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Alla Fèra da Legnàn

Pubblicato il 17/04/2019

Racconto sui Cambiamenti Climatici nel mio comune

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Mia madre è nata nell’agosto del 1940 in piccolo comune vicino a Milano che si chiama Busto Garolfo. Talmente piccolo che in dialetto si chiama “Bis Piqual”, “Busto Piccolo”, per distinguerlo dalla grande città vicina, ma già in provincia di Varese, Busto Arsizio.

Quando era giovane, diciamo tra gli anni ‘50 e ‘60 mia madre, andava in autunno alla “Fera da Legnan”, la Fiera di Legnano. Era un appuntamento tanto ambito, perché all’epoca, siamo nel primo dopoguerra, c’erano pochissimi divertimenti a disposizione. E la grande Fiera di Legnano era famosa per richiamare tante giostre e attrazioni.

Alla Fiera si andava senza genitori. Erano le prime affermazioni di una propria autonomia. Ci si andava in gruppo, con le amiche, tutte femmine. E si doveva assolutamente tornare prima che facesse buio. Alla Fiera ci si andava a piedi, né macchine, né motorini. Soldi per la corriera uguale a zero. 7 km a piedi per andare e 7 km per tornare. Si andava soprattutto per vedere. Forse un giro sulla giostra, massimo due, rinunciando però, al pezzo di torrone.

La Fiera era un polo attrattore, da tutti i paesi la gente convergeva verso Legnano. Di gruppi come quelli di mia madre e le sue amiche ce ne erano diversi, tutti diretti verso il “Paese dei Balocchi”.

A quell’epoca ai primi di novembre faceva già molto freddo. Spesso alla mattina gelava. Sui vetri delle finestre della camera da letto di mia madre e dei suoi due fratelli si materializzavano di notte “i fiori”. Disegni geometrici di ghiaccio, tipo frattali, frutto del vapor acqueo caldo del respiro umano che sublimava a contatto con superficie gelata del vetro.

E tante volte nevicava. Ricorda mia madre di essere andata alla fiera anche con quelle condizioni climatiche estreme, specie per chi non aveva un abbigliamento adatto. Le scarpe si inzuppavano e i guanti di lana una volta smesso di fare a palle di neve diventavano inservibili. Bagnati, freddi, pesanti.

Succedeva poi che di giorno la neve si sciogliesse, per poi rigelare durante la notte. In quel caso lunghe pezzi di ghiaccio simili a stalattiti scendevano dai tetti delle case, dai muretti, dai balconi e talvolta dalle finestre. Lunghe anche 1 metro. Andando a piedi verso la fiera mia madre e le sue amiche saltavano per staccarli e per possedere questo effimero trofeo. La più brava era quella che aveva la “candela” più lunga. Buffo, le chiamavano candele, ma erano in realtà pezzi di ghiaccio, fuso, gelato e rifuso. Il processo di formazione era lento e permetteva all’aria di uscire dall’acqua che stava gelando. Il risultato era un punzone trasparente e perfetto che poteva sembrare un cristallo di Boemia. Ci si poteva guardare attraverso e potevano essere usate come lenti d’ingrandimento.

Non bastava tutto il freddo che faceva in quegli anni, e per gioco, e perché c’era davvero poco da mangiare, le candele diventavano “ghiaccioli gusto acqua” da cucciare, per far passare il tempo di quegli infiniti 7 chilometri a piedi per raggiungere la Fiera.

La sera faceva buio presto e le nebbie erano una costante. Già prima del tramonto si materializzavano sui campi, silenti, impalpabili, eteree. Era il segnale che bisognava rientrare. Sulla strada un silenzio ovattato. Le persone come figure che si distinguevano solo all’ultimo. Tutti uguali, cappello da contadino in testa e tabarro avvolto attorno alle spalle. Un’auto ogni tanto rompeva questa atmosfera spettrale.

In piazza mio nonno, che era stato tutto il giorno al bar a giocare a carte accompagnato da un gotto di rosso e da sigarette senza filtro, aspettava il ritorno “dei tusan”, delle ragazze, dalla Fiera. La sua “auto” sostava appoggiata ad un muro. Una bici da uomo nera opportunamente modificata per l’inverno. Aveva montato e fissato con delle corde, sulle manopole del manubrio, due pelli dei suoi conigli, cucite come se fossero due sacchetti. E le aveva confezionate in modo che il pelo dell’animale fosse all’interno. Ci infilava dentro le mani e intabarrato, ma al caldo, girava in bici anche quando nevicava.

Sono passati 50 anni. La Fiera di Legnano c’è ancora. Ormai nessuno da paesi vicini a Legnano va a piedi alla Fiera. Anzi, neanche quelli di Legnano, vanno a piedi alla Fiera di Legnano! Sul sentiero sterrato, che passava in mezzo a boschi e boschetti di robina, e portava Legnano ora corre una veloce provinciale con quattro corsie. Semafori e rotonde. Non una pista ciclabile, non un marciapiede.

Quanto alle candele di ghiaccio. Non ci sono più. Prima sempre più rare e corte. Poi non si sono più viste. E’ sparito un mondo. Tutto è cambiato come spesso è successo in passato. Solo che questa volta il progresso si è portato via anche il clima e il paesaggio. Io lo so perché mia madre me lo ricorda tutti i novembre passando in auto per Legnano.

Questo racconto vorrei che lo conosceste anche voi. Voi che non riuscite più a trovare un parcheggio, dove mollare il vostro SUV... per andare alla Fiera di Legnano.

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Caucasica ha votato il racconto

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Il vecchio mondo che scompare. Bell'aneddoto.Segnala il commento

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Cellegato Guendalina ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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Lisa Ma ha votato il racconto

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Paolo Fiorito ha votato il racconto

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di ferrario.max@tiscali.it

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