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Narrativa

Andavo a 100 all'ora per trovar l'anima mia

Pubblicato il 04/10/2019

Tu sai quanti elefanti possono stare in una 500?

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Era una barzelletta da bambini, come quelle su Pierino… era una freddura un po’ all’inglese, anche se spopolava in ambiente tutt’altro che anglosassone, cioè nella quarta elementare del paese dove insegnavo a quel tempo.

In breve il gioco era:

“Sai quanti elefanti entrano in una 500?”

Io non sapevo proprio quanti elefanti potessero stare nella utilitaria più piccola del mondo.

Ero certa comunque che in quella di mia sorella ci potessero stare, oltre a me e a lei (pilota e navigatore) anche i suoi due bambini, la nonna (nostra madre), il canotto con pagaia, due borse da spiaggia grandi come valigie e in più il sacco dei giochi, incastrato alla bell’e meglio tra i due sedili davanti, sopra il freno a mano.

Era così che la mia famiglia (o almeno la parte femminile) andava al mare, ogni pomeriggio, sul litorale versiliese, appena prima della mitica spiaggia di Viareggio.

Se per entrare nella 500 si poteva procedere in modo abbastanza casuale, l’uscita era molto più complicata: dal tettuccio si doveva prima sfilare la pagaia poi si faceva ruotare il canotto sui passeggeri schiacciati nelle retrovie. Il borsone dei giochi come al solito si incagliava nel freno a mano.

Solo dopo avere estratto la borsa da pic-nic e la sacca con i teli, si cominciavano a scorgere i bambini che saltavano giù scalmanati. Per ultima, scendeva lentamente nostra madre.

Mia sorella, e anche io a dire il vero, a quel punto era come se avessimo fatto una giornata allo scarico merci della stazione: sudate, accaldate e per niente pronte a correre dietro ai bambini verso la riva.

Una volta sistemato l’accampamento sotto lo sguardo delle vicine d’ombrellone già mollemente adagiate sulle sdraio profumate di nivea solare, arrivava il momento del mare anche per noi.

Noi eravamo diverse: un po’ più imprecise, un po’ più arruffate, un po’ più affannate, ma anche orgogliose di arrivare al mare da sole, con quel piccolo gioiellino rosso fiammante parcheggiato sotto la tettoia di frasche.

Noi non dovevamo aspettare l’autobus per tornare e nemmeno il marito che, finito il turno di lavoro, passava dalla spiaggia a recuperare la figliolanza.

Noi eravamo indipendenti e la nostra 500 segnava una differenza di status, se non sociale, sicuramente mentale, su quella spiaggia.

“La nostra non è indipendenza. È facchinaggio!” sospirava sottovoce mia sorella.

“Vuoi sapere quanti sacchetti della Coop stanno in una 500?”

“Non saprei, però so quanti elefanti ci stanno!”

“Elefanti? Quanti?”

“Facile: quattro. Due davanti e due di dietro!”

“Ah, che ridere...” Ma non rideva Anna, guardando il parcheggio polveroso, dietro le canne.

Lei non voleva ammettere che in un paese come il nostro, nel 1970, possedere un’auto per una donna era un fatto quasi rivoluzionario.

Poi con l’inverno e un guasto improvviso alla 500, cominciò a cambiare idea.

L’auto in officina e lei a controllare il lavoro del meccanico, che sembrava non finire mai.

Poi un giorno:

“Senti Lalla, che ne diresti di andare a passare le acque, io e te, magari a Gubbio…”

“Fino a Gubbio?… Non so nemmeno se là ci sono le terme”.

“Sì ci sono, ci devono essere, noi ci dobbiamo andare… il mese prossimo, lì ci sarà la mia prima gara e non posso mancare”.

“ …Gara?”

“Sì: corsa in salita, con la 500. Gigi mi ha iscritto e sta preparando la macchina. Tu mi devi accompagnare. Assolutamente.”

“No, no, fammi capire: tu mi stai chiedendo di coprire una storia fra te e Gigi il meccanico, con la scusa di una corsa sulla tua 500: ma cosa ti sei messa in testa?”

“Lalla, calmati. E’ solo una gara: finalmente potrò guidare come un pilota e non come un’autista e Gigi mi sta solo aiutando; anzi è lui che mi ha convinto: lui modifica l’auto e io la guido”.

“ma tu non sei un pilota… sei una donna”.

“Sì. L’unica iscritta, fino ad ora”.

Anna aspetta una mia reazione. Sa che tutto dipende da me, e io so che non basterebbe un mio rifiuto a fermarla.

“E con tuo marito, i bambini, … come la mettiamo? E Gigi…lui cosa c’entra in questa storia”

“Semplice: lui è il meccanico! Ci raggiungerà con l’auto modificata e finirà di prepararla là. Faremo qualche prova il sabato. E la domenica si correrà”.

Quella domenica, alla fine, è arrivata.

Al via tantissime 500 con il numero di partecipazione sulla fiancata, le gomme larghe per mantenere meglio l’assetto, il vano motore aperto.

Gigi guarda Anna e l’auto come fossero entrambe sue creazioni, e in un certo senso lo sono.

“Ricordati bene, ad ogni curva, per non perdere velocità devi entrare con la quarta inserita, controsterzare subito e poi accelerare per non farle perdere giri.”.

“Ok Gigi, ho capito”

“Devi aderire all’auto, ascoltarla con tutto il corpo”.

Io vedo nettamente il corpo di Anna vibrare. Mi fa un po’ paura. Quella non è mia sorella, e dai ricci in movimento, ogni tanto mi sembra di scorgere un lampo di luce. Qualcosa simile alla felicità.

Poi la gara comincia.

La strada è affollatissima; al “via” l’auto di Anna comincia a sgommare, ondeggia quasi senza controllo, poi riprende aderenza sull’asfalto tracciando un percorso alternativo al naturale andamento della strada. Dopo quel tornante spunta di nuovo. Alla seconda curva, però, la perdo definitivamente di vista.

All’arrivo c’è Gigi, con il cronometro: il tempo di Anna è il migliore di tutti.

Il trionfo è stupefacente: nessuno crede che una donna possa, alla prima prova, aggiudicarsi il podio.

Poi comincia a piovere e in mezzo a quel trambusto riesco a sentire Anna che, aspra, rimprovera Gigi:

“L’avrai anche modificata bene, ma uno spazio per l’ombrello a fianco al sedile non sei riuscito a tirarmelo fuori nemmeno tu…”

Lui la guarda senza capire; forse è una domanda?

In ogni caso non risponde e cerca di trascinarla sul podio. Lei si sottrae, mi prende per mano e insieme corriamo sotto la pioggia verso la stazione ferroviaria, verso il treno, verso casa.

Nello scompartimento umido c’è un tempo interminabile di silenzio. Fuori dal finestrino colline, cieli, nuvole e nessuna risposta. Perciò io devo decidermi:

“Perché…?”

Lei distoglie lo sguardo dalle gocce di pioggia e lo allontana verso l’orizzonte.

“Mi sono spaventata. Tutto qui.”

“La velocità, la potenza, il rischio...?”

“No. Io ho visto in faccia la libertà”.

“La libertà è un privilegio grandissimo… vivila!”

“Ogni privilegio ha un costo. E per me è troppo alto. Ad ogni curva avevo già il desiderio di affrontare la successiva; avrei voluto un percorso senza fine. Accelerando la mia sete di strada aumentava; l’unica grande paura, ad ogni curva, era quella di averne una in meno da fare ancora… No, tutto questo non torna. Non mi va”.

“E così rinunci al tuo sogno?”

“La sognatrice l’ho lasciata su quelle curve. E adesso torno indietro senza di lei.”

“Ti mancherà, lo sai…?”

Lei chiude gli occhi. Ma solo per un attimo.

“Io in fondo sono un’autista. Una brava autista. E la 500 è solo un’utilitaria. Piccola e utile”.

In silenzio siamo arrivate a casa.

Anna, la settimana successiva, è passata in officina a recuperare l’auto spogliata dal numero, dalle barre di rinforzo, dalle diavolerie di potenziamento nel motore.

Non più carrozza, ma zucca vuota.

Nessuno l’ha più vista più dalle parti dell’officina. Nessuno l’ha più vista chiacchierare con Gigi.

Da quel giorno ha cambiato percorsi, meccanico, poi anche l’auto.

Non più utilitaria, ma “city-car” silenziosa, elegante, confortevole.

L’ultima poi l’ha voluta addirittura con il simbolo dell’elefantino, in ricordo di quella barzelletta di tanti anni fa.

Ogni tanto si lamenta, con una malcelata soddisfazione:

“Vedi Lalla, sono passati gli anni, cresciuti i figli, quasi scomparsi i semafori dagli incroci e io sono ancora qui, a fare l’autista alle amiche, con il sole e con la pioggia; e ancora senza lo spazio per il portaombrelli sotto il sedile…”

In effetti è lei la nostra autista ufficiale e ogni giorno passa a prendere me e le altre ex ragazze per andare il palestra, al centro di cultura francese, al cineforum.

Ogni giorno ci prendiamo l’impegno di organizzare il presente come se fosse il nostro futuro.

Finalmente padrone del mondo.

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M. Mark o'Knee ha votato il racconto

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Neppure con una 500 da gara è facile raggiungere la libertà... se sei donna degli anni '70. Complimenti!Segnala il commento

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luigina ha votato il racconto

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Elisa De Conti ha votato il racconto

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Che bello!!! Ci sono delle frasi stupende...Segnala il commento

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Paolo Napol ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

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Sonia Jurlina ha votato il racconto

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Chiara Filippi ha votato il racconto

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LoSteNo ha votato il racconto

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4 elefanti, 2 sorelle, 500 pieghe che la vita può prendere. Grande Gigi!Segnala il commento

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eli ha votato il racconto

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Giulia_F ha votato il racconto

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Maurizio Ferriteno ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Danilo ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

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Bello!Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Certe volte, cercando una piccola cosa, se ne trova una grande. Così tu, partendo da una 500 stracarica, trovi i sogni di libertà Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Per certi versi, a tratti il tuo racconto mi ha ricordato Thelma e Louise, poi è rientrato nella normalità del finale. Piaciuto.Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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gionadiporto ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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esteban espiga ha votato il racconto

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Editor

un racconto è fatto così, una cassettiera con piccole cose dimenticate tra la roba comune, che spostando le parole le ritrovi. brava.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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di Roberta Spagnoli

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