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Narrativa

Angela

Di Dom
Pubblicato il 30/06/2018

Una storia di bullismo.

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Quella che vedete lì in fondo, da sola, con i gomiti sul banco e la testa bionda inclinata, sorretta dalla mano destra, è Angela. Vi starete chiedendo cosa avrà da guardare là fuori, cosa ci sarà mai di interessante oltre la finestra della nostra classe. Ve lo dico io: assolutamente niente. Mostri di cemento non intonacato, costruzioni lasciate a metà, ragazzi della scuola che giocano a calcio in cortile e urlano insulti a ogni occasione gol buttata nel cesso. Ma lei non li vede e non li sente. Angela guarda fuori, perché sa che se incrocia il mio cammino, il mio sguardo, la traiettoria del suono della mia voce, anche per sbaglio, per lei la giornata si trasformerà in un incubo. Sa che se io o qualcuno del mio gruppo ci allontaniamo per caso dal nostro chiacchiericcio, dall’importanza di discutere su dove andare a fare shopping pomeriggio o su come fare sega domani a scuola senza destare troppi sospetti, se ci allontaniamo dalle nostre preoccupazioni primarie, sarà lei a scalare la classifica delle priorità, in un baleno. Quando la noia ci viene a disturbare, Angela diventa il neon di un parco divertimenti.

Per sua fortuna, siamo in classe insieme solo da tre anni, dalla prima media. Ma non credo che alle elementari abbia avuto vita facile, con quelle tute anni ’80 che le compra la madre. Probabilmente, di seconda mano. Non so se aveva anche da piccola quella faccia tonda, gli occhiali e i denti storti. Sicuramente non aveva quel seno enorme. Oh! Se invece ce l’aveva già grosso, chissà che risate ha fatto fare ai suoi compagni!

Angela avrebbe bisogno di due sedie, con quel culone. Guardate i suoi capelli, sembrano sempre sporchi, privi di vita, come lei. Gli occhi azzurri sembrano sempre in procinto di piangere. Gne, gne, gne. Eppure, la dovrei ringraziare, perché è stata il mio lasciapassare nel mondo degli intoccabili, i ragazzi più popolari, quelli che tutti vorrebbero come amici e nessuno come nemici. Sono l’unica ragazza ad avere questo tipo di rispetto a scuola: i maschi mi proteggono e io proteggo le mie amiche, che, in quanto tali, brillano della mia luce riflessa. Mi è bastato prenderla in giro davanti a tutti, ad alta voce, per far ridere i presenti e diventare una figa, una di quelle che non le manda a dire, una tipa tosta. Facilissimo.

Angela è una cicciona, ci fa schifo e glielo diciamo continuamente. Quest’anno ancora più spesso, da quando la prof. di Lettere ha avuto la geniale idea di farci diventare compagne di banco. “Penso sia un bene per entrambe” è riuscita a dire. Non ha capito niente.

Angela trema da quando arriva a quando va via. Non piange così tanto, però. Solo quando le dico che puzza o quando le facciamo male fisicamente. Niente di che, sia chiaro: qualche spintone, qualche schiaffetto e, oh sì, quel piercing all’orecchio che le ho fatto col compasso. All’inizio urlava e piangeva, poi ha capito che era tutto inutile e si è calmata. Le risate erano così forti, durante la ricreazione, che nessun professore l'avrebbe sentita piagnucolare. Solo Giacomo ha provato a fermarmi. Non so ancora se perdonargli quella debolezza. 

Mio padre dice sempre che la debolezza va estirpata, allora resta solo la forza. Ma a Giacomo voglio bene, gli ho dato il mio primo bacio, tre anni fa, non riesco a estirparlo.

Dal giorno del compasso, Angela ha cicatrici sempre nuove sulle braccia. Inizialmente, pensavo che la picchiassero anche a casa, poi ho capito che se le faceva da sola. Mi ha stupita, sapete. Non credevo che una persona così fragile riuscisse a stare ferma mentre si fa male, a guardare impassibile il sangue uscire dalle sue braccia come adesso guarda fuori dalla finestra, cercando una via d’uscita dal mondo, dalla vita, da quest’aula.

La scorsa settimana ho progettato lo scherzo del secolo. Ho detto ad Andrea di invitarla alla sua festa. Angela era felicissima. Il piano era di drogarla, poi Bruno si sarebbe sacrificato e se la sarebbe portata a letto. Non uno stupro, eh. Le avremmo fatto un favore.

Ma non è venuta. Forse i suoi non gliel’hanno permesso. Oppure, qualcuno l’ha avvisata. No, è impossibile. Nessuno mi tradirebbe.

Ora si è girata a guardarmi, che coraggio! Mi guarda ancora, cosa vuole? Sta cercando una lezione? Glielo dico: vuoi un altro piercing, eh, cicciona? Non risponde. Cerca qualcosa con lo sguardo tra i gruppetti disordinati. No, non qualcosa, qualcuno. La sua ricerca si conclude quando trova Giacomo. Gli sorride. Le sorride anche lui. Il soffitto del mio mondo sta crollando sulla mia testa. So di avere gli occhi spalancati. Devo fingere indifferenza, continuare a insultarla, ma non ci riesco: sono troppo impegnata a combattere contro le lacrime che stanno spingendo per uscire. Sento il silenzio che mi hanno puntato contro, si chiedono perché mi sono fermata, perché le lascio vincere questa battaglia. Ma io riesco a pensare solo alle parole di papà: la debolezza è un’erbaccia e va estirpata. E alle labbra di Giacomo che sorridono alla mia vittima, alla mia nemica.


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