concentrata. Le guardo il grembo, cercando di capire se legge o sta usando un tablet.

Il tablet lo ha ma è chiuso. In grembo ha una cartellina, chiusa, con una scritta bianca al centro. È un logo: “CHU” un cerchio “TLU”. E sotto in piccolo: “alimenti microstrutturati”.

Ma la sua mano destra…. Dio! L’avambraccio è piegato strano, come se non fosse fissato al gomito. È evidente che sta soffrendo.

“Signora” la chiamo “cosa non va?”. Sarà svenuta?

Invece risponde: “Prego?” con voce bassa e lenta. Apre gli occhi e il labbro superiore torna al suo posto. Era davvero concentrata, e io l’ho interrotta.

“Mi scusi…” borbotto cercando di uscire dall’imbarazzo. “Questioni di lavoro?” “Sì” risponde cortese “Vendo alimenti microstrutturati.” Accenna alla cartellina che tiene in mano.

Il cui colore improvvisamente mi nausea, perché è identico a quello delle alghe che si ammucchiano sul bagnasciuga. Ne ho viste di alghe, ma color magenta mai. L’ondata di nausea mi rende consapevole anche dell’odore. Possibile che nessuno, a parte me, se ne renda conto? Gli strilli di bambini e genitori che giocano nell’acqua bassa non si sono interrotti. Mio figlio e mio marito stanno giocando in mezzo a quella roba?

Ma forse mi sto allarmando per niente, come è successo prima con la faccia della signora, che adesso ha un’aria assolutamente normale. Anche il suo braccio lo è.

“Alimenti microstrutturati…” ripeto “mi scusi… non siamo tutti microstrutturati? Voglio dire, tutta la materia?”

“Bè… c’è microstruttura e microstruttura. Lei capisce, la materia è strutturata a diversi livelli. E secondo diverse dimensioni.”

Il suo discorso professionale è interrotto dagli strilli di mio figlio e di mio marito.

Mio marito si dirige verso l’ombrellone a gran passi, e intanto redarguisce il bambino che lo segue strillando, incespica e cade. Si rialza, ma intanto gli è caduto tutto quello che aveva in mano, e il padre raccoglie imprecando. Mi raggiungono a balzi sulla sabbia rovente.

“Stava giocando con un altro bambino. Non ho capito bene se quello gli ha dato la paletta in testa, o se lui ha alzato la testa di scatto e è andato a sbattere contro ‘sta paletta.” Spiega mio marito.

“Noi diciamo: è come il papero. A ogni passo una cagata” commenta improvvisamente la signora da sotto l’altro ombrellone.

Mi giro a guardarla. Ha di nuovo gli occhi strizzati e il labbro superiore contratto. I denti davanti sono davvero lunghi, ancora non si vede traccia di gengive.

Ci asciughiamo, raccogliamo le nostre cose. Passiamo come al solito in gelateria, ma il bambino non vuole niente. Prima di cena vomita. A cena non mangia, ma ci diciamo che c’era da aspettarselo. Si addormenta davanti alla tv quando fuori è ancora giorno.

A metà notte ci svegliamo perché sta piangendo e strillando forte. Ha gli occhi aperti ma fuori fuoco, come se non ci vedesse. La fronte brucia. Perché diavolo non ci siamo portati un termometro?

Il dottore della guardia medica arriva dopo un’ora e tre nostre chiamate. Indossa jeans e una maglietta di lustrini. Ci lascia bustine da somministrare al bambino subito e prescrive una pomata per l’eruzione magenta che gli è comparsa su tutto il corpo, dicendo che possiamo aspettare domani. Poi chiude la borsa e risale sulla moto.

Vorrei fare delle spugnature d’acqua fredda al piccolo, soprattutto perché il suo corpo ha lo stesso odore delle alghe di ieri pomeriggio. Ma non voglio agitare mio marito e forse non basterebbero.

Al mattino esco molto presto con la scusa di andare in farmacia e vado in spiaggia. Gli ombrelloni sono ancora tutti chiusi. La sabbia, fresca. Trovo la signora seduta ad aspettarmi al posto di ieri.

“Ha fatto bene a venire” dice aprendo la sua cartellina “Ho esattamente quel che ci vuole per suo figlio.” I suoi occhi adesso sono spalancati, color cioccolato, molto grandi. Il sorriso è largo e dolce.

Respiro di sollievo e mi accorgo che le onde stanno ripulendo la battigia dalle alghe, mentre si è levato un vento di mare che ne porta via l’odore. Non faremo questioni di prezzo, penso.

“Oh, sì” dice la signora “troverà il prezzo molto, molto interessante.”

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Violeta ha votato il racconto

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Lisa M. ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Zeta Reader ha votato il racconto

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Intrigante!Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Editor

Interessante e scorrevole, anche se privo della vaghezza e ambiguità tipiche di HPL. Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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di francesca colombo

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