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Noir

Amen

Pubblicato il 26/05/2018

Un presunto serial killer sequestra una famiglia.

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- Deve farlo. – asserì lo sconosciuto, senza scomporsi. I suoi occhi neri seguivano pazientemente il nevrotico andirivieni del suo interlocutore, mentre con l’indice giocherellava con la sicura di una Beretta 92.

- Non può chiedermi una cosa del genere. – Albert Mead appariva evidentemente sconvolto. Camminava su è giù per la stanza da pranzo, convinto di doversi soltanto svegliare da uno strano incubo.

- Deve. Se non lo fa, sa bene cosa accadrà. – il suo tono era fermo ma pacato. Non sembrava una minaccia.

- … - Mead si fermò di fronte a sua moglie e ai suoi due bambini. Il loro sguardo implorava pietà. La piccola piangeva già da un po’ e aveva preso a emettere un suono disumano, ragliante e ripetitivo, che strigliava i nervi accavallati dei presenti.

- Non c’è altro modo. – la sua calma era insopportabile.

- Io … io non credo di esserne capace. – balbettò, fissando l’arma, infastidito dal suono metallico della sicura.

- Nemmeno io lo credevo. – le pupille di quell’uomo sgualcito ebbero un impercettibile sussulto.

- Per lei è diverso. – ribatté d’impulso Al, prendendo le distanze da quel misterioso figuro, in un impeto di orgoglio etico.

- No, non lo è. – lo corresse l’intruso, scuotendo il capo.

- Lei ha un problema. – decretò il padrone di casa.

- Non solo uno. – ammise lui con un sorriso spento.

- Appunto. – convenne l’altro.

- Appunto. – sottolineò, con amarezza, quel mostro dai tratti così umani.

- Perché proprio io? – gli chiese Albert, stanco e pieno di sconforto.

- Perché non lei? – gli rigirò la questione, quell’ombra ammaccata, appoggiando delicatamente la Beretta sul tavolo di marmo nero di Ashford.

- Io non la conosco. Non l’ho mai vista in vita mia. Lei mi sta chiedendo una cosa che è fuori del mondo, lo capisce? E metta via quella cosa! Per favore ... – provò a calmarsi, ma quel pianto di bimba, che era diventato il lamento di un animale ferito, gli percuoteva il petto.

- Non si alteri, la prego. Sono consapevole che la mia richiesta possa risultare quantomeno singolare. – fece scorrere l’arma sulla tavola, verso l’uomo in pigiama a quadri, cui aveva interrotto il sonno in una rigida nottata di febbraio.

- “Quantomeno singolare”? Si rende conto di cosa mi sta chiedendo di fare? – Mead voltò imprudentemente le spalle alla belva.

- Sì, me ne rendo conto. Si calmi. – schiuse lentamente le palpebre, tentando invano di rischiararsi la vista.

- Calmarmi? Lei irrompe in casa mia! Sequestra la mia famiglia! Mi minaccia con quel ferro vecchio! E poi mi chiede … Lei è pazzo! – riprese a camminare avanti e indietro, con le mani incrociate sui suoi dilemmi.

- Sì, lo sono. Lei ha ragione, sono pazzo. – si appoggiò allo schienale imbottito della sedia in acciaio, lasciando la pistola sulla lastra di scuro calcare tirato a lucido.

- E cosa vuole da me e la mia famiglia? – chiese Mead cercando un grano di empatia in quegli occhi opachi.

- Io le chiedo soltanto di scegliere. Perché io non ho scelta. – dell’umanità balenò in quel volto.

- Non la seguo. – cercò chiarimenti all’assurdo.

- Come ha potuto constatare anche lei, io sono pazzo. Le ho spiegato chi sono, sa cosa ho fatto e sa cosa sono in grado di fare. Fin qui ci siamo. Lei, adesso, ha di fronte a sé due possibilità: fare quello che le chiedo oppure no. Le ho già detto cosa accadrà a sua moglie e ai suoi bambini se non asseconderà la mia richiesta. Cos’è che la fa esitare? – lo provocò il cinereo sconosciuto.

- Per lei è facile parlare. Perché non lo fa da sé? Perché costringe me a scegliere tra lei e la mia famiglia? – quella domanda finalmente uscì dalle viscere di Al.

- Perché Lui non me lo perdonerebbe. – tagliò.

- Lui chi? – chiese l’uomo, pensando di trovarsi di fronte a un Norman Bates, dalla personalità multipla.

- Basta con le domande. È ora di scegliere. – prese l’arma e la porse al boia che aveva scelto per sé.

- … - Albert Mead accettò il peso del suo destino. Novecentocinquanta grammi.

- Amen. – sembrò mormorare una preghiera. Si fece il segno della croce.

- … - Mead esitò, poi appoggiò l’indice della mano destra sul grilletto. Un respiro profondo.


Un sequestro finisce in tragedia.

Ieri notte, a Burbank, nella contea di Los Angeles, un trentenne, identificato come Jesus Maria Suarez, è stato ucciso con un colpo d’arma da fuoco, dopo essersi introdotto nell’abitazione della famiglia Mead, con finalità non accertate.

L’arma apparteneva a Suarez.

A sparare sarebbe stato, però, Albert Mead, che ha sostenuto di aver solo voluto proteggere la sua famiglia. Suarez, infatti, si sarebbe spacciato per il Matto, omicida seriale noto alle cronache, per aver ucciso e sventrato tre nuclei familiari, nell’ultimo semestre, proprio nella contea di L.A.

Jesus Maria Suarez, affetto da un tumore ai polmoni in fase terminale, ha trascorso gli ultimi mesi in un istituto specializzato nelle cure oncologiche, fa sapere la madre, la quale ne aveva denunciato la scomparsa pochi giorni prima. Sono ancora da chiarire le ragioni del suo gesto.

Linea allo studio.

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