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Narrativa

Allison

Pubblicato il 25/10/2017

Allison e' una serie di frammenti per una storia di mancato amore

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1

Inizia in una assemblea di classe. Io sono il “grande” che viene a dare la linea a voi di prima. Continua al parco, d’inverno, sulle panchine nella nebbia. E sul mio Ciao, quando tu mi infili le mani nelle tasche del giaccone. E si congela in una foto al bordo di un campetto di calcio, dove i tuoi occhi ridono e tu hai per sempre quindici anni. Quelli si, gli amori dei quindicenni quando hanno davvero quindici anni, quelli sono veri. Poi, velocemente, muore. ma non per me.

E Saba mi fa capire cosa non ho avuto.

Io non so più dolce cosa dell’amore in giovinezza, di due amanti in lieta ebbrezza, di cui l’un nell’altro muore. Io non so più gran dolore ch’esser privo di quel bene, e non porto altre catene di due braccia ignude e bianche, che se giù cadono stanche è per poco, è a breva pace. Poi la sua bocca che tace, tutto in lei mi dice: ancora. Spunta in ciel la rosea aurora, ed il sonno ella ne apporta, che a goder ci riconforta della grande unica cosa.

2

Fast forward - 35 anni. Alison, mentre ho il cuore spezzato per altri demeriti a lei del tutto estranei, mi dice con gentilezza che lei in un uomo cerca altro. Altro cosa? Che modo crudele di tentare di uccidere un sentimento che è forse ormai omeopatico ma che è dolce e soprattutto innocente.

Io, in un sussulto di autostima, mi sento molto ma molto più giovane di lei. E pronto a cambiare molte cose. A questo punto non con lei, e mi dispiace. Sarebbe stato bello invecchiare insieme.

3

Siamo in macchina, nella Ami 8 arancione, è una domenica pomeriggio di elezioni e siamo andati al cinema. E esce un diluvio universale, con la grandine e una cortina d’acqua e ci dobbiamo fermare e per 5 minuti siamo io e te in mezzo al nulla. Esce il sole, andiamo a votare e per una volta vinciamo. Era giugno, credo.

Ivan della Mea parla del 16 giugno di qualche anno prima. Il 16 giugno si fece gran festa... Non ricordo altri giugni così vittoriosi

4

E’ un capodanno, e quello è sempre stato un momento difficile.

Ma questa volta no.

Siamo alla fine dell’università (io) e ci troviamo tutti a casa di Arnoldo. Nevica un poco, e Via Vincenzo Monti dall’alto, con i tram che passano sotto la neve, è un manifesto di quanto Milano possa essere bella.

Siamo tanti, siamo diversi, ci sono le amiche di Arnoldo della scuola tedesca, ci siamo noi matematici.

Tu sei una presenza nota per loro ma non ancora tanto. Dopo la cena ci muoviamo e andiamo a una festa di qualcuno, ma restiamo poco, e ancora quasi tutti insieme andiamo, lo so che può sembrare incredibile, in una discoteca in fondo in fondo a viale Padova, dove prima c’era un cinema e oggi c’è un supermercato.

E, incredibilmente, ci divertiamo e balliamo. Si anche tu.

Ma il ricordo dolce è il ritorno, all’alba, io e la mia 127 ti riportiamo a casa e ci fermiamo a fare colazione in un bar, a caso, in corso Buenos Aires.

E tu sei allegra, e mi sei vicina anche se non facciamo nulla, non ci baciamo non stiamo insieme ma per una volta mi basta così, mi basta quel senso di felicità condivisa.

Whole, lotta, love

5

Eravamo piccoli, era sabato mattina e non so come tu eri a casa mia. Eri scontenta per qualcosa che non ricordo bene, e io ero riuscito a farti ridere. Poi mentre guardavamo dalla finestra vedemmo passare, credo, Stefano.

Io lo stavo per chiamare ma tu mi fermasti; e mi baciasti. Finimmo abbracciati sulla moquette, ognuno con le mani sotto il maglione dell’altro. Nient’altro, io non avrei mai osato.

Il pomeriggio partivo per Pisa per qualche stupida cosa di partito comunista. Pensavo di essere grande, ma solamente scappavo. Prima di partire venni a salutarti in piscina. Sembravi averlo già dimenticato.

Poi, giorni dopo, non so come, tua madre disse che era stato un peccato il tuo cambiare idea.

6

Alcune volte le cose sono molto più complicate di quanto sembrino.

Io posso spiegare solo così la ragione per cui, in un meraviglioso giorno di maggio, io e la Ami8 arancione siamo passati a prendere Paolo, e poi te, e siamo andati al Monte Isola in mezzo al lago di Iseo.

In gita, senza né meta né programma, semplicemente per passare il tempo.

E io ho fatto una foto, al mio migliore amico e al mio unico amore, in cui siete bellissimi e assolutamente indifferenti a me.

Quella foto mi ha perseguitato per anni, così come il ricordo di quella gita e del ritorno a casa in cui mi avete semplicemente detto ciao e siete, finalmente, rimasti voi due.

7

Febbraio – ancora, una festa di carnevale. A casa tua, tra tutti i posti dove farla. Io odiavo mascherarmi, odiavo le feste, e le odio ancora. L’unica condizione che può portarmi contento, o almeno a darmi una ragione d’essere a una festa è qualcuno da volere. Qualcuno da cercare, qualcuno da corteggiare.

Tu. Se non che tu, si proprio tu, ti stai baciando nella tua cucina che io ho sempre considerato anche mia da quando abbiamo aperto insieme le ostriche (ma questo è un altro frammento).

La stessa cucina dove abbiamo preso decine di the con una nuvola di latte. E non ti stai baciando con un misterioso nuovo uomo ammantato di fascino e di esotismo. Ti stai baciando con il mio altro migliore amico, dopo che con il primo abbiamo fatto per anni come Jules e Jim tranne che tu stavi solo con Jules e non con Jim. E non è alto e bello come Paolo. E io, sordo e cieco come al solito, sono devastato.

Insomma io passo davanti alla cucina per caso e mi ritrovo dentro il bagno a piangere disperato. Ma dentro il bagno qualcuno – chissà se oggi lo farà alla feste dei bambini – sta dipingendo le facce. Io ritrovo il mio contegno (il fuori deve essere sempre diverso dal dentro) e mi faccio disegnare una lacrima nera, che tengo per tutta la peggiore festa di carnevale della mia vita.

Certo, ci si rialza anche da queste cose.

8

So che può sembrare inventato ma io e te siamo anche andati alla festa dell’unità di Sesto Ulteriano, tu eri ancora a scuola, e forse eravamo andati per vedere la tua amica Enrica?

Insomma lì non c’erano dibattiti, lì si ballava, e ballando io non ho mai dato il meglio, quindi ancora non so perché, tornando, la mia 500 si è fermata a un semaforo tra i capannoni e ti ha visto che mi baciavi.

E anche il semaforo ci ha visti baciarci, per tutto un rosso ed un verde ed un giallo e ancora un rosso. Rosso come la bandiera.

9

Quintino Sella, ai piedi del Monviso.

Io sono eroico, con le mie scarpe comprate il giorno prima a Paesana ho più vesciche che pelle ma non ho emesso un lamento. Non davanti a te, non davanti a tuo padre.

Ci sono riuscito, vi sono rimasto attaccato, sono degno di una famiglia di montanari, e la mia ricompensa sono i piedi nudi in un ruscello gelato, e la tua mano nella mia all’inizio della notte.

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di mauromeanti

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